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Il presidente di giuria Spike Lee ha commentato il rinvio del Festival di Cannes

E ha anche lanciato un messaggio a Trump

Spike Lee scattato in esclusiva per Rolling Stone da Fabrizio Cestari a Venezia 75.

Spike Lee scattato in esclusiva per Rolling Stone da Fabrizio Cestari a Venezia 75.

«Sono d’accordo al 100% con Thierry e con il Festival di Cannes». Così Spike Lee ha commentato in esclusiva per Variety l’annuncio che la kermesse sulla Croisette sarà rinviata, forse all’estate. «Il mondo è cambiato e sta cambiando ogni giorno. La gente sta morendo e il presidente francese ha detto più volte – sto parafrasando – “Siamo in guerra”. Le cose che amiamo devono fare un passo indietro: film, TV, sport come l’NBA, il baseball. Sono stati rimandati tantissimi eventi e appoggio in pieno questa decisione».

Spike Lee sarebbe stato il primo presidente nero della giuria di Cannes. Molti dei suoi film – tra cui Lola Darling, Fa’ la cosa giusta e BlacKkKlansman – erano stati proiettati per la prima volta proprio al festival francese. E ovviamente c’era molta attesa sul suo lavoro per individuare il prossimo vincitore della Palma d’oro.

Ma giovedì, dopo settimane di speculazioni con il coronavirus che si diffondeva in tutto il mondo, il festival ha annunciato il posticipo della manifestazione rispetto alle date programmate, 12-23 maggio. Il direttore Thierry Frémaux sta cercando di capire se è possibile riprogrammare tutto, magari in giugno o luglio. Se questo fosse fattibile, Lee ha dichiarato che farà di tutto per essere disponibile: «Non dimentichiamo che questo è il più grande festival cinematografico del mondo, il più grande palcoscenico mondiale per il cinema e sarò il primo presidente nero della giuria», ha affermato. «Non posso fingere (di sapere) cosa succederà domani. Tutti devono pregare, mettersi in ginocchio, usciamo da questa situazione, troviamo un vaccino, rimettiamoci in piedi – fisicamente, emotivamente e finanziariamente in tutto il mondo. Non è uno scherzo. Non è un film. Le persone stanno morendo».

Lee, che vive a Brooklyn, ha spiegato a Variety di aver trascorso gli ultimi giorni con la sua famiglia: «Stiamo facendo quello che tutti gli altri stanno cercando di fare: stare insieme, volersi bene e cercare di cavarsela», ha detto, lamentandosi della mancanza di test disponibili. «Le persone vengono lasciate a casa, licenziate, non sanno da dove verrà il loro prossimo stipendio, come vedranno i loro figli. Quando le scuole chiudono, chi si prenderà cura dei ragazzi? È tutto folle, è una merda».

Da democratico e critico senza peli sulla lingua di Donald Trump, ha ascoltato le conferenze stampa quotidiane del presidente. «Vorrei dire una cosa: vorrei che la smettesse di chiamarlo “il virus cinese”, ha sottolineato Lee. «Il presidente degli Stati Uniti deve smetterla di definirlo “il virus cinese”. Per favore, piantala».

«Mette in pericolo gli americani di origine asiatica in questo Paese», ha spiegato il regista e attivista. «Basta dire “virus cinese”. Non c’è nessuno intorno a lui che glielo spiega? Non aiuta. Spero che la sua base elettorale capirà».

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