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‘Sarà il caos’, la crisi dei migranti raccontata in prima persona

Abbiamo intervistato i registi (italiani) del film HBO, che sarà trasmesso su Sky Atlantic a partire dal 7 ottobre.

Un'immagine da 'Sarà il caos'.

Che la crisi dei migranti sia un evento epocale che riguarda ognuno di noi, e va al di là di questioni politiche legate a consenso e promesse elettorali all’interno dei singoli Stati, è un concetto che in Italia, ma non solo, oggi si fa fatica a sostenere – qualsiasi riferimento all’attuale governo a trazione giallobruna non è casuale.

Per questo un film come Sarà il caos – It Will Be Chaos – prodotto dal network americano HBO e diretto dai registi italiani (ma di base a New York) Lorena Luciano e Filippo Piscopo, che sarà trasmesso su Sky Atlantic nel ciclo ‘Racconti del reale’ a partire da domenica 7 ottobre – appare oggi così urgente.

Il documentario (premio per la miglior regia all’ultimo Festival di Taormina), girato nel corso di cinque anni, racconta la tragedia di una parte di mondo costretta a muoversi per sopravvivere altrove, e dell’impatto che ciò ha sulle comunità locali e sulle istituzioni chiamate ad affrontare questa emergenza. E lo fa dal basso, attraverso un cinema “ad altezza d’uomo”, che si concentra in particolare su due storie e due scenari diversi.

Da una parte c’è Aregai, eritreo sfuggito alla dittatura nel suo Paese che, caricato su un barcone dai trafficanti libici, affonda nella notte del 2 ottobre 2013 a poche centinaia di metri da Lampedusa – il naufragio, di cui questi giorni ricorre il quinto anniversario, che è costato la vita a 364 connazionali di Aregai, compresi i tre cugini con qui aveva intrapreso il lungo viaggio.

Più a est, a Izmir, in Turchia, in un contesto solo apparentemente meno drammatico, ci sono i siriani Wael e Doha, marito e moglie, che cercano di portare i quattro figli lontani dalla devastazione di Damasco e verso la Germania, attraverso l’estenuante e incerta rotta dei Balcani. Questa parte è forse la più interessante del film, perché racconta un aspetto meno conosciuto del fenomeno migratorio, ma non meno doloroso. Negli occhi di questa coppia di genitori che fa di tutto per nascondere la propria angoscia ai figli c’è una lezione per tutti: per chi ha smesso di riconoscere per reale il dolore degli altri e per chi, pur avvertendone l’ingiustizia, si sente impotente verso l’attuale situazione. Abbiamo intervistato i registi del film.

Come siete riusciti a ottenere la fiducia della famiglia siriana, e percorrere con loro la rotta balcanica?

FP: Ci è arrivata la notizia di questa famiglia che si trovava in Turchia, in attesa di trovare un passaggio in mare verso la Grecia, quando stavamo già montando la parte italiana del film. Un nostro contatto che lavora alle Nazioni Unite, Sara Bergamaschi, ci ha messo in contatto con queste persone, che erano disponibili a farsi seguire e filmare. Abbiamo deciso al volo e siamo partiti immediatamente. Loro non ci potevano certo aspettare.

LL: Non si trattava di una situazione facile. Siamo abituati a girare in un modo molto discreto, e in questo caso l’aspetto più difficile era rispettare la tensione e l’angoscia di questa famiglia. L’idea era quella di documentare in modo intimo la loro lotta, per farne emergere la condizione universale. E infatti a un certo punto la videocamera è come sparita. È stato un modo di girare embedded: abbiamo viaggiato con loro su e giù da treni e autobus, attraversato corridoi umanitari e dormito nei campi per rifugiati. Sul momento non ce ne rendevamo conto, ma trovarsi in mezzo a una massa di persone che sta migrando è stato davvero provante, a livello emotivo. Non si trattava soltanto di siriani, ma anche iracheni, pakistani, afghani. I siriani ci dicevano: “Pensavamo di essere solo noi, in fuga”.

FP: Girare è stato complicato, perché non c’era tempo di fermarsi per ricaricare le batterie o copiare il girato sui dischi esterni. Ma a livello umano è stata un’esperienza importante.

Ma non siete saliti sulla barca che dalla Turchia porta la famiglia in Grecia, vero? Lì si capisce come il mare sia implacabile, e ogni viaggio possa diventare mortale in un attimo.

FP: No, perché avremmo messo in grande difficoltà la famiglia siriana, riprendendo la traversata e gli scafisti.

LL: Abbiamo avuto accesso a tutto, tranne che ai momenti in cui la famiglia ha a che fare con gli scafisti. Avevano paura, comprensibilmente, che questi si vendicassero su di loro o sui bambini.

Il film si intitola Sarà il caos. Da quando è partito il progetto fino a oggi ci siamo arrivati, a questo caos?

LL: Quando abbiamo deciso di fare questo film, siamo andati dove stavano andando tutti, a Lampedusa. Lì abbiamo capito che tutti raccontavano sempre la stessa storia: prima si vedono immagini di barche cariche di persone. Poi immagini di persone che occupano i porti di luoghi di sbarco come Lampedusa o Pozzallo. Poi non si vede più niente, si arriva direttamente al politico di turno che dice “Accogliamoli/Non accogliamoli”. Così, quando siamo arrivati a Lampedusa abbiamo capito che non era quella la storia da raccontare. Per un anno abbiamo incontrato e seguito diversi migranti, ascoltato le loro storie, abbiamo parlato con la guardia costiera, con gli avvocati che assistono i richiedenti asilo, con i pescatori, con la gente del luogo… era importante partire da Lampedusa, ma poi spostarsi dall’epicentro della crisi, per fare capire che si tratta di una crisi mondiale, e se non verrà gestita sarà, appunto, il caos. Continuare a investire soltanto su una politica di emergenza e non di gestione non risolverà il problema. Le piccole comunità si trovano da sole ad avere a che fare con numeri improponibili, ma con una politica europea condivisa il fenomeno potrebbe essere tranquillamente governato. Purtroppo il tema dell’immigrazione è uno dei più sensibili in tempi di elezioni, e né a destra né a sinistra i partiti vogliono perdere voti. Nel fenomeno immigratorio viene riversato tantissimo denaro, quindi le risorse per amministrarlo in modo efficiente ci sarebbero. Dare soldi all’emergenza significa destinarli solo alle zone di frontiera, che sia la Sicilia, il sud della Spagna o la Grecia.

Il fatto è che le persone che arrivano in Europa vogliono muoversi, non certo fermarsi alle frontiere.

LL: E infatti il film racconta quello che avviene dopo, quando escono dall’obiettivo delle telecamere. Senza una politica generale di ricollocamento, sono lasciate a se stesse, e devono muoversi come possono tra le pieghe del sistema.

FP: L’unico modo per noi di raccontare questa storia era ricostruire il mosaico con il mezzo cinematografico. Così abbiamo fatto una radiografia di quello che succedeva in Italia, ci siamo allontanati da Lampedusa e siamo andati a Riace (il cui sindaco, Domenico Lucano, fautore di pratiche di accoglienza considerate un modello, è stato da poco arrestato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, un’accusa per molti pretestuosa, ndr), Falerna, Crotone, Roma, utilizzando come collante i nostri personaggi principali.

Nel frattempo è cambiata la narrazione collettiva. Oggi parlare di accoglienza sembra diventato un tabù nazionale.

LL: Per noi era importante far vedere che solidarietà per tanta gente comune è semplicemente il desiderio di fare qualcosa. Tra città come Roma o Milano e il fronte dell’immigrazione c’è un distacco abissale. Gli abitanti dei luoghi dove avvengono gli sbarchi vivono in prima persona le tragedie, i pescatori trovano i cadaveri in mare, gli abitanti assistono al dolore dei superstiti. Per queste persone la verità è un trauma. Con questo film abbiamo cercato di ricordarlo a tutti.

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