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Pif: «La trattativa Stato-mafia c’è sempre stata»

Questa sera alle 21.25 arriva su Rai1 la seconda stagione de 'La mafia uccide solo d'estate', la serie tratta dal film di Pierfrancesco Diliberto. E sì, con lui abbiamo riparlato anche del selfie misterioso prima di Spielberg.

Vincenzo Landi/MDPhoto / IPA

Vincenzo Landi/MDPhoto / IPA

Tutto è iniziato quando Pif ha intervistato Steven Spielberg per Rolling Stone in occasione dell’anteprima italiana di The Post: prima dell’autoscatto di rito con il leggendario regista, Pif gli ha spiegato che in tutta la sua vita ne aveva chiesto solo un altro. Ma a chi? Nel video non lo svelava e chiedeva a Spielberg di fare altrettanto. Insomma, il mistero dietro il selfie di Pif continua. E, ovviamente, è il primo argomento all’ordine del giorno quando lo sentiamo al telefono per parlare della seconda stagione di La mafia uccide solo d’estate, in onda a partire da stasera alle 21.25 su Rai1: «Pensa che, quando Spielberg è tornato in Italia per Ready Player One, gli hanno chiesto chi fosse il personaggio e lui non l’ha rivelato! È meraviglioso che continui a reggere il gioco. Sì, Steven ed io abbiamo un segreto» ride.

Il primo capitolo della serie, tratta dall’apprezzatissimo esordio sul grande schermo di Pif, si chiudeva con la famiglia Giammarresi in fuga dopo la testimonianza resa dal padre Lorenzo, ma con il piccolo Salvatore che in qualche modo convinceva tutti a tornare a casa. Nei nuovi episodi scopriremo come hanno deciso di rimanere a Palermo e in che modo hanno affrontato l’ostacolo che li aveva spinti a prendere quella decisione. Pif sarà ancora una volta la voce narrante: «Il primo anno è stata più dura, non ho voluto dirigerla, poi per come sono andate le cose penso che sia stata un’ottima scelta. Rispetto ad un film, fare la regia di una serie è un altro sport. E ora è diventata un lavoro collettivo».

Siamo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, «anni ancora bui, quelli degli omicidi di Cesare Terranova, di Piersanti Mattarella e Gaetano Costa. Il bello di questa serie è che sono tutti colpevoli, proprio come eravamo noi: chi più chi meno, chi più consapevolmente e chi meno, cadeva in piccoli o grandi compromessi e non faceva altro che alimentare il potere mafioso. La mafia uccide solo d’estate è l’esame di coscienza che non ci siamo mai fatti e che però è necessario. Giusto per rimanere in tema, visto che ieri era il 25 aprile, un altro esamino di coscienza che gli italiani non si sono fatti mai è sul nostro essere fascisti: siamo passati dal Fascismo al filo-americanismo nel giro di pochissimo».

È come nella seconda stagione de La mafia uccide solo d’estate si facesse un passo in più: dalla coscienza al coraggio.
La coscienza ti dice qual è il problema, ti suggerisce la soluzione, poi ci vuole il coraggio, che viene dalla consapevolezza di chi ti sta attorno, dallo Stato. Quando un negoziante denuncia il suo estorsore, ha paura della reazione della mafia, ma teme anche che la comunità non riconosca il suo gesto, un sacrificio che non fa solo per sé o per i propri figli, ma per la collettività. Bisogna avere coscienza; il coraggio, se si è in tanti, banalmente arriva. Un esempio eclatante sono gli oltre mille commercianti a Palermo che non pagano il pizzo e ai quali, finora, non è mai successo niente. Sta diventando sconveniente per la mafia attaccare quelle persone.

Questa serie è uno strumento di lotta alla mafia?
Io la vivo così. È chiaro che vedere una serie pensata da te su Rai1 sia un successo anche dal punto di vista professionale, ma ho ancora una percentuale di ingenuità molto alta e penso che questo progetto sia un mezzo di lotta vera. Poi c’è anche una componente di intrattenimento, perché questo prendere in giro, smitizzare la mafia in prima serata è fondamentale e ha un valore enorme, più di quanto si possa pensare.

C’è una sequenza molto significativa in cui Fra’ Giacinto, interpretato da Nino Frassica, spiega a Pia (Anna Foglietta) che “La raccomandazione è una delle forme con cui si manifesta la grazia di Dio”…
Un Nino Frassica in formissima interpreta un personaggio realmente esistito e rappresenta quella parte della Chiesa che ha appoggiato o legittimato la mafia. Ovviamente, ringraziando il cielo, c’erano anche Pino Puglisi e tutti quelli che fortunatamente non sono stati uccisi. La raccomandazione è una cosa squisitamente italiana, anche Clemente Mastella ne parlava bene. In realtà è un continuo suicidio: mentre negli altri Paesi va avanti chi merita e chi ha studiato, qui lo fa chi ha l’aiutino. La verità è che che essere onesti in questo Paese è difficile, perché cadi in continue contraddizioni. La famiglia Giammarresi chiede una raccomandazione per fare giustizia di un’ingiustizia, ma è un meccanismo che si autoalimenta.

Cosa ne pensi dell’ultima sentenza del processo sulla trattativa Stato-mafia?
È la dimostrazione che continuiamo a fare i conti con quel mondo, se non chiariamo come sono andate le cose non andremo molto lontano. Questo secondo capitolo lo spiega bene: la trattativa fra lo Stato italiano e la mafia c’è sempre stata, SEMPRE. La sentenza Andreotti parla chiarissimo: Giulio Andreotti, un grosso, importante pezzo dello Stato, viene a sapere che la mafia vuole uccidere il presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella. E cosa fa? Non va dalla polizia a denunciare il fatto, non va da Piersanti Mattarella ad avvisarlo. Va da Stefano Bontade, un pezzo grosso della mafia palermitana, a cercare di fargli cambiare idea. Non è trattativa questa? Significa che mentre c’erano delle parti della società, giornalisti, magistrati e cittadini comuni, che venivano uccisi dai mafiosi, un’altra parte dello Stato con quei mafiosi ci dialogava. Ed è una cosa tremenda, ingiustificabile.

Hai lanciato un appello al Pd, spiegando che sedersi a un tavolo e dialogare con il M5s è un obbligo morale.
Sì, perché questo è un Paese che fa fatica ad andare avanti con un Presidente del Consiglio, figurati senza. Mattarella sta facendo tutto quello che giustamente un Presidente della Repubblica deve fare. Il Pd non si deve snaturare o vendere, deve tirare fuori quel senso di responsabilità che il Movimento 5 stelle non ha avuto quando si è seduto a parlare con Bersani. Non solo si dovevano incontrare, ma il Pd deve pure pretendere di fare lo streaming durante l’incontro, come al tempo hanno voluto quelli del Movimento, e vedere cosa si può fare, ma piuttosto cambiare legge elettorale, fare quattro cose e poi andare a votare. In questa situazione chi soffre di più è come sempre il poveraccio, che ha estremamente bisogno di qualcuno che faccia andare avanti il Paese.

Hai già iniziato le riprese del tuo primo film da attore, Momenti di trascurabile felicità?
Non ancora, a maggio. Più si avvicina più mi spavento perché è la prima volta che faccio un film senza dirigerlo. Ho accettato perché c’era Daniele Luchetti alla regia e mi rivedo molto nello spirito di Francesco Piccolo, che ha scritto il libro da cui è tratto il film. Però devo dire che è una sensazione strana non avere la situazione sotto controllo, non poter dire la mia su tutto.

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