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Le pagelle di giovedì: ci volevano le cover per risollevare Sanremo

Anche per la terza serata arrivano le pagelle della nostra Sanremo Appreciation Society: sul palco dell'Ariston è il turno delle cover, tra interpretazioni sorprendenti e disastri da mani nei capelli

Terza serata. La bacheca della Sanremo Appreciation Society, intorno alle 21, si apre con una boutade: «Facciamo una band, chiamiamola Nduja! E con una canzone contro la società, il prossimo anno, vinciamo noi Sanremo!». Ecco, sono fantasie, chimere, spruzzi e fiumi di parole, magari poco comprensibili, ma si dà il caso che in quei minuti siamo stati esposti a un verso come questo di Tommaso Pini (Nuove Proposte): “Le persone ansia e sapone”. Clownerie sanremese o in Tommaso c’è una goccia di Syd Barrett? Comunque sia, shine on you crazy Tommaso, ci hai spalancato le porte di una serata bellissima (e lunghissima), in cui ci siamo molto divertiti. Specie nella prima mezz’ora, quando, tra le altre cose, Maria De Filippi ha trovato il modo di salire in cattedra e darci una piccola lezione di semiotica televisiva: non era un bacio quel bacio tra lei e Robbie Williams, ma un ‘KissCam’, come lo chiamano nella tv americana, dove c’è sempre un momento KissCam, con la camera che stringe su due che si baciano. Ma andiamo a vedere le canzoni, vero pane e salame della SAS.

“Canzone per Federica” di Maldestro (voto 4,5)
È il tipico brano che divide. E così succede anche per la SAS. È una canzone d’autore il cui patetismo smorza la bella atmosfera, ma è pure, va detto, un pezzo con un testo che tiene a solenne distanza quelli degli altre tre nuove proposte. Si prende sul serio, sale con questo look ipercantautorale e non riusciamo a prenderlo troppo sul serio.

“Cose che danno ansia” di Tommaso Pini (voto 3)
Nella SAS siamo un po’ così: se vediamo qualcuno che proprio sembra non farcela per niente ma in modo autentico e non posticcio, alla fine diciamo sì. Il pezzo di Tommaso Pini, il fan di Tim Burton di questo Festival (ogni tot ne spunta uno), ci fa orrore e prende voti bassissimi ma Tommaso (subito soprannominato ‘Paolo Pini’, come la struttura dalle parti di Milano dismessa ai tempi della Legge Basaglia) vista la forte componente crazy, alla fine ci fa abbastanza simpatia. Dettaglio: questo pezzo nasce da un attacco d’ansia che alcuni mesi fa colpisce Tommaso mentre sbaglia direzione in metropolitana a Londra.

“Insieme” di Valeria Farinacci (voto 4)
La cifra di Giuseppe Anastasi, storico – se così possiamo dire – autore di Arisa, è piuttosto evidente ma anche dal risultato non troppo soddisfacente. Alla fine di Valeria ci resta solo quel verso sul panificio che ci sembra una gran bella metagag, visto il cognome.

“Ora Mai” di Lele (voto 5)
Scopriamo solo stasera che Lele è il fidanzato di Elodie. Bene. Ci sembra anche l’unico fatto sostanziale relativamente alla sua presenza al Festival con un pezzo che, beh, non ci convince proprio. Voto non bassissimo ma percezione di noia e momento caffè preventivo. Bene così. 

“Diamante” di Zucchero Chiara (voto 7)
C’è Mauro Pagani sul palco a suonare, al fianco di Chiara, le parti più world di questo grande e famoso pezzo di Zucchero, co-scritto anche da De Gregori, il nome che più ritornerà in questa serata di cover d’autore. Chiara prende il pezzo e lo piega perfettamente al proprio rigore, la percezione generale è che manchi qualcosa, forse un po’ di calore?

“Amara terra mia” di Domenico Modugno Ermal Meta (voto 9)
Il miglior momento strettamente musicale del festival, all’interno della migliore mezz’ora vista fino a questo momento. Si ironizzava sulla possibilità di una cover Metal ma si sbarrano infine gli occhi di fronte a questa pazzesca esibizione di Ermal Meta con questo pezzo di Modugno (ed Enrica Bonaccorti, autrice anche di parte de La Lontananza, più nota al grande pubblico) una tarantella classica ma presto magica, che si spalanca classicamente e, nell’interpretazione di stasera, diventa quasi un duetto, con un falsetto da brividi e vaga eco di Beirut. Postcards from Italy, infatti.

“Le mille bolle blu” di Mina Lodovica Comello (voto 3,5)
Pretenziosetta, la ragazza, non ha uno straccio della voce di Mina ma peggiora la sua già precaria situazione mettendo in scena il frammento di ciò che la fa sentire a casa, un micro musical danzereccio su questa che, da come viene qua riletta, sembra essere la canzone sbarazzina del caso. Il pezzo ne esce storpio, stroncato, lo charme di cui si fregia qua sembra distante anni luce.

“Pregherai” di Adriano Celentano Al Bano (voto 5)
Il pezzo nell’adattamento italiano non convince già di per sé una parte della SAS, pazienza, siamo curiosi di ascoltare cosa ci farà sopra Al Bano. La versione ci pare un edit da varietà, qualcosa di più adatto al momento jam di ferragosto alle Tenute Carrisi che al palco dell’Ariston. Rileviamo, inoltre, come tutto ciò che ruota intorno ad Albano, al momento, sia la costruzione continua di chiuse e passaggi che gli concedano di esprimersi in un bell’acuto dei suoi. Empatizziamo dunque, ma dura poco.

“Sempre per sempre” di Francesco De Gregori Fiorella Mannoia (voto 8)
Abbiamo visto poca gente muoversi sul palco di Sanremo con la disinvoltura di Fiorella Mannoia, qualcosa di innato e insieme derivato da anni di esperienza e rigore stilistico, insieme autorevole eppure osservatore innato. Lo stesso discorso vale per questa cover di quello che, forse, è l’ultimo classico di De Gregori, uno con cui la Mannoia ha duettato così tanto che ci sembra l’abbia sempre fatto in vista di questo momento di dolce pattinaggio sul burro.

“Un giorno credi” di Edoardo Bennato Alessio Bernabei (voto 3)
Bernabei fa del brano una versione più confidenziale, intima, con un pianoforte gocciolante in primo piano. Del resto è una canzone che si rivolge a chi ascolta, dandogli del tu. Ma la SAS non abbocca.

“Un’emozione da poco” di Anna Oxa Paola Turci (voto 7/8)
Versione very rock, con riff e chitarroni in pesante evidenza (in sintonia con l’agenzia battuta poco prima delle 20: +++ Gentiloni : “Amo i Clash”). E poi ci piace la faccia di Paola quando, sull’ultima nota, sparisce di colpo la rabbia ed esce il sorriso più sincero. Certo, la voce venusiana di Anna Oxa è un’altra cosa e l’arrangiamento ne esce parecchio spappolato. Tipico esempio di: tentativo di modernizzazione che uccide il gran gusto dell’arrangiamento originale. Roba da Festival 2017, insomma.

“L’immensità” di Don Backy Gigi D’Alessio (voto 6/7)
Arrangiamenti da Bond movie, che senz’altro banalizzano il pezzo e lo portano da qualche altra parte. Bello però il momento in cui D’Alessio si siede al pianoforte ed entra con tutto il corpo dentro la massa del brano. La SAS apprezza.

“Susanna” di Celentano Francesco Gabbani (voto 4)
Il pezzo inizia in modo interessante e contemporaneo. Sembra di sentire qua e là un trattamento dub, ma il problema è anche la presenza, la performance. «Gabbani è sicuramente il preferito di Gianluca Vacchi», dice qualcuno. «Gabbani è quello che in spiaggia ti schizza l’acqua mentre stai leggendo cercando di obbligarti a partecipare all’aperitivo», dice qualcun’altra. Si, è così.

“Minchia signor tenente” di Faletti Marco Masini (voto 7/8)
La SAS ascolta, se non rapita, per lo meno più gratificata di quanto non sia accaduto nella serata di mercoledì, quando Masini aveva un po’ deluso. Una buona parte dei SASsers visualizza la propria infanzia mentre va questo pezzo di Faletti, un piccolo momento di generale movimento tellurico dei sentimenti o, forse, piccola nostalgia.

“Se tu non torni” di Miguel Bosè Michele Zarrillo (voto 6)
Sufficienza, ma probabilmente quando saremo on line e ci starete leggendo questi fuggevolissimi minuti saranno già evaporati.

“Quando finisce un amore” di Riccardo Cocciante Elodie (voto 5)
Non riusciamo a capire che cosa abbiamo ascoltato. Boh. Siamo stanchi ed è onesto riportarvi questo generale, assoluto momento di down.

“Ho difeso il mio amore” di Nomadi Samuel (voto 6)
Un brano meraviglioso e appassionato, versione italiana di Nights in white satin dei Moody blues, ma Samuel non entusiasma e, calcolatrice alla mano, si prende un esangue e pallido 6 di media.

“Vorrei la pelle nera” di Nino Ferrer Sergio Sylvestre (voto 5)
Quel pasticciaccio brutto di Vorrei la pelle nera in medley con Black or White di Michael Jackson: no, per la SAS l’esperimento non funziona e la simpatia che proviamo tutti per Sergio stavolta non aiuta. Dispiace.

“La leva calcistica della classe ’68” di Francesco De Gregori Fabrizio Moro (voto 4)
Un classico, ma Moro sembra non l’abbia capito molto a fondo, visto che la sua interpretazione è grezza, cruda, arrabbiata e la canzone, invece, ha tratti dolci, imprescindibili. Gli diremmo: perché fai così, Fabrizio?

“La stagione dell’amore” di Franco Battiato Michele Bravi (voto 7)
Sacrificato il loop di battito cardiaco che Battiato pose come base perpetua sotto il cantato di questo capolavoro della musica italiana, Michele Bravi porta personalità d’interpretazione e un po’ di freschezza autentica. Cosa non va allora? Lo troviamo un po’ graffiato nel cantato, a tratti ci sembra abbia ingoiato Noemi (quella coi capelli rossi, vi ricordate?)

Cosa ci è piaciuto
Il medley del Piccolo coro dell’Antoniano di Bologna (mentre a Bologna studenti e polizia si erano appena menati) con quei bambini meravigliosamente ammaestrati dalla più gradevole e illuminata delle dittature. E all’inizio ci è pure sembrato di sentire un moog suonato da Jean Jacque Perry. Stavamo sognando? Comunque i primi minuti di vera musica al Festival ce li hanno regalati questi ragazzini con classici più classici di qualsiasi brano di Sanremo degli ultimi, ehm, almeno 10 anni.

Cosa non ci è piaciuto
La camicia nera, la cravatta nera, la giacca nera e la pelata di Crozza: si, sembrava sceso da un pullman per Predappio. E poi: Luca e Paolo e quel pessimo siparietto con l’elencone, il peggior momento di scrittura televisiva al Festival, ormai da troppi anni, una cosa che andrebbe studiata in qualche tesi di laurea per poi archiviare per sempre la questione dell’elencone dalla riviera.

***

Un altro episodio divertente vide protagonista Morandi. Nei ryokan esistevano piscine piene di acqua bollente che i giapponesi si versavano addosso con un piccolo recipiente, per abituarsi all’elevata temperatura. Io, Fidenco e altri, a causa del calore davvero assurdo, non riuscimmo a farci il bagno. Ebbene, Gianni – che non sapeva nulla –, urlando com’era solito fare, entrò di corsa dentro una di quelle piscine. L’urlo di gioia si tramutò immediatamente in urlo di dolore e lui uscì dall’acqua tutto rosso. Ci vollero alcuni minuti prima che riuscisse a riprendere a respirare normalmente.

Da Questa sera canto io. Splendori, miserie, passioni, tradimenti, segreti e trasgressioni in 50 anni di canzone italiana, Adriano Aragozzini, La nave di Teseo, 2017.

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