‘Ocean’s 8’: Rapinateci!

Non è un remake, non è un sequel e nemmeno uno spin-off. Ma una storia di guardie e ladre, dove nessuno sente la mancanza di George Clooney. La nostra intervista al cast del film di Gary Ross

New York City, tarda mattinata. Brusio di passeggeri misto a scortesia, qualcuno allunga le mani. Poi, mentre esco dalla stazione della metropolitana tra Fifth Avenue e l’82a, nel pieno della Museum Mile (dove ci sono più musei che case), me lo ritrovo davanti. Imponente, iconico. Con 2 milioni di opere d’arte suddivise in 19 sezioni e 180mila metri quadrati calpestabili, il Metropolitan Museum di New York è una tappa obbligatoria per chiunque capiti nella Big Fucking Apple, una miniera d’endorfina infinita per chi cerca cultura e anche per chi preferisce i social current events – vedi alla voce Met Gala, 30k a biglietto.

Per la Bestia e i lettori di RS, invece, è “solo” la sede dell’anteprima stampa e delle interviste al cast di Ocean’s 8. Il film più atteso dell’estate non è un reboot in rosa dei tre precedenti maschili, ma una storia parallela interna alla stessa famiglia di Danny Ocean (George Clooney). Una storia che inizia con l’uscita di galera della sorella Debby (Sandra Bullock) e delle sue amiche. E che amiche: Cate Blanchett, Anne Hathaway, Rihanna, Mindy Kaling, Sarah Paulsen e Miss Teen New Face 2018, cioè la rapper e comica Awkwafina, che rivedremo in sala a breve con Crazy Rich Asian. Tutte dirette dall’esperto Gary Ross (Big, Hunger Games, Free State of Jones). Superato lo shock di vedere in una sola stanza così tanto cinema, maestria, innocenza e terrore, sotto con le domande.

Com’è nata l’idea di un film con un cast tutto al femminile?

Gary Ross: Sono amico di Steven (Soderbergh) da anni e abbiamo già collaborato insieme. Io l’ho aiutato sui set dei vari Ocean’s, lui ha diretto la seconda unità in Hunger Games. Quando mi è venuta in mente l’idea l’ho chiamato e l’ha trovata geniale, dicendomi che avrei dovuto parlarne a Sandy (Sandra Bullock), che in quel periodo stava girando Gravity con George Clooney, e che sarebbe stato geniale trasformarla in sua sorella. Anche a lei è piaciuta l’idea, ma si è assicurata di poter prima leggere la sceneggiatura. Cinque anni dopo, eccoci qua. Per me è un lavoro molto personale, so che è un film d’azione nato dalla costola di un’altro franchise, ma anche un progetto inedito nella storia del cinema.

Sandra: Sinceramente non pensavo che una storia del genere sarebbe davvero diventata un film. Era una bella idea, ma quando abbiamo iniziato a girare non era ancora scoppiato lo scandalo #MeToo. Abbiamo avuto reazioni miste e contrastanti nei confronti del progetto, non tutti erano ottimisti. George Clooney invece ha sempre supportato l’idea, lui è sempre ottimista ed è contento quando tutto funziona senza intoppi.

Cate: Un ensemble di sole donne non vende. Almeno questa è sempre stata l’idea di molti produttori, tutti uomini, e tutti al centro del potere. Effettivamente fino a tre anni fa l’idea era inimmaginabile, ma oggi l’unica domanda che ci poniamo è: “Cazzo! Perché non ci abbiamo pensato prima?”. Il mondo sta cambiando e, anche se lentamente, sta andando verso un futuro migliore. Crediamoci.


Quali saranno le conseguenze di #MeToo?
Cate: #MeToo è un movimento più importante di noi donne, molto più significativo di Hollywood. Riguarda anche gli uomini, ed è vitale che i media siano in grado di far evolvere la discussione pubblica, non solo per facilitare le donne, ma anche per non rischiare di rimanere affossati a parlare degli stessi argomenti negli anni a venire. Il punto di tutto questo casino è di raggiungere una certa parità nel campo del lavoro, e dobbiamo continuare a discuterne finché non succederà.

Awkwafina: È importante avere supporto dal sistema. Nonostante il successo di registe come Patty Jenkins, Greta Gerwig e Ava DuVernay, solo il 3% dei film che escono quest’anno sono diretti da donne. Senza nulla togliere a Gary, regista straordinario che ama le donne e che ha voluto raccontare questa storia. Senza di lui non sarebbe mai stato possibile.

Anne: Questo film è incredibile per vari motivi, soprattutto perché non dobbiamo sottovalutare il potere che l’immagine ha nei confronti delle nuove generazioni. Se le bambine di oggi crescono guardando film come questo, forse domani per loro sarà più normale vivere in un mondo dove esiste l’uguaglianza lavorativa, sessuale e di qualsiasi altro tipo. Il cinema può cambiare la mentalità delle persone, anche quelle da sempre escluse dalla Storia.


Per chiunque voglia rispondere: credete che sia l’inizio di un nuovo trend? Film corali maschili, trasformati al femminile…

Cate: Questo non è un remake e non è uno spin-off. Diciamo che è un film con un passato ma che adesso ha una vita autonoma. L’unico modo per poter rispondere a questa domanda è… andate a vederlo e poi ne parliamo.

Se le bambine di oggi cresceranno con film come questo, forse domani abiteremo in un mondo dove esiste l’uguaglianza

Uno degli aspetti più interessanti del franchise originale è proprio il profondo rapporto di amicizia che esiste nel cast. Nel vostro caso come avete legato?

Sandra: Ci siamo trovate subito bene, nessuna di noi ha fatto la diva. Dopo aver lavorato tutto il giorno, ci trovavamo la sera per mangiare o bere tequila, il mio drink preferito. Abbiamo capito subito che potevamo essere oneste e sincere senza problemi di gelosie. Poi, ovviamente, i media hanno inventato storie di litigi, tutti volevano metterci contro per ragioni stupide, ma non è mai successo. L’atmosfera tra noi era molto spontanea, è stata una bellissima esperienza, mai avrei mai immaginato che saremmo riuscite a creare un legame così profondo.


Anne: Non mi sono mai sentita sola o esclusa, ognuna di noi è stata libera di condividere le proprie idee ed esperienze senza aver paura di essere giudicata. Inizialmente ho esitato ad accettare il ruolo perché avevo partorito da poco ed ero sovrappeso. Gary mi ha aiutato tantissimo dicendomi che c’erano otto donne nel film e che voleva assolutamente avere attrici con corpi diversi. Quando ho incontrato Rihanna mi ha squadrata e mi ha detto che finalmente avevo messo su un bel culo, proprio come il suo!

Awkwafina: Sì, Gary ci ha tenuto molto a rappresentare accuratamente questo gruppo di donne, sottolinearne la diversità non solo del colore della pelle, ma come persone con caratteri ben distinti. Spesso vedi gente di colore messa lì solo per fare vetrina. In Ocean’s 8 io sono una newyorkese del Queens, e il mio essere asiatica non ha niente a che vedere con la storia, non mi definisce come persona. Credo che questa sia la direzione giusta da seguire, soprattutto se noi donne vogliamo ottenere parità razziale e di genere.

Gary, sei riuscito a convincere tutte le attrici che volevi nel film?
Gary: Sì, al 100%. Sandy è stata la prima a essere coinvolta e partendo da lei abbiamo iniziato a pensare a chi potesse bilanciare la sua personalità. È come quando organizzi una cena, non puoi invitare la gente a caso, altrimenti cambia totalmente la dinamica della conversazione. È stato un processo che si è evoluto naturalmente: quando ho incontrato Mindy Kaling non sapevo che fosse cresciuta in una comunità di indiani del Queens famosa per la sua industria di gioielli. Da questi dettagli ho delineato il suo personaggio, e lo stesso è successo con Rihanna: la sua eredità creola mi ha permesso di dare al suo personaggio uno stile à la Bob Marley, i capelli e il modo in cui si veste rappresentano la sua eredità culturale.

Il film è molto glamorous. Come avete scelto lo stile dei personaggi?
Cate: Siamo donne e ci piace vestirci bene, anche se il film non è assolutamente un fashion show. Lo stile rappresenta i vari caratteri e tutti hanno un’i- dentità ben definita. Solo per me la costumista ha creato più di 40 look diversi ispirandosi alla scena newyorkese di inizio anni ’70 e ne anni ’80, quando il rock incontrava la new wave e Keith Richards si evolveva in Debbie Harry. Un bel mix, molto adatto alla mia personalità.

Sandra: Tutti i designer sono stati molto generosi e hanno collaborato per soddisfare le nostre richieste. Il mio vestito per il Met Gala, disegnato da Alberta Ferretti, ha degli accorgimenti fatti per quando ruberemo e… (viene improvvisamente zittita da un balzo di Cate, che le impedisce di parlare, nda). OK, ok, ok non dico nulla. Il vestito richiedeva determinate misure, taglia e colore visto che devo rendermi invisibile. I ricami dell’abito hanno un tema acquatico, con piastre di ricci di mare, stelle marine e onde, visto che mi chiamo Ocean… Molto bello.

Anne: Io avrei voluto indossare tutto quello che aveva Cate, soprattutto i pezzi in velluto di Burberry. Per la serata al Met indosso Valentino, un abito stupendo. È stato un evento unico e indimenticabile.

A quando l’atteso sequel?
Sandra: A me piacerebbe molto, ma è presto per dirlo…
Cate: Se ci sarà, non so se sarò disponibile… Sai com’è, ho sempre da fare, ruoli importanti, scelte sociali, battaglie da portare avanti…

Si alzano ridendo.
E, così com’erano arrivate, se ne vanno.

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