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Primavera Sound 2015: l’ultimo giorno è sempre il più difficile | L'intervista all'ideatore

Il giorno più lungo: dal primo pomeriggio alla mattina. Da Patti Smith a Caribou passando per gli Strokes e gli Underworld

Patti Smith - Foto di Dani Canto

Patti Smith - Foto di Dani Canto

Patti Smith
Presentato come concerto spoken word è in realtà un normalissimo concerto acustico. Ci vado con un po’ di senso di colpa per essermi perso l’esecuzione integrale di Horses (magnifica, a detta di tutti) e non resto per nulla deluso. Patti Smith è un po’ troppo in fissa con i morti: si sente una sopravvissuta e dedica canzoni a destra e a manca. C’è quella per Amy Winehouse e quella per John Nash, quella per Hendrix e e quella per Jim Morrisson. C’è la cover di Perfect Day stoppata prima per commozione, poi perché si dimentica il testo e alla fine per chiedere scusa a Lou: «Ecco quello che succede quando si prendono tante droghe da giovani». Empatia alle stelle quando parla del nipotino o quando invita un fan a salire sul palco e suonare la chitarra al suo posto. La gente si alza in piedi, circonda il palco dell’auditorium, mentre lei chiede di illuminare il pubblico. 
Finisce in g.l.o.r.i.a. con le ovvie Because the Night e People Have the Power.

La frase da dire agli amici che se la sono persa: “È una vecchia, ma spacca!”

American Football
Questo è stato l’anno delle reunion emo al Primavera Sound.
 La più attesa era senza dubbio questa degli American Football dei fratelli Kinsella. 
Un vero e proprio salto negli anni novanta, non solo dal punto di vista stilistico ma anche concettuale: nessuno fa più musica del genere, in questo modo, con questo approccio.
Sono un gruppo difficile, inadatto ai grandi spazi, ma perfetti per chi c’era e si ricorda com’era quando gli American Football rappresentavano un culto assoluto.

La frase da dire agli amici che se li sono persi: “Lacrimoni proprio.”

Mac De Marco 


Quattro scappati di casa: il buon Mac sale sul palco con una maglietta sformata e una salopette militare, i membri della band non sono da meno: menzione d’onore per il bassista e la sua cover stonatissima e drogata di Yellow, quella dei Coldplay (mentre Mac, seduto per terra, cambiava una corda con la stessa lentezza di un adolescente in cameretta).
Il colpo d’occhio è eccezionale: c’è un sacco di gente, ragazze soprattutto, che cantano ogni pezzo e si lanciano in urletti ogni qual volta la band si produce in balletti surreali. 
Uno dei momenti più divertenti e speciali dell’intero festival, concluso alla grande con De Marco che a suon di crowdsurfing arriva fino al mixer e torna indietro.

La frase da dire agli amici che se lo sono perso: “Questo è un pazzo completo. Il migliore di tutti.”

Andate a vederli quando verranno in Italia perché meritano tantissimo

Foxygen
Un musical per fattoni. Un’opera rock per disadattati. Un concerto che non è un concerto e un gruppo capace di passare da un genere all’altro, più volte, anche all’interno della stessa canzone. Sam France, il frontman, sembra una strana fusione di Bowie, Jagger e Iggy Pop, le coriste ballano e cantano senza sosta dal minuto uno al minuto sessanta, mentre la band suona cose difficilissime con una naturalezza esemplare. Eccedono nelle gag, non fanno i singoloni, ma non importa a nessuno. Il loro è senza dubbio il concerto del festival.
La frase da dire agli amici che se li sono persi: «Non puoi capire, a un certo punto il bassista si è messo a giocare a carte sul palco perché col gruppo non guadagna una lira. Poi ha chiesto una pizza». Gente che sa suonare. Non bene, benissimo.
 Con la credibilità di quelle band degli anni settanta che sembrano essere sempre in bilico tra l’eccesso e il sublime, ma che non compiono mai il passo che li porta verso la caduta di stile.
Pubblico gremitissimo e reazioni scomposte ai singoli di successo.
 Andate a vederli quando verranno in Italia perché meritano tantissimo. Peccato solo per la collocazione infausta dell’Adidas Orignals.

La frase da dire agli amici che se li sono persi: “È il soul per quelli che non vogliono ascoltare soul.”

The Strokes
Julian Casablanca sale sul palco che pare Loredana Berté dopo la svolta punkabbestia, però quando canta, con tanto di effettoni tipici sulla voce, è subito effetto madeleine: abbiamo di nuovo vent’anni, gli Strokes sono il gruppo più fico del mondo e non vediamo l’ora di cantare tutti in coro Hard To Explain. La folla delle grandi occasioni era tutta per loro e non hanno deluso le aspettative: non sono più una band, si vede, ma hanno i pezzi e sanno come suonarli bene senza scontentare nessuno. È difficile immaginare un futuro, ma intanto godiamoci la festa.

La frase da dire agli amici che se li sono persi: “La gattara che ha sostituito Julian Casablancas se l’è cavata comunque benissimo.”

Underworld


Parliamoci chiaro: gli show dedicati all’esecuzione di un solo disco, dall’inizio alla fine, sono sempre un pacco. Proprio come concetto. Perché annullano la tensione a colpi di scalette prevedibili e pause lunghissime e inevitabili per accentuare cambi di atmosfera che funzionano nei dischi ma che non rendono nei live. Detto questo, il live degli Underworld dedicato a “Dubnobasswithmyheadman” è bellissimo e quel disco andrebbe riscoperto dall’inizio alla fine, anche nei momenti più riflessivi (una Tongue da brividi). Ovazioni per Cowgirl e per il bis di Rez.
Chiude il tutto una versione epica di Born Slippy, per dirla come Karl Hyde: «The happiest songs ever written about utter misery in the streets of London».

La frase da dire agli amici che se li sono persi: “White thing mega mega whit thing!”

Caribou
E poi alla fine arriva “Sun” e spazza via tutto. 
C’era talmente tanta gente che provare a raggiungere gli Hookworms era diventata una sfida impossibile: meno male che c’è Dan che non delude mai le aspettative.

La frase da dire agli amici che se lo sono perso: “Li vedi lì, tutti nerd, vestiti come dei gelatai e immediatamente diventano i tuoi preferiti.”