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Nella polvere di Manhattan, sul set della nuova serie tv di Sky Atlantic

Si chiamava “Manhattan” ed era il progetto internazionale per sviluppare il primo prototipo della bomba atomica. Succedeva nel 1943 nel deserto di Los Alamos, New Mexico e lo racconta oggi l’omonima serie tv, sbarcata su Sky Atlantic. Il nostro report dal set

Un salto indietro nel tempo con "Manhattan"

Un salto indietro nel tempo con "Manhattan"

È un set costruito nel deserto, senza trucco: o meglio, la cipria abbonda sui visi degli attori, e le bottigliette di spray ad alta protezione solare sono distribuite come l’acqua in tutti i camerini. Gonne larghe, vestiti a fiori e cappelli per le signore, le giacche e i panciotti per gli uomini.

È una mattinata di fine luglio, la polvere brucia sulla pelle a Los Alamos, New Mexico, e la gola si secca a ogni parola. La base, che qui chiamano “The Hill”, la collina, è costruita come un villaggio. Filari di panni stesi, macchine d’epoca, nei salotti la televisione in bianco e nero. Siamo sul set della seconda stagione di Manhattan (per la precisione, Manh(a)ttan), la serie televisiva, per fare un salto indietro nel tempo fino al 1943. Scienziati da ogni parte del mondo furono chiamati qui, a pochi chilometri di distanza dal centro Navajo di Santa Fe, a vivere in una base paramilitare – isolata – e costruire il primo prototipo di un progetto segreto: la bomba atomica. La serie tv della americana Wgm appena comprata da Sky, ha un copione serrato, scritto benissimo, giurano tutti gli attori nelle pause interviste: «Stiamo vivendo un’esperienza, prima di tutto, che ci ha permesso di immergerci in questa epoca. «This was real life» (era vita vera, ndr), dice Rachel Brosnahan (House of Cards), che interpreta Abby Isaacs, la casalinga dimessa, moglie di un giovane fisico, pedina fondamentale di questa serie televisiva partita da un fatto storico: il “Manhattan Project” è stata la porta sul retro da cui passarono le strategie per la Guerra Fredda e su cui la grande storia ha ancora diversi aspetti da svelare, o da nascondere.

Sul set della serie, che i critici americani hanno definito come “la più audace, dark e meglio scritta degli ultimi anni”, lavorano gli attori, i tecnici e i truccatori, che passano la maggior parte del tempo a tamponare (e tamponarsi) indistintamente il sudore sulla fronte.

Per mettere insieme Manhattan, il produttore esecutivo e regista Thomas Schlamme (The West Wing), ha chiamato alcuni talentuosi attori di Hollywood e scelto di girare nei luoghi originali dove esisteva la base di Los Alamos, piantando il set al Bonanza Ranch, luogo noto ai registi western (Terence Hill girò qui Lucky Luke), ma dove mai erano state ambientate per il cinema le vicende intorno a questo progetto.
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Protagonisti sono i Winter, una coppia di scienziati brillanti, che per il piglio cinico e baldanzoso ricordano gli Underwood di House of Cards. Frank (John Benjamin Hickey, The Good Wife) ha convinto la moglie Liza (Olivia Williams, che tra tutti i ruoli noti è stata soprattutto il volto di Rushmore di Wes Anderson), a lasciare casa per seguirlo in un progetto nel mezzo del deserto, a mettere da parte il suo Phd per occuparsi delle faccende domestiche nella loro nuova abitazione a Los Alamos e a rispettare il silenzio sulla segretezza dell’operazione.

Del “Manhattan Project” non si fiata, e alla mente brillante del protagonista il governo americano chiede persino di non domandarsi troppo su come la bomba verrà utilizzata. «Abbiamo creato tutte le condizioni per dipingere accuratamente una fase storica, ma lasciando uno spazio narrativo dove i personaggi potessero giocare con le proprie vicende personali. Penso che siamo riusciti ad avvicinarci al modo di vivere di queste persone», racconta Sam Shaw (Master of Sex), il creatore della serie, che ha pensato a questa storia per ben 10 anni.

Charlie e Abby Isaacs sono la coppia allo specchio con i Winter. Charlie (Ashley Zuckerman) è illuminato da una mente e un’ambizione che brucia, mentre Abby non è mossa da alcun impeto, fino a quando non entra nelle dinamiche del campo e inizia a cambiare: «Abby comincia a scoprire se stessa», racconta Brosnahan a Rolling Stone, «è un personaggio che viene da una periferia, che vive all’ombra del marito. Fragile. All’improvviso inizia a scavare dentro se stessa: si impadronisce della propria vita e fa uno scatto per capire che cosa le sta succedendo intorno». La polvere è reale, gli occhi bruciano alla fine delle riprese. «Girare in questi luoghi reali ha un grande fascino, a parte comportare un discreto uso di collirio nei camerini: è un grande privilegio per un attore», spiega Olivia Williams, che anch’essa riscatterà la condizione di personaggio “secondario”. «Faccio la parte di una donna indolente. Come un animale che sbatte contro la propria gabbia».

Molto è noto di quel che è accaduto storicamente intorno al “Manhattan Project”, poco è stato raccontato su come le persone abbiano vissuto effettivamente dentro a quel campo. Le donne di Los Alamos non sono poi così diverse da Mad Men, solo che Manhattan offre loro spiragli di cambiamento: «È un preludio di femminismo», racconta ancora Brosnahan, «i personaggi femminili sono là senza sapere esattamente perché. Si trovano ad affrontare le condizioni ostili del deserto e del cibo che manca e che per arrivare deve compiere un lungo viaggio».

«Qui è come Harvard, solo con un po’ più di sabbia», dice Charlie Isaacs, fresco delle aule di Cambridge, appena mette piede sulla polvere del deserto di Los Alamos. All’ingresso del campo c’è un cartello: “The enemy is looking, watch your talk” (il nemico ti guarda, occhio a quel che dici, ndr). E chissà che invece Manhattan, tra corruzione, abusi di potere e uno sguardo piuttosto sobrio sulla storia, ambientato in un deserto così diverso da quello di Breaking Bad, non faccia presto, e parecchio, parlare di sé.

Questo articolo è pubblicato su Rolling Stone di dicembre.
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