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‘La diseducazione di Cameron Post’ farà sentire più di un adolescente meno solo

Il film funziona perché racconta la realtà chiusa e di costrizione delle terapie di conversione degli omosessuali senza trasmettere una sensazione di claustrofobia a chi lo guarda.

Montana, 1993. La sera del prom, Cameron Post si mette in posa accanto alla sua migliore amica Coley e ai loro ragazzi per la tradizionale foto di coppia. Sorride. Poi arriva alla festa, balla, si annoia e si chiude in macchina con Coley. Le ragazze si baciano ma all’improvviso nel buio arriva il suo ragazzo e apre lo sportello. Cameron cade per terra, Coley non riesce a muoversi dal sedile.

Inizia così La diseducazione di Cameron Post, vincitore del Gran Premio della Giuria al Sundance e secondo film di Desiree Akhavan, tratto dal romanzo omonimo di Emily M. Danforth, nelle librerie italiane per Rizzoli. Dopo l’esordio nel 2014 con Appropriate Behavior, dove interpretava la protagonista bisessuale, “una versione alternativa di se stessa”, la regista americana di origini iraniane che ha attirato prima l’attenzione di Lena Dunham – che le ha dato una parte in Girls – e poi di Channel 4 – che le ha commissionato una serie in sei puntate, The Bisexual –, continua ad esplorare il tema della sessualità, e lo fa con un film intelligente e senza moralismi, sorretto da una sceneggiatura mai banale, firmata insieme alla sua produttrice italiana Cecilia Frugiuele.

Se nell’ultimo film dove l’avevamo vista, Suspiria di Luca Guadagnino, Chloë Grace Moretz appariva all’inizio e riappariva – quando ormai avevamo perso la speranza di incontrarla di nuovo – alla fine, in La diseducazione di Cameron Post interpreta un ruolo da protagonista rischioso con uno stile asciutto e guida la storia per 90 minuti. Dopo la sera del ballo, Cameron, che ha perso i genitori in un incidente stradale e vive con la zia, viene spedita a God’s Promise, un centro religioso dove un omosessuale “guarito”, il timorato reverendo Rick (John Gallagher Jr.) e la sua salvatrice, la sorella e dottoressa Lydia Marsh (Jennifer Ehle in tonalità algida Tilda Swinton), promettono di curare ragazze lesbiche e ragazzi gay dalla “SSA”, la “same sex attraction”.

Le chiamano “terapie di conversione” o “terapie riparative”, esistono davvero e sono state inventate, con un certo seguito, dallo psicologo statunitense Joseph Nicolosi, morto l’anno scorso. E in alcuni stati sono state dichiarate illegali perché non riparano, fanno danni. Quando Cameron arriva al centro il reverendo le controlla la valigia, le toglie l’unica cosa che ha portato con sé – la musicassetta di Last Splash dei Breeders – e le consegna il foglio che viene dato a tutti i nuovi arrivati del campus, a sinistra è disegnata una nave con a bordo la Famiglia, gli Amici e la Società, a destra un iceberg diviso in due: la punta dell’iceberg è l’attrazione per lo stesso sesso di Cameron, la base rappresenta le cause della sua “gender confusion”, che sarà lei a dover individuare.

Ma non c’è nessun “problema più grande” da aggiungere sul fondo dell’iceberg, perché l’iceberg non esiste. Non si può definire l’orientamento sessuale di una persona con un rapporto di causa ed effetto. Ma è quello che pretende di fare lo staff di God’s Promise, che giudica gli adolescenti da convertire secondo un sistema che non ha fondatezza e che attribuisce colpe e assegna punizioni. Se la compagna di stanza di Cameron, Erin, è lesbica perché ha visto troppe partite di football con il padre da bambina. Se agli occhi di Cameron Coley è perfetta, per la dottoressa Marsh non è amore, ma il desiderio della protagonista di essere la sua amica. Un certo rapporto con i genitori, un’attitudine per un certo sport o una propensione per l’emulazione, tutto diventa un pretesto per far vergognare ragazzi di essere se stessi, mortificandoli nell’età in cui sono più vulnerabili. I più forti sopravvivono, i più deboli arrivano inevitabilmente a gesti estremi.

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La diseducazione di Cameron Post funziona perché racconta una realtà chiusa e di costrizione senza trasmettere una sensazione di claustrofobia a chi lo guarda. Lo spazio dedicato agli abusi emotivi che provengono dal centro o fuori da esso resta profondo senza diventare ossessivo e si alterna a episodi più vicini alla commedia che al dramma, ma che non per questo vengono trattati con meno attenzione. Sono scene che non perdono di vista Cameron ma che devono la loro presa a due personaggi che la circondano e che sono opposti: Erin (Emily Skeggs), l’adepta più fedele di God’s Promise, e la più infedele e sveglia, l’hippie Jane Fonda (Sasha Lane, protagonista di American Honey).

Erin crede davvero nel percorso di conversione e passa le giornate a guardare videocassette che contengono lezioni di aerobica cristiana, “Blessercise” che nonostante tutti gli sforzi non frenano nessuno dei suoi impulsi e che la rendono protagonista di uno dei momenti più inaspettati del film. Jane ha imparato a dire ai suoi superiori quello che vogliono sentirsi dire, e quando non si allontana dal centro per fare escursioni (che in realtà sono raccolte d’erba), tenta di risvegliare gli animi di adolescenti costretti a pelare patate in silenzio accendendo una radio che dà l’hit di quell’anno. E l’uso di What’s Up? delle 4 Non Blondes diventa brillante e liberatorio. Per i protagonisti della storia, per chi la guarda, e forse anche per Desiree Akhavan, che ha passato l’adolescenza tra solitudine e disturbi alimentari ma senza mai smettere di essere quello che era e di fare quello che le piaceva. E che ha girato un film che farà sentire più di un adolescente meno solo, qualunque sia il suo orientamento.

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