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La stagione calda delle serie tv

Vicepresidi falliti, giovanotti incastrati, sommelier in rovina, nerd scomparsi, vigilanti anarchici. L’estate davanti allo schermo non è più soltanto repliche stantie e film di Totò

Un'immagine della prima stagione di "Stranger Things"

Un'immagine della prima stagione di "Stranger Things"

“VICE PRINCIPALS” di HBO

Per la maggior parte delle persone, le scuole superiori rappresentano una pena passeggera. Per Neal Gamby, invece, sono diventate la fossa senza fondo che si è scavato con le proprie mani. L’unica cosa che lo fa andare avanti è il sogno di dirigere, un giorno, proprio quel posto che odia. È l’insegnante più patetico che abbiate mai visto – soprattutto perché è interpretato da Danny McBride, capace di rendere Gamby una figura comica degna di Kenny Powers, il debosciato con mullet che aveva perfezionato in Eastbound & Down. È tutto merito di McBride se Vice Principals è la migliore commedia tv di questa estate: il suo personaggio mixa perfettamente disperazione di mezza età e la rabbia da piccolo tiranno frustrato in gilerino blu.
All’inizio di Vice Principals, il preside di un liceo del South Carolina, prossimo alla pensione (Bill Murray, in un cammeo geniale), fa giurare ai suoi vicepresidi un patto di non belligeranza – mentre, di nascosto, i due si mostrano il dito medio. Il rivale di Gamby nella corsa all’ambito ruolo è Walton Goggins (Justified, The Hateful Eight), nei panni di un orrendo, untuoso dandy col cravattino. Entrambi i vice farebbero carte false per diventare il numero uno, ma restano bruciati quando vengono lasciati a bocca asciutta da un terzo pretendente. Come insulto definitivo, a Gamby viene subito ordinato di svegliarsi presto ogni mattina per dare lezioni di guida nel parcheggio della scuola. Lezioni di guida? Allora questo nuovo preside vuole la guerra. McBride è semplicemente fantastico: dalla sua, Kenny Powers aveva almeno un po’ di quella stronzaggine che gli consentiva di tirare avanti. Ma Gamby è un personaggio molto più dark, ben consapevole dell’odore di fallimento che diffonde. La sua idea sul modo migliore per modellare le menti del futuro è questa: “Sapete cosa succede ai ragazzi della vostra età che si fanno troppe canne? Crescono le tette! Enormi tette da tacchino, che arrivano fino alle ginocchia!”.

“THE NIGHT OF” di HBO/SkyAtlantic

Come tante altre storie criminali di New York, anche questa comincia con una brava persona che non ha mai fatto una follia nella sua vita – prima di questa sera. Un tranquillo universitario del Queens, di origini pakistane, prende in prestito il taxi di papà per andare a una festa, ma la serata prende una piega spaventosa quando dà un passaggio a una misteriosa ragazza, con cui finisce a letto. Dissolvenza al nero. Poi il protagonista si sveglia accanto al cadavere della ragazza. È stato lui a ucciderla? Oppure qualcuno ha voluto incastrarlo? The Night Of, scritto da Steven Zaillian e dal maestro del noir Richard Price, deve la sua tensione al caratteraccio dei due duri che ruotano intorno al caso. John Turturro è fantasticamente sordido nel ruolo dell’avvocato difensore pronto a tutto. Bill Camp è al tempo stesso maniacale e trasandato, nei panni del detective convinto che le mani del ragazzo siano macchiate di sangue. In confronto a loro, il tenente Colombo sembra James Bond.

“FEED THE BEAST” di AMC

La rinascita di David Schwimmer non dà segno di volersi fermare. Fresco della prova migliore della sua carriera come patriarca del clan Kardashian in American Crime Story, ritorna con una truce storia a base di mafia e ristoranti. In Feed the Beast è un vedovo che si definisce “un sommelier che sta cambiando ristorante”, un modo carino per dire che ha un problema con l’alcol. La sua vita è andata in frantumi un anno prima, quando sua moglie è stata uccisa e suo figlio, per il trauma, ha smesso di parlare. Il suo amico cocainomane Dion (Jim Sturgess), appena uscito di prigione, ha un piano folle: farsi di nuovo strada nello spietato mondo della ristorazione, aprendo un locale nel loro quartiere (“Il Bronx è il nuovo Brooklyn”, continua a ripetere, speranzoso). Feed the Beast è in parte food porn, in parte poliziesco, ed è carico di un’inaspettata atmosfera dolente.

“ROADIES” di Showtime

Cameron Crowe ha creato questa storia di nobili roadies (i tecnici che viaggiano in tour con le band) basandosi sulle proprie fatiche degli anni ’70, quando per Rolling Stone raccontava le imprese di gruppi come Eagles e Allman Brothers. Luke Wilson è il tour manager di una rock band da stadio di nome (molto 1974) Stanton-House Band. Carla Gugino è la briosa producer e Luis Guzmán è l’autista di bus-filosofo. È il terreno ideale per la poetica di Crowe, che ancora una volta è bravo a catturare la noia, le chiacchiere e le manie di queste vite condivise on the road.

“STRANGER THINGS” di Netflix

1983: un ragazzino maniaco di fumetti, che vive in una cittadina dell’Indiana, un giorno sparisce senza lasciare tracce. Sua madre, che fino a quel momento è stata assente a causa del troppo lavoro (Winona Ryder), si mette in cerca di risposte. Il problema è che presto la scomparsa del figlio inizia ad assumere i caratteri di una cospirazione governativa, che coinvolge alcuni individui pericolosi (uno di questi è interpretato da Matthew Modine). Stranger Things è un affettuoso omaggio alla cultura geek degli anni ’80 – gli amici del ragazzo cercano di risolvere il mistero utilizzando i loro walkie talkie, e parlano con un linguaggio in codice pieno di riferimenti al Signore degli anelli, a Dungeons & Dragons e al numero 134 di X-Men. Ma l’intrigo si infittisce quando incappano in una strana bambina, con il cranio rasato e dotata di poteri sovrannaturali.

“MR. ROBOT” di USA/Mediaset Premium Stories

La migliore serie tv della scorsa stagione era come uscita dal nulla – cioè, era uscita per USA Network, che è praticamente la stessa cosa. Rami Malek ritorna nella parte di Elliot, un giovane hacker reclutato da una cellula anarchica underground con sede a Coney Island, che si fa chiamare “F-Society” e si dedica a sabotare le grandi corporation. La seconda attesissima stagione riprende da dove ci eravamo lasciati, dopo che F-Society è riuscita a gettare l’economia mondiale nel caos. Christian Slater è di nuovo il Mr. Robot del titolo, che gioca un ruolo ambiguo nella mente instabile e alterata dalle droghe di Elliot – “un loop infinito di follia”, come dice lui. Questo fantasy punk firmato Sam Esmail, visivamente splendido, non ha intenzione di riposare sugli allori: la seconda stagione vede l’arrivo di Craig Robinson, di Grace Gummer (Frances Ha), e del rapper Joey Bada$$, mentre BD Wong approfondisce il ruolo dell’hacker trans Whiterose, leader della Dark Army. E grazie a un uso intelligente degli effetti speciali, tipico della serie, c’è addirittura il cammeo di un signore chiamato Barack Obama.