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Jim Jarmusch: dietro a quelle lenti

Tra pochi giorni in sala il nuovo film "Solo gli amanti sopravvivono": nel mentre ecco un viaggio nella filmografia del "king of cool"

Jim Jarmusch fotografato all'epoca della sua collaborazione musicale con Josef van Wissem, p.g.c. Sacred Bones Records

By Nick Schager

Misantropi ed emarginati non potevano avere un “santo patrono” cinematografico migliore di Jim Jarmusch: regista-sceneggiatore di film indipendenti che ha trascorso gli ultimi tre decenni della sua vita a raccontare storie di outcast urbani, road-trippers, turisti rock‘n’roll, cultori Zen e, adesso, anche vampiri. Solo gli amanti sopravvivono, ultima opera del regista sessantenne, parla infatti di una coppia di centenari (Tilda Swinton e Tom Hiddleston) ossessionati del gruppo sanguigno “O”. Nulla a che vedere con il genere vampire chic, il film è un languido romanzo in cui due amanti combattono con le noie dell’immortalità. È la prima incursione di Jarmusch nel genere horror, e si svolge a Detroit (e non a New York City, sua città adottiva). Lovers è solo l’ultimo passo di una carriera dedicata a quesiti esistenziali e personaggi in cerca di compagnia e di comunità.

L’inizio
Jarmusch stabilisce si da giovane una particolare affinità con gli emarginati sociali. In un’intervista del 1984 racconta:

[…] al liceo (ad Akron in Ohio, ndr) tutti entravano a far parte dei vari gruppi sociali, ma nessuno di questi sembrava avere nulla a che fare con me. Così, ero praticamente sempre tagliato fuori

Manhattan però offriva un laboratorio più fertile per le sue sensibilità di sinistra, quindi si trasferisce alla Columbia University e, un anno dopo, si iscrive al Filmmaking Program della New York University. Arriva giusto in tempo per l’ondata contro-corrente punk-rock che inonda il Lower East Side alla fine degli anni ’70. Ma lui sviluppa subito un suo particolare approccio filosofico: pungente, ironico, meditativo, malinconico e – ciò che più conta – cool, che più cool non si può. Dimenticatevi della New Wave o la No Wave, nonostante le sue molteplici collaborazioni con i vari protagonisti dell’epoca, riesce sempre ad essere unico e, a modo suo, diventare un vero “one-man wave”.

Dopo aver stabilito il suo stile idiosincratico con un primo film, Permanent Vacation, (un vero cult in Europa, che però non ha mai raggiunto le sale degli Stati Uniti), Jarmusch fa il botto con Stranger than Paradise – Più strano del paradiso (1984). Questa pellicola, la seconda delle sue tre collaborazioni con l’attore/musicista/iconoclasta John Lurie, non ha una vera trama, è una semplice osservazione di due buoni a nulla che viaggiano da New York a Cleveland per incontrare un lontano cugino in visita dall’Ungheria. Grazie al suo tocco hipster e al leggero umorismo, il film low-budget in bianco e nero lo incorona vero e proprio anticonformista nel fiorente mondo dei film americani indipendenti.

Vestito da sera, ma senza meta
Il successo e lo stile di Stranger than Paradise apre la strada per i suoi tre film successivi: Daunbailò (Down by Law – 1986), Mystery Train – Martedì notte a Memphis (1989) e Taxisti di notte (Night on Earth – 1991). Il primo sviluppa la sensibilità monocromatica di Strangers, con un cast composto da Lurie, Tom Waits e un Roberto Benigni pre-Oscar, nelle vesti di tre detenuti chiusi in una prigione del Louisiana. Incapace di parlare inglese, il personaggio di Benigni è un tipico esempio di personaggio tipico di Jarmusch: uno straniero in terra straniera, distaccato dalle persone e dall’ambiente circostante a causa delle numerose barriere culturali.

Lo stesso vale per i protagonisti di Mystery Train: i turisti giapponesi, la vedova italiana e i ladri di alcolici (tra cui Joe Strummer dei Clash) sembrano girovagare senza senso nel limbo perpetuo di Memphis. L’ultimo di questa trilogia, Taxisti di notte, sviluppa questo senso di alienazione globale, tenendo insieme cinque storie diverse in cinque città diverse (L.A., New York City, Parigi, Roma e Helsinki), tutte ambientate all’interno di taxi. Anche se i suoi personaggi possono aver successo nel trovare una casa e un compagno, queste conquiste sono però transitorie e temporali. Il massimo a cui un individuo può ambire è una connessione spirituale con uno spirito gentile – anche se si tratta dello spirito di Elvis Aaron Presley.

Compagni di Viaggio
Dead Man, “western psicologico” del 1995, si focalizza su una figura solitaria (un pallido contabile interpretato da Johnny Depp) che attraversa una selvaggia frontiera nella quale si sente inadeguato. Ferito da un proiettile, incontra un nativo del luogo (il suo nome: Nessuno) che lo aiuta a raggiungere la sua meta. Una testimonianza storica che è allo stesso tempo ossessionante, ambigua e anticonformista, Dead Man è sicuramente a un punto di svolta verso l’illusorio e il simbolico. Allo stile di Jarmusch, fatto di una sconcertante solitudine ed un umorismo all’inglese, si aggiunge una vena spirituale che sottolinea il bisogno di ampliare i suoi orizzonti.

Questo mix di generi è portato a nuovi estremi nel film Ghost Dog – Il codice del samurai, (Ghost Dog: The Way of the Samurai – 1999), film visionario che propone un mix di noir, crimine francese, arti marziali asiatiche e hip-hop, nella storia di un assassino professionista interpretato da Forest Whitaker. Per Jarmusch entrambi questi film non sono solo successioni logiche nella sua carriera, ma vere e proprie svolte che lo portano ad uno stile più astratto ed espressionistico. Non è più solo quello che scrive i racconti più fighi in slow-motion, ma si sta ora anche immergendo nell’universo del mistico.

La collezione di corti Coffee and Cigarettes (con anche i White Stripes, RZA, GZA del Wu-Tang Clan e Bill Murray) e il film Broken Flowers del 2005 rimangono un po’ in disparte. È poi la volta del film minimalista The Limits of Control (2009), storia di un killer professionista (l’attore francese Isaach De Bankolé) con una missione alquanto surreale. Lo stile art-film europeo, caratteristico di tutta la filmografia di Jarmusch, è onnipresente, ma c’è anche il vibe spirituale di Dead Man e Ghost Dog. Il film termina con la cinepresa inclinata, una metafora che sottolinea il talento di Jarmusch nel saper sovvertire le aspettative.

E questo ci porta a Sopravvivono solo gli amanti, film che rappresenta il suo bisogno di rimanere distaccato, rovesciare i cliché comuni degli horror movie e scavare nell’inquietudine personale per arrivare ad una visione interiore spirituale. Questi vampiri puntano alla giugulare dei trafficanti di Daunbailò o del killer a pagamento di The Limit of Control. Ma siedono anche tutti intorno ad un tavolo, parlano dei romanzi di Jean Genet, bevono una tazza di caffé, fumano, e cercano di stare insieme. Sono tutti stranieri, in un paradiso o nell’altro.

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