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Sanremo è finito, andate in pace. Le pagelle della finale del festivàl

Si chiude il sipario all'Ariston e a spuntarla è il tormentone di Gabbani, sul podio Fiorella Mannoia e Ermal Meta. Ecco le pagelle della nostra Sanremo Appreciation Society

Uno dopo l’altro sono caduti tutti: Michele Zarrillo, Paola Turci, Fabrizio Moro, Masini, Samuel. Alla fine ne sono rimasti solo tre. Fiorella Mannoia, Ermal Meta e Francesco Gabbani. Ed è proprio su quest’ultimo nome che la Sanremo Appreciation Society si è spaccata.

Anche se ‘spaccata’ non è il termine esatto. Mano a mano che la canzone veniva riascoltata, sera dopo sera, il ritornello si appiccicava alle orecchie, con fraudolenza. Il pezzo funzionava terribilmente, ‘funzionava’ insomma, e di questo aspetto eravamo tutti consapevoli: sia i (comunque pochi) pro Occidentali’s Karma che i contrari. Ma bisogna dire che quasi nessuno di noi era al fianco del suo autore, Gabbani, artista che ci mette in severa difficoltà. Adesso parliamo del podio di questo Sessantasettesimo Festival di Sanremo, partendo proprio da lei, la canzone vincitrice.

“Occidentali’s Karma” di Francesco Gabbani (6,5)
Come scrivevamo già ieri, il brano parte con una sorta di elenco in cui l’autore annota posture filosofiche, tipologie intellettuali, orientamenti spirituali, che in qualche modo ci ha ricordato la sequenza di quadretti e miniature che Franco Battiato aveva costruito in Centro di gravità permanente. Ma se nel secondo c’era un algido controllo della forma e un autocontrollo dell’autore che insieme creavano la grazia e la cifra nuova di Franco Battiato, nel caso di Gabbani, invece, sentiamo solo motivetti piacioni e un testo che rubacchia dall’attualità e dal costume, con un velato intento di satira e critica sociale. Il risultato dell’equazione, però, ci sembra solo un’altra musichetta di accompagnamento alla nostra eterna corsa sul tapis roulant occidentale. Funzionerà da dio nei servizi estivi di Studio Aperto su Milano Marittima. Come riportato sopra, il brano alla fine si prende un 6,5 perché non possiamo negarne la ballabilità, ma al tempo stesso vorremmo tanto che ci uscisse dalle orecchie, come se fosse la suoneria che ci rende un po’ più stupidi a ogni ascolto. In questo senso il Premio Tim ci è sembrato perfetto. *Qualcuno a fine serata ha postato un brano di Nico e i…Gabbiani. Namastè.

“Che sia benedetta” di Fiorella Mannoia (7/8)
Fiorella Mannoia, in occasione della sua ultima esibizione a questo Sanremo, esce sul palco dell’Ariston con la mise più elegante dell’intero festival: un bellissimo abito in velluto rosso dalla linea molto semplice eppure vincente, perché sobrio e capace di valorizzarla. La sua canzone in gara è stata un po’ come questo vestito: linea semplice, strutturata senza fronzoli eppure vincente, perché sobria, classica, perfettamente adatta a chi doveva indossarla. Purtroppo, però, il colore del pezzo non era così vivo, appariva un filo sbiadito dal tempo, nonostante fosse nuovo, e si sentiva un po’ di odore di naftalina anche dalla poltrona di casa. Basta, tutto questo, ad allontanare Fiorella dal podio? Ovviamente no, perché quello era autenticamente un bel vestito, le stava bene ed era indossato con una tale naturalezza e spontaneità da farlo sembrare persino più bello di quello che era. Che sia benedetta arriva seconda e vince il premio per il Miglior Testo – com’è logico che sia – occupando la quota destinata alla canzone più classica. Lo fa da canzone non tradizionalmente sanremese, lo fa senza che chi l’ha cantata abbia dovuto adattarne il mood e l’interpretazione all’occasione.

“Vietato Morire” di Ermal Meta (6)
Mai troppo uniti né troppo divisi di fronte a Ermal Meta: così abbiamo affrontato, in questo senso, le cinque serate del festival. Di volta in volta apprezzando il look, la sobrietà, lo sguardo un po’ timido e un po’ stanco di Ermal. Mai granché, però, la sua canzone. Un terzo posto che suona con un po’ d’indifferenza, un po’ inatteso, un po’ senza peso. Però Ermal non è un figlio dei talent e da qualche parte, il suo bronzo, assume un lieve senso di purezza, come se, in fondo, fosse la quota giovane buona e apprezzabile, lontana dal mood da villaggio vacanze molesto di Gabbani.

PREMIO SAS

Anche noi della Sanremo Appreciation Society, per la prima volta, abbiamo deciso di stabilire i nostri vincitori democraticamente, grazie a un infallibile sistema elettorale, il SASsellum, consistito nello spoglio dei voti lasciati sotto un apposito post caricato dentro il gruppo Facebook intorno alla mezzanotte.

Al terzo posto arriva Samuel, che ha conquistato la SAS, invero sempre un po’ meno serata dopo serata, con la sicurezza del suo sound che abbiamo chiamato “suono della scuola torinese” e che ci ha fatto comunque ballare con i nostri Mac sulle ginocchia.
Secondo classificato il piccolo Michele Bravi su cui ci sono sempre state ottime vibes nel gruppo, e questo a dispetto della canzone non particolarmente brillante. “Il ragazzo si farà” è stata una delle frasi più pronunciate in queste cinque serate mentre sul palco c’era lui, la cui timidezza ci ha ricordato qua e là la figura di Barron Trump. Speriamo si faccia con altri autori, però insomma… la SAS crede nei giovani.

Vince il Premio SAS 2017 Paola Turci con Fatti bella per te: bellissima, elegante, rock e contemporanea quanto serve a rendercela OK, con un pezzo anti-Mannoia, cioè abbastanza femminista e poco naftalinico. Paola sbaraglia tutti quasi silenziosamente, facendosi bella per sé e per il suo pezzo, sera dopo sera, e sembrando quindi molto bella e giusta anche a noi.

Cosa ci è piaciuto di questo Festival

Mina che canta la discutibile All night del dj austriaco Parov Steral in quattro spot diversi, uno per sera, parlando con noi dopo non si sa quanti anni, radiografandoci mentre stiamo seguendo un festival di musica spesso di poco valore. Inchiodati alla poltrona, in questo festival di Sanremo numero 67 abbiamo ascoltato Mina cantare, abbiamo imparato a chiudere gli occhi a ogni spot solo per ascoltare lei che rendeva bellissima una canzone brutta.
Il videomessaggio di Loredana Bertè a Elodie davanti a un fioraio.
L’interpretazione veloce, tirata e addirittura Blak Flag che Ricky Martin ha dato di La vida Loca.
L’emozione di Rita Pavone che canta una delle più importanti canzoni italiane di sempre, Cuore, che ricordiamo essere anche il pezzo preferito in assoluto da Morrissey.
Il coro dell’Antoniano di Bologna.
Il Tg 60 secondi.
Tutti gli anziani – sono stati parecchi – saliti sul palco nel corso di questa edizione. Sempre più forti e nudi e vibranti di qualsiasi copione democristiano.
Il mago giapponese Hiroko Hara e la sua buffa estetica digital e ipercontemporanea.
La frase di Carlo Conti: “Spettacolo nello spettacolo”.
La tranquillità di Carlo Conti, comunque sia, in un mondo di ansiosi (anzi di persone ‘Ansia e sapone’, Tommaso Pini cit.)
Zucchero e la sua band.
L’anagramma made in SAS di Ermal Meta: Metal Mare.

Cosa non ci è piaciuto di questo Festival

Tutti i comici, a partire da Maurizio Crozza, usato esattamente come da Floris, per ricreare, probabilmente, un momento di sicurezza e di quotidianità televisiva. E poi Luca e Paolo e il rat pack della risata romanesca Brignano-Insinna-Cirillo.
Il povero vocabolario di Carlo Conti fatto di infinite occorrenze dei termini ‘meraviglioso’, ‘immenso’, ‘straordinario’, ‘stupendo’.

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Stefania Sandrelli divenne la ragazza di Gino, anche se lui continuava a essere sposato con Anna Fabbri e ad avere come amante Ornella Vanoni.
Avevo conosciuto Anna a Genova, a casa di Gino. Era carina, aveva un modo di fare, una grazia e una dote comunicativa fuori dal normale. Era innamorata pazza di Gino. (…) E anche lui era innamorato di lei. A modo suo, naturalmente. Anna sapeva tutto di Ornella e Ornella sapeva tutto di Anna. Non so chi delle due prese l’iniziativa, ma un bel giorno si incontrarono e decisero di andare da Gino a chiedergli con chi delle due volesse stare. Con sua grande sorpresa Gino le vide arrivare nella sua camera d’albergo. Anna e Ornella lo svegliarono e gli intimarono “Devi decidere con chi vuoi stare”. Gino si mise una camicia, si infilò un paio di pantaloni e uscì dalla stanza mandandole a fanculo tutt’è due e salvando sia il matrimonio con Anna sia la relazione con Ornella.

Da Questa sera canto io. Splendori, miserie, passioni, tradimenti, segreti e trasgressioni in 50 anni di canzone italiana, Adriano Aragozzini, La nave di Teseo, 2017.

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