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La battaglia finale della saga dei record

Come 'Il Trono di Spade' ha cambiato per sempre le regole del racconto televisivo

Daenerys cavalca Drogon

«Sono bravo con i cattivi», si è vantato una volta Tyrion Lannister, e non stava scherzando. Negli ultimi sei anni, Il Trono di Spade ha fatto vedere alcuni dei cattivi più cattivi mai visti in televisione: assassini, bugiardi, tiranni, ladri. Ha presentato Westeros come un mondo di fantasia, in cui la coscienza è un lusso che nessuno si può permettere, nemmeno i re. Il blockbuster epico firmato HBO (trasmesso in Italia da Sky Atlantic) è ora arrivato alla settima stagione, con l’ottava e ultima già all’orizzonte: significa che trascorreremo in tutto soltanto altri 13 episodi a Westeros.

Il Trono di Spade è l’inverno che non smette di arrivare, la porta che non si può tenere chiusa, la serie che ha spazzato via in modo permanente le regole della tv. Nessun altro show è stato così geniale nel raffigurare il male. George R.R. Martin aveva sempre considerato intraducibile per il cinema la sua saga fantasy Cronache del ghiaccio e del fuoco. Voleva che i suoi romanzi rappresentassero un mondo troppo complesso, sanguinoso e stravagante per lo schermo. Fortunatamente, ha fallito. Questo perché i produttori hanno ignorato le formule su cui si basa la narrazione tv. Gli showrunner David Benioff e D.B. Weiss sono andati persino oltre i romanzi, spingendo la storia verso territori inesplorati: nemmeno i fan più esperti possono intuire come andrà a finire. In passato un’operazione così è stata fatta solo con una miniserie di grande successo come Venti di Guerra.

Il Trono di Spade, presentato ai capi della HBO come “I Sopranos nella Terra di Mezzo”, ha invece mantenuto questo ritmo per oltre 60 ore e ha così raggiunto un pubblico ben più vasto dei fan del genere fantasy. A volte sembra di avvertire l’influenza di The Wire, dalla figura di Ditocorto, ancora più viscido di quando era sindaco di Baltimora (Aidan Gillen interpreta entrambi i ruoli), fino alla battuta del Mastino ad Arya: “Un uomo deve avere un codice”.

Sansa Stark

Come in The Wire, dietro alle azioni del Trono di Spade c’è il dolore. Ogni personaggio nasconde sotto l’armatura una storia di sofferenza, ed è pronto a raccontarla ovunque, dalla vasca da bagno al bordello, fino al campo di battaglia. Tutti desiderano il Trono, anche se sanno che distrugge chiunque osi avvicinarsi. E intorno al trono stanno in agguato i Lannister. Non si vedeva un trio di fratelli aristocratici così anomali dai tempi dei Drummond in Il mio amico Arnold.

Il Trono di Spade ha sempre tenuto aperte diverse porte narrative, e a volte si è perso, soprattutto nella quinta stagione, quando ha assomigliato a una parodia di se stesso. Come ha detto cinicamente George Lucas: «Coinvolgere emotivamente il pubblico è facile: prendi un gattino e lascia che un personaggio gli torca il collo». Talvolta Il Trono di Spade ha preso questo consiglio troppo alla lettera, sostituendo i felini con bambini e donne incinte, ed è diventato un po’ ripetitivo e fastidioso. Quando Stannis Baratheon abbraccia affettuosamente sua figlia, si capisce subito che è un espediente narrativo un po’ cheap, utile solo a far ipotizzare allo spettatore quante puntate manchino prima che lui la uccida. Altri passi falsi narrativi sono più veniali, come quando le Vipere della Sabbia pronunciano frasi memorabili come: “Tu vuoi una brava ragazza, ma ti serve una figa cattiva”.

Jon Snow

Il Trono di Spade si mette davvero nei guai quando si rifugia nel vecchio trucco: “Prendi il corpo di una donna e usalo”. Benioff e Weiss hanno abusato sessualmente dei personaggi femminili, anche quando questi venivano lasciati in pace nei romanzi. La scena più celebre è quella in cui Jaime Lannister salta addosso alla sorella Cersei vicino al cadavere del figlio: nel romanzo è sesso consensuale, in tv diventa uno stupro. Un pericoloso segnale di disprezzo verso l’intelligenza del pubblico.

Nell’ultima stagione la serie è tornata ad alti livelli, smorzando i toni e rivolgendosi verso forme di orrore più complesse. È stata una delle stagioni migliori, dalla spettacolare Battaglia dei bastardi fino a momenti dolorosamente personali come la trasformazione di Hodor da Willis a gigante buono. Sei anni dopo, Il Trono di Spade continua a regalare sorprese. È il capostipite di un genere, ed è ormai chiaro che sarà anche l’ultimo esemplare. Brindiamo agli episodi rimanenti: la fine di una storia epica, impossibile da immaginare. L’inverno è arrivato.