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Il pagellone della prima serata di Sanremo

Archiviata la prima serata del festival, la nostra Sanremo Appreciation Society ha sentenziato i voti dei cantanti saliti ieri sul palco dell'Ariston

Sarà difficile fare più ascolti di Carlo Conti, ma il direttore di Rai1 Angelo Teodoli punta almeno al 40%

Primo dei cinque appuntamenti festivalieri. Sanremo Appreciation Society (gruppo chiuso su Facebook, che su RS vi racconterà queste giornate di Sanremo; in breve: SAS) finalmente riunita dopo mesi di letargo. Per molti di noi, quelli col computer sulle ginocchia, la serata si è aperta con tanta paura: “Siamo spiacenti. RAI detiene i diritti per lo streaming del contenuto esclusivamente per connessioni dall’Italia”. Ma intorno alle 21 l’#emergenzastreaming rientra, giusto in tempo per assistere al ricordo di Luigi Tenco intepretato da Tiziano Ferro.

Buio pressoché totale sul palco e Tiziano che fronteggia il mostro sacro, “me la sono sentita, ecco, mi sono detto ‘lo faccio’” dirà più avanti nella serata, ma pur apprezzando l’azzardo il risultato è un’interpretazione scolastica, buona sui bassi, spesso mediocre sulle parti alte dove Tizzy si tuffa nella pioggia di violini e ci prende troppo gusto, perde la misura, quindi la vera ‘cifra Tenco’ che in questo pezzo, ancor più che in altri, è assoluta e vincolante. In chiusura Ferro se ne scende tra il pubblico, il tutto, scenografia inclusa, sembra un mash-up un po’ meh tra una scena di Star Wars, il solito appeal da palco del Blue Note e un forzato tentativo di malinconia. In generale emozioni zero e questo conta.

Finalmente (!) ecco però arrivare Carlo Conti, di cui tutti sottolineano l’incarnato ma mai abbastanza la somiglianza con François Hollande, e poi, con una rosa bianca in mano, segnacolo di purezza, Maria De Filippi. Carlo Conti la saluta così: ‘sorella’, come se Sanremo fosse la zona franca del ghetto dov’è stata siglata la pace tra le gang RAI e Mediaset. È l’inizio del Sessantasettesimo Festival di Sanremo e del romanzo dei ‘Promessi sponsor’ (Maurizio Crozza cit.).

“Fa talmente male” di Giusy Ferreri (voto 6)
Avevamo dimenticato questa voce, un po’ estrema tutto sommato, qualcuno sottolinea il fatto che sembra che Giusy abbia ingoiato un vocoder. La musica si mangia il testo, bruttino, quindi bene. Il risultato è un pezzo molto radiofonico, filastrocchesco, che vola quando Ferreri smette di fare la parodia di sé stessa. In generale immaginiamo che potremmo sentirlo molto e che ogni tanto, in qualche bar, non ci darà fastidio.

“Portami via” di Fabrizio Moro (voto 4,5)
Non abbiamo capito il chitarrone, lo ammettiamo, ci pare un po’ una delle varianti del peggior paradigma della sanremesità wannabe moderna, tipo la marcetta – altra cosa che non ci piace e quest’anno, per fortuna, non si è vista. Qua Moro porta molto drama, molta interpretazione, voce un po’ a là Nannini, sforzone drammatico che insomma, ripaga poco.

“Tutta colpa mia” di Elodie (voto 7)
“Amore amore andiamo via”, una cosa così tanto cantata che il rischio di farlo male è altissimo, una cosa insomma difficile da dire arrivati all’ennesima generazione di “amore portami via” della storia del Festivàl. Però qua siamo in minore, Emma Marrone sfuma in lontananza e la musica classicheggiante seppur in tono di epico ci convince in almeno due passaggi. Per noi è un buon pezzo.

“Il cielo non mi basta” di Lodovica Comello (voto 2)
La ragazza non ci convince, sembra canti almeno una tonalità sopra la musica, l’orchestra va a destra e lei, nella migliore delle ipotesi, a sinistra. Il pezzo ci pare di rara bruttezza, cantato male, personalità non pervenuta. Niente di personale eh.

“Che sia benedetta” di Fiorella Mannoia (voto 7,5)
Nella SAS questo è il momento registrato di maggiore enfasi, in generale tutti riconosciamo la dignità di questo brano e di questa interpretazione, la netta e sostanziale differenza tra tutto quello che abbiamo ascoltato prima e quello che la Mannoia porta sul palco: un pezzo dem, cattocomunista, post De Gregori che però, fuor di sciocchi cinismi contemporanei, non fa che ricordarci come si scrivono le canzoni quando si sa scrivere. Il tema del pezzo ci porta subito a La vita, dall’ultimo album dei Baustelle, qua trattato in chiave meno fresca.

“Nel mezzo di un applauso” di Alessio Bernabei (voto 1)
Ed ecco, di contro, il momento più basso della serata, il pezzo dance più scadente che ascolterete in radio nei prossimi mesi. La SAS in questi casi non va per il sottile, pur coperta da coltre di generale imbarazzo percepibile. Nel mezzo di un applauso, sì, che sarebbe stato sensato non sentire alla fine di quest’esecuzione.

“Di rose e di spine” di Al Bano (voto 7)
Voce incerta, eppure migliore di quanto ci aspettassimo. Scivola come una navicella su un mare pucciniano di archi vellutati. Ma il remo è pesante e questo mare troppo denso. “Amore senza fine, di rose e di spine” è una romanza, un pezzo classico, inatteso per eleganza, non fosse per eccesso e sfoggio di acuti. Al Bano sulla croce, soffre, soffre tanto ma il pezzo si tinge di transgenerazionale, caratteristica che eleva alla sanremesità assoluta.

“Vedrai” di Samuel (voto 7)
Vestito da croupier. L’attacco ci ricorda qualcosa, ma che cosa? Quanti deja-vu in questa canzone, ponte che dalla disco sembra aprirsi verso altro. Neffa? Perturbazione? Daft Punk? Paradise garage? Su cosa hai puntato le tue fiches, Samuel? Sicuramente c’è un certo pathos, sicuramente si balla.

“L’ottava meraviglia” di Ron (voto 5,5)
Zzz, ron ron. Però c’è qualcosa, al di là di musica, testo e performance, che ci piace. Ron, veterano al settimo festival, sembra uscito da una cadillac, di notte, e con le sue lenti fumè ci sembra tormentato e affamato, pronto a perdere sé stesso in qualche strip club di Los Angeles.

“Ragazzi fuori” di Clementino (voto 4)
Secondo Sanremo per lui. Bomber di pelle e cappellino nero da baseball. Dice che il suo Ragazzi fuori è il ritratto di una generazione, ma il rap napoletano che si pretende racconto dal vero del rione ormai è un genere sanremese e, benedetto da Conti e dal bacio mortale dell’Ariston, ne paga tutte le conseguenze.

“Vietato morire” di Ermal Meta (voto 4)
Ci vorrebbe Stefano Bartezzaghi per risalire alla parola di cui Ermal Meta, cantante di origini albanesi, sembra l’anagramma. Ma pure senza Bartezzaghi, ci sentiamo di condannare senza appello un verso come: “Ricordati di disobbedire, perché è vietato morire”.

“Copertina” di Maurizio Crozza (voto 5–)
Battute sulla Raggi, sul festival ‘delle larghe intese’ e sul cachet di Carlo Conti. Dopo un minuto Crozza ha già in bocca i denti finti e la parrucca da Matteo Renzi. Solito repertorio. Del resto non era neppure a Sanremo, ma in collegamento.

Cosa ci è piaciuto
L’interpretazione veloce e tirata di Livin’ la Vida Loca di Ricky Martin. Esageriamo: L’interpretazione veloce, tirata e Black Flag di Livin’ la Vida Loca di Ricky Martin. Vamonos, vamonos! Alla fine c’è stato bisogno di un Defilippibrillatore.

Cosa non ci è piaciuto
La tirata di Diletta Leotta contro la violazione della privacy e l’hacking dei telefonini altrui (a partire da un episodio di cui Diletta è stata vittima tempo fa): ci è sembrata così narcisistica, questa tirata, che veniva voglia di entrare in camerino e prenderle il telefonino dalla borsa.

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“Vittorio Buttafava, il direttore di Oggi, chiese a una sua redattrice di ottenere un’intervista con l’artista. Passò molto tempo prima che le venisse concessa e che la giovane giornalista riuscisse a ottenere un appuntamento.
«Signor Paoli», chiese la ragazza come prima domanda, «prima di cantare, lei che cosa fa?».
«Mi faccio una sega», rispose provocatoriamente Gino.
La giornalista si alzò incazzata e, dando del maleducato a Paoli, se ne andò. L’episodio venne raccontato al direttore, il quale lo raccontò a qualcun altro che, a sua volta, lo raccontò a qualcun altro ancora. Morale: «mi faccio una sega» divenne in breve una battuta-tormentone buona per strappare una risata a ogni occasione. «Che fai stasera?», «Mi faccio una sega». «Andiamo al cinema?», «No, mi faccio una sega»”.

Da Questa sera canto io. Splendori, miserie, passioni, tradimenti, segreti e trasgressioni in 50 anni di canzone italiana, Adriano Aragozzini, La nave di Teseo, 2017.