I 10 flop del cinema italiano del 2016 | Rolling Stone Italia
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La “flop ten” 2016 del cinema italiano

Era un po' difficile dire quali siano stati i film più brutti dell'anno (anche perché spesso sono praticamente sconosciuti), così abbiamo scelto le pellicole italiane che hanno deluso le nostre aspettative

Una scena da "La cena di Natale" di Marco Ponti

Una scena da "La cena di Natale" di Marco Ponti

Ci siamo. Fine anno e scattano le classifiche, dalle cose per cui vale la pena vivere alle Wags (per cui in effetti vale la pena vivere), dai segni zodiacali ai bomber (nel senso più ampio del termine) tutto può entrare nelle graduatorie che riempiono pagine, siti, trasmissioni radiofoniche e persino tv. E il cinema ne sforna a più non posso: i migliori film del 2016, i migliori lungometraggi che iniziano per F, le migliori commedie vegane, i migliori drammi in costume. Da bagno. Noi abbiamo deciso di offrirvi una graduatoria scomoda. La “Flop Ten”. Non i peggiori film del 2016 – altrimenti ne avremmo dovuti mettere alcuni sconosciuti, ma inguardabili – ma quelli che hanno deluso le nostre aspettative. A volte coincidono con i peggiori, altre no, ma il dolore per il mancato godimento è più forte di tutto. Noi vi raccontiamo qui quali sono state le nostre delusioni, almeno per quanto riguarda il cinema italiano.

Fai bei sogni di Marco Bellocchio

Ora, intendiamoci, Bellocchio che adatta Gramellini è come pretendere che Bruce Springsteen canti Biagio Antonacci. Detto questo, uno dei più grandi registi italiani poteva anche riuscire nel miracolo. Il punto è che fa la scelta più sbagliata, ovvero quella di sposare toni e sentimenti del giornalista, in una biografia emotiva che perde da subito il suo colpo di scena e anche un intimismo che sulla pagina scritta (forse) funzionava. La scena scult è quella di Caprino e Mastandrea (che con il loro talento ce la mettono tutta per tenere in piedi il tutto, nel film sono padre e figlio) a Superga: invecchiati, con un trucco e parrucco da Razzie Awards che fa rimpiangere quello del finale de La meglio gioventù. Gramellinoso.

Tommaso di Kim Rossi Stuart

Dopo il gioiello Anche Libero va bene, il più intellettuale dei nostri attori (insieme a Gifuni), l’esordiente più folgorante del nostro cinema non aveva più girato film. Questo è il tentativo autoironico, autobiografico, autolesionista di superare lo scoglio del secondo film (ricordate Troisi e Ricomincio da tre? Si riferiva a questo). Pare sia stato un anno a rimontarlo, il risultato è un’accozzaglia di intuizioni e intenzioni confusa e a tratti grottesca. Fa bene l’incantevole (ma qui giustamente esasperata) Jasmine Trinca a mollare subito il protagonista, avremmo dovuto farlo pure noi. Autoreferenziale.

Sempre meglio che lavorare dei The Pills

No, ve lo confermo, non mi hanno scopato nessuno i The Pills, che continuo a trovare simpatici, pieni di talento e con un ottimo futuro davanti. Tanto che, anche in questo papocchio di film, si salvano ottimi momenti di regia di Luca Vecchi e una Margherita Vicario deliziosa. Ma è difficile passare dalle pillole web al grande schermo, lo sa bene Maccio Capatonda che per il suo esordio ci ha messo anni. Intendiamoci, sono in ottima compagnia: pensate a Zoro e ad Arance e Martello due anni fa. Molto meglio, non a caso, trailer e i video con attori amici per lanciare il film. Permalosi.

Questi giorni di Giuseppe Piccioni

Beh, l’impressione è che il regista de Il grande Blek (dopo 30 anni, ancora il suo miglior film), Fuori dal mondo e Luce dei miei occhi abbia deciso di provarsi in imprese che non pensavamo facessero parte dei suoi interessi. Ed ecco che lo troviamo a capo del Roma Fiction Fest e a Venezia con un teen movie. Esperto di giovani donne appena uscite dall’università e di serie tv non ce lo immaginavamo. A vedere questo film – dove tira fuori buone attrici, va detto – avevamo ragione. Inadeguato.

Non c’è più religione di Luca Miniero

Miniero è il re moderno della commedia campanilistica, degli equivoci, delle integrazioni improbabili. Il problema è che se racconti sempre la stessa storia, quella, a un certo punto si consuma. E ti consumi tu, a raccontarla, a usare sempre gli stessi schemi (Sud e Nord, che siano dell’Italia o del mondo) con piccole variazioni sul tema, dalla scuola alle religioni. Sulla carta, per carità, si poteva anche ridere e qualcosa qui e là la grande e buffa guerra di religione la offre. Miniero, Petraglia e Smeriglia sembravano un trio interessante, ma scrivendo si sono tutti appoggiati sulle loro sicurezze, invece che stupirci. Né spirituale, né spiritoso.

In guerra per amore di Pierfrancesco Diliberto

Per Pif non scomodiamo Troisi, ma Caparezza che canta “Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista”. Ecco, se l’esordio è La mafia uccide solo d’estate, diventa impossibile. Se tu poi provi a cambiare tutto solo come collocazione temporale, ma poi cerchi di usare la stessa modalità narrativa senza l’intuizione dell’“altezza bambino”, trovi solo “la copia di mille riassunti” (citando Samuele Bersani) e non la folgorante storia che ha conquistato tutti. Non c’è qui il gioco del paradosso, ma solo una lezioncina, l’ironia rovesciata non riesce, tanto da aver bisogno dello spiegoncino finale. Da alunno scapigliato del cinema, Pif si fa maestrino. E soprattutto ci fa sospettare che oltre Il testimone e la grande intuizione di scrittura (di Astori e Martani, non solo sua) della prima tappa della sua carriera cinematografica, ci sia poco. Speriamo di no, il ragazzo è arguto e ha sensibilità creativa, non merita di scimmiottare l’ultimo pessimo Benigni (che non a caso ha smesso di fare cinema), ma la pigrizia è un difetto esiziale al cinema. Indolente.

Pericle il nero di Stefano Mordini

È l’opera che con più sofferenza è entrata in questa classifica. E forse, un giorno, chi scrive se ne pentirà. Pericle il Nero, un tempo, doveva essere fatto da Pietro Taricone come protagonista e Francesco Patierno come regista. Doveva essere duro, disturbante, devastante. Tanto che non riuscì a essere prodotto. Ora è finito tra le mani di un cineasta di talento come Mordini, di una produttrice ispirata come Valeria Golino, sulle spalle di un attore sottovalutato e coraggioso come Riccardo Scamarcio. Eppure, non funziona. La storia di Pericle Scalzoni, non poteva essere raccontata con compromessi artistici, contenutistici, etici, estetici. Il romanzo di Giuseppe Ferrandino, un capolavoro, meritava più incoscienza. Alla fine vien fuori un noir esistenziale tra The Iceman e Senza nessuna pietà, in cui Scamarcio non ha l’opportunità di scendere nel fango del suo personaggio con il talento che gli conosciamo (l’interessantissimo e sconvolgente coté sessuale del libro viene praticamente ignorato). Impotente (questa la capite solo se avete letto il libro).

La cena di Natale di Marco Ponti

Guardo Scamarcio, Laura Chiatti e Marco Ponti e soffro. Il primo dovreste vederlo a teatro o quando recita all’estero (o per Placido) per capire quanto sia bravo. Lei con Francesca Comencini e Paolo Sorrentino ha (di)mostrato di non essere solo bellissima e sventata nelle interviste, ma capace di proporti personaggi femminili profondi e spezzati. Ponti con Santa Maradona e Andata+Ritorno era la commedia italiana quando di fatto non ne esisteva più una. Moderno, internazionale, pieno di ritmo e visione, capace di tirare fuori il meglio dagli attori (e da un altro genio come Libero De Rienzo). Ora vedi questo film e ti chiedi: cos’hanno fatto di male per meritarlo? Non c’è neanche la feroce ironia di Bianchini a salvarci e salvarli. E dire che il primo capitolo della minisaga polignanese, Io che amo solo te, ci era pure piaciuto. Poco, ma abbastanza da non fuggire dalla sala. Imbarazzante.

Fuga da Reuma Park di Aldo, Giovanni e Giacomo

Ecco, lo confesso, sono abbastanza vecchio da ricordare Aldo, Giovanni e Giacomo quando ti impedivano di respirare per le risate. Quando erano un incrocio tra Stanlio e Ollio e i Monty Python, con le debite proporzioni ma neanche troppo. Quando ci hanno insegnato come il corpo potesse essere narrazione, destrutturazione comica, opera d’arte e di commedia. Quando ci costringevano a riscrivere la grammatica della comicità. Poi, è finita. Si sono spenti, hanno provato a riaccendersi. Niente. Hanno riproposto imitazioni di se stessi fino a stremarci e ora, coraggiosamente ma forse anche involontariamente, celebrano il funerale del proprio immaginario. Sì, perché Fuga da Reuma Park lo è, un’opera surreale e sbagliatissima che vorrebbe essere autoironica nel giocare sulla loro fine. E che diventa tragicamente autobiografica. Straziante.

La macchinazione di David Grieco

Trattare di Pasolini, lo ha dimostrato Abel Ferrara, al cinema poi, è tra le cose più difficili che si possano fare. Grieco con la sua sensibilità di narratore che vedemmo nel bellissimo Evilenko sa muoversi in alcuni momenti con bravura e originalità e anche alcuni sprazzi visivi sono notevoli. È l’insieme dell’opera che crolla sotto il peso dell’impresa, della complessità del tema e delle ambizioni del cineasta. A cui comunque va riconosciuto un coraggio non comune.