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Perché La Tata era un’ottima sitcom, nonostante tutto

Oggi è mancata Ann Morgan Guilbert, l'attrice che ha interpretato Zia Yetta nella serie che ha ricevuto uno degli adattamenti più inspiegabili della tv italiana – uscendone comunque più o meno indenne

Oggi 16 giugno 2016 è morta Ann Morgan Guilbert, attrice americana apparsa in svariate sit-com e varietà comici dal Dick Van Dyke Show nel 1961 a Seinfeld nel 1996, ma che qui in Italia è conosciuta principalmente per il personaggio di Zia Yetta nella sit-com La Tata, una delle più replicate delle reti commerciali. Caso vuole che la morte della Guilbert arrivi un mese dopo la morte della sua doppiatrice italiana, Alina Moradei, doppiatrice anche di Angela Lansbury in La Signora in Giallo.

A proposito di doppiaggio: la storia dell’adattamento italiano di La Tata (in originale, The Nanny, e fino a qui…) è piuttosto nota, ma è sempre un piacere raccontarla, quindi la racconteremo un’altra volta. La protagonista della serie è in originale Fran Fine, ragazza del Queens che vive con la madre Sylvia e il padre Morty, figli entrambi di immigrati ebrei, che dopo essersi lasciata con il fidanzato e aver perso il lavoro trova un posto come tata nella casa di ricco produttore di musical di Broadway capitandoci per caso mentre vendeva trucchi porta a porta. In Italia, tolta la parte del fare la tata (e la storia d’amore che ne conseguirà – non venite ad accusarmi di spoiler), o il grosso dei personaggi che gravitano intorno al protagonista maschile Maxwell Scheffield, la protagonista femminile e la sua famiglia subiscono una sorta di “italianwashing”: Fran diventa Francesca Cacace, nata a Frosinone da famiglia cattolica e trasferitasi a New York dalla zia Assunta (la Sylvia di cui sopra) che accoglie la nipote (in originale, Fran nasce e cresce in America). Nessun riferimento alle origini ebraiche della famiglia, e ogni riferimento alla religione o a modi di dire tipici della comunità ebraica fanno riferimento al dialetto della zona della ciociaria da cui proverrebbe Francesca.

Il personaggio che risente di più dell’adattamento è proprio quello di Zia Yetta, la cui biografia viene rimasticata o nascosta. Yetta per il pubblico italiano è una zia anziana di Francesca e cognata di Assunta, mentre in originale è la madre di Sylvia e nonna di Fran. In Italia è un’immigrata polacca sul cui passato ci si tiene vaghi, mentre in originale le origini di Yetta vengono più volte sviscerate nei racconti stralunati dell’anziana e delle sue parenti, traendo un ritratto del personaggio tanto interessante quanto confuso: Yetta arriva in America via nave dalla Romania per poi viaggiare avanti e indietro tra USA e Europa ritrovandosi prima superstite nella tragedia del Titanic e poi nella Polonia invasa dai nazisti, da cui scappa il giorno dell’anniversario con suo marito Shlomo (detto Joe). A quel punto si trasferisce definitivamente negli Stati Uniti. Il fatto che Yetta sia ebrea è il motivo per cui alla fine Fran si ritrova a fare da tata alla famiglia Sheffield.

Guido Leoni, adattatore della serie fino alla quinta stagione, non ha mai parlato direttamente delle motivazioni dietro questo stravolgimento, ma la pratica è sempre stata fatta, l’unica differenza l’ha fatta l’arrivo di internet . Il doppiatore del maggiordomo Niles (tra i personaggi migliori de La Tata), Mino Caprio, intervistato su questo punto da Just Another Movie, dice: «Ti cito il film My fair lady come esempio: in lingua italiana hanno usato un dialetto, ma in lingua originale lei parlava un dialetto inglese, impossibile da riprodurre ricreando lo stesso effetto. Per La Tata, Guido Leoni, ha usato l’escamotage di render la tata una ciociara, potevano darle un altro dialetto, ma essendo una lunga serie non voleva stancare a lungo andare. Il risultato è comunque un successo, sia in Italia che in America». È che il successo di questa serie prescinde la questione linguistica. La Tata è un ottimo esempio di sit-com, per famiglie quanto le ultrabollite serie che si basano sul meccanismo marito scemo/moglie sveglia, ma che ha all’interno elementi cool, come i vestiti della donne della famiglia Fine (che hanno la stessa attenzione e ruolo dello styling di Will Smith in Willy il Principe di Bel Air), oppure come il sarcasmo di personaggi come Nigel e C.C. (che ricorda quello dei protagonisti di Will & Grace). Ok, non è innovativa come Seinfeld, o sagace come Frasier, e deve moltissimo a Golden Girls, che ha definitivamente sdoganato quanto facciano ridere le anziane, ma fa il suo. E l’ha fatto anche grazie a Zia Yetta. Vai e insegna agli angeli le paillettes.

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