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Il nuovo Star Trek ha smascherato la xenofobia dei nerd

Che succede se come protagonista della nuova serie di Netflix, "Star Trek: Discovery", c'è una donna afroamericana? Che la merda viene a galla

Cosa pensa la maggior parte della gente quando pensa a Star Trek? In tutta sincerità, non ne ho idea. Questo perché, considerata la ricchezza della mitologia correlata, nonché l’assenza prolungata di manifestazioni recenti che potessero tornare a renderla rilevante (fatta eccezione per i film di JJ Abrams, che comunque non l’hanno fatto), la serie creata negli anni Sessanta da Gene Roddenberry è da un po’ di tempo piuttosto lontana dall’inconscio collettivo. Ok, tutti (molti) riconoscono Spock, ma mi chiedo che presa abbia, soprattutto sulle generazioni più giovani, l’immaginario su cui per un sacco di anni si è un po’ fantasticato e si è spesso beatamente preso per il culo, in particolare per le divise “pigiamino”, gli effetti speciali scrausi, la recitazione esagerata di William Shatner.

Devono esserselo chiesto pure i creatori di Star Trek: Discovery, la nuova serie che ha da poco debuttato su CBS All Access (in USA) e Netflix (in Europa). Dico devono esserselo chiesto perché fa parte del loro lavoro. È d’altronde inevitabile doversi confrontare con le sfaccettature contraddittorie di un retaggio lungo e complesso, quando si sta lavorando all’aggiunta di un nuovo capitolo a un’epopea tanto distante dall’hype quotidiano quanto amata e condivisa da uno sconfinato esercito di veri credenti. Il team creativo poteva intraprendere decine di strade diverse, alcune più conservatrici e altre più coraggiose. Su che livello dello spettro stia il prodotto finito Discovery può essere materia di discussione, così come lo sono i meriti effettivi della serie.

Fin qui tutto bene no? No. E il problema sono proprio i veri credenti di cui sopra.
I Trekkies (appunto i fan di Star Trek) sono da sempre identificati come la categoria stereotipale di nerd, o meglio: di geek della fantascienza. Non c’è niente di più semplice se si vuole delineare il carattere di un personaggio come sfigato, socialmente inetto, secchione e fissato con argomenti slegati dalla realtà quotidiana, di mettergli ogni tanto in bocca chiacchiere su Klingon, prima direttiva e velocità di curvatura. Star Trek ha sempre contenuto l’esatta quantità di bizzarria, cheesiness e pappardelle pseudo-scientifiche da renderla perfetta non solo per simboleggiare la geek culture tutta, ma anche per deriderla come fenomeno minoritario e imbarazzante: la sua sempiterna assenza di coolness (mai inseguita in nome di un senso cieco di coerenza) la fa primeggiare tanto sull’eterna rivale saga di Star Wars quanto su roba tipo i supereroi Marvel e DC, molto più appetibili alle masse e in grado di permeare la cultura mainstream.

È quindi piuttosto vero: i fan di Star Trek sono quasi tutti dei nerd, e in quanto nerd si presuppone che conoscano e comprendano bene le caratteristiche intrinseche del franchise a cui hanno dedicato tempo e soldi. Peccato che le recenti polemiche proprio su Discovery abbiano rivelato proprio il contrario: complici anche alcuni mutamenti interni all’universo geek, il livello di discussione ha toccato abissi di idiozia che sinceramente non mi sarei davvero aspettato.

L’oggetto delle polemiche, fin dai primissimi trailer è stata la presunta annessione di Star Trek a una non meglio identificata “cultura del politicamente corretto”, una narrativa secondo la quale ora il franchise sarebbe “in mano ai Social Justice Warrior”, gente che, per dirla con parole effettivamente lette in rete a proposito del secondo trailer ufficiale “sta cercando di rifilarci un’agenda politica di eguaglianza forzata”. Certo, il fatto che molte delle scelte estetiche e narrative operate dai nuovi creatori siano decisamente coraggiose, innovative (per ST) e potenzialmente spinose non sta comunque aiutando la serie a farsi amare dai fan di vecchia data, ma il problema che li ha davvero attanagliati negli ultimi tempi non è davvero legato alla fisionomia dei Klingon: il problema è che, a giudicare da quello che si poteva vedere nei trailer, la protagonista è una donna, nera, dalle fattezze e dalla fisionomia vagamente androgina. Peggio ancora, ad accompagnarla sembrava esserci una coprotagonista (SPOILER ALERT*) anche lei donna e per di più asiatica! Si salvi chi può, è arrivato il genocidio bianco.

Un trekkie durante una convention a tema Star Trek. Fonte: Facebook

Un trekkie durante una convention a tema Star Trek. Fonte: Facebook

Interpretata da Sonequa Martin-Green, la tenente comandante Micheal Burnham è un personaggio non del tutto privo di problemi, ma questo, ai fini di polemiche iniziate quando dello show non si era vista manco mezza puntata, è ancora irrilevante. Sono bastate poche battute di orgoglio da parte dell’attrice, giustamente orgogliosa di essere la prima donna di colore protagonista di una serie di Star Trek. Posso immaginare lo sbigottimento che deve avere provato nel venire attaccata per questa dimostrazione di entusiasmo. I fan di Star Trek sono razzisti? Sessisti? E chi se lo immaginava…

La correttezza politica di Star Trek non è infatti una novità. Tutto il contrario, si tratta di un carattere fondante del franchise tutto. Gene Roddenberry, che ideò la serie, nel clima politico e culturale della prima metà degli anni Sessanta negli Stati Uniti d’America occupava senz’altro la posizione di social justice warrior, non fosse che il termine sarebbe nato solo sei decenni dopo. Roddenberry aveva immaginato un futuro il più possibile progressista e radioso, in cui l’umanità aveva imparato da tempo a trascendere le proprie divisioni culturali, di classe, razziali e di genere per intraprendere unitamente verso la scoperta dell’universo, per altro a fianco di razze aliene ancora non del tutto conosciute. Più che un ordine militare, la flotta stellare della Federazione dei Pianeti Uniti era stata pensata da Roddenberry come una flotta di esplorazione e ricerca, ai cui membri interessava prevalentemente approfondire la conoscenza del cosmo oltre i limiti dello spazio originariamente occupato dagli umani, impegnandosi a risolvere qualsiasi conflitto si trovassero ad affrontare con equità, saggezza e incorruttibilità morale. Non solo: è piuttosto ben specificato come la Federazione in generale e la terra in particolare, goda di un sistema in cui povertà, scarsità di risorse, crimine e persino denaro sono spariti. In poche parole, Star Trek incarna da sempre una sorta di ideale liberal-socialista, in cui delle istituzioni scarsamente coercitive fanno da collante per una umanità unita nella persecuzione del bene individuale e comune, la realizzazione utopica di un sogno democratico centenario, visto come più alto punto di realizzazione del potenziale umano. È un posizionamento politico molto preciso, che si può criticare tanto da destra quanto da sinistra, e del quale si possono individuare diverse fallacie teoriche come svariate contraddizioni pratiche, quello che non è possibile è pensare Star Trek indipendentemente da questo posizionamento.

Come esso si sposi, quindi, con linguaggio da alt-righter, chiusura mentale e atteggiamento da troll non è dato di sapere. Il punto è che questi trekkie destrorsi paiono pensare con una prospettiva molto poco storica, e pare essergli impossibile immaginare che il clima sociale che ora danno per scontato (e per “liberato”, positivo, che sta bene così com’è) si sia ottenuto anche facendo imbufalire conservatori che mal digerivano la presenza di una donna afroametricana (Uhura / Nichelle Nichols) e di un uomo asiatico (Sulu / George Takei) sulla plancia della Serie Originale, e ancora peggio digerirono il bacio interraziale tra Kirk e Uhura, che fu addirittura uno dei primi della storia della TV americana (non il primo, come viene spesso detto, ma comunque pionieristico). Come avranno reagito alle decine di episodi che dibattevano di divisioni etniche, giustizia sociale, libertà individuali? E ancora: come pensate che abbiano reagito i ciccioni con la barba sporca che vivono coi genitori a quarant’anni e collezionano action figure quando come capitano della stazione spaziale Deep Space Nine—e protagonista dell’omonima serie—fu scelto un uomo di colore (Benjamin Sisko / Avery Brooks)? E quando a guidare l’odissea della Voyager nel quadrante Delta fu messa la prima donna-capitano dell’intero franchise (Catherine Janeway / Kate Mulgrew)?

In ciascuna di queste serie, viene da pensare che, proprio a causa del suo valore simbolico dentro e fuori la cultura nerd/geek un gran numero di trekkies abbia dedicato sempre meno tempo a chiedersi cosa Star Trek volesse e potesse simboleggiare in sé e per sé, preoccupandosi casomai di proteggerlo in quanto elemento culturale “proprio”, in quanto tratto distintivo che li elevasse o quantomeno differenziasse dal prossimo. Un atteggiamento ancor più corroborato dall’appropriazione sempre crescente di porzioni di media e cultura nati in seno al geekdom e ora trapiantati nel mainstream. Paradossalmente, però, è stato questo ufficializzarsi della figura del nerd, dei suoi interessi e delle sue bizzarrie, a dargli la potenza di fuoco e l’accanimento politico che dimostrano ora. Per quanto socialmente emarginato, infatti, il ruolo del nerd è stato fondamentale in un lungo processo sociale di consolidamento di alcuni tratti intrinsecamente misogini e razzisti del maschio etero bianco. Come spiega Will Osterweil nel saggio What Was The Nerd, infatti: “Il mito dell’oppressione nerd ha permesso a ogni ragazzo bianco leggermente inadeguato dal punto di vista sociale e appassionato di fantascienza, di sfogare tutto il suo risentimento a spese delle donne e delle persone di colore”. Episodi della storia culturale recenti come il Gamergate o l’insorgenza memetica dell’alt-right lo hanno dimostrato, e questo accanimento contro Star Trek: Discovery ne è un nuovo capitolo, talmente paradossale da scadere nel grottesco.

Insomma, come accennavamo prima, Discovery non sarebbe del tutto esente da elementi suscettibili di critiche sia dall’interno che dall’esterno del fandom, ma queste rischiano di venire completamente offuscate da una cieca valanga di bile xenofoba. Perché un conto è difendere appassionatamente qualcosa a cui si aderisce per pura passione, un altro è trasformarlo in un viatico di paranoia identitaria e per la propria tracotante ignoranza.

Sarebbe infatti un po’ intellettualmente disonesto difendere Discovery in quanto completamente aderente ai principi-base di Roddenberry: questo infatti prosegue casomai sulla scorta di Deep Space Nine, una delle prime serie di Star Trek a introdurre trame più oscure, personaggi moralmente ambigui che, di fronte a situazioni conflittuali di portata travolgente (spesso legate a situazioni di guerra e a tutto quello che questa comporta), non riescono a reagire con il sicuro ottimismo del capitano Kirk o del suo secondo Spock, ma nemmeno con la profonda saggezza del Picard interpretato da Patrick Stewart in The Next Generation. Certo, è anche l’unica serie di Star Trek in cui a una certa un personaggio esclama: «Lavoratori di tutto il mondo unitevi», ma in generale i personaggi di quella serie si erano dovuti spesso confrontare con momenti di idiosincrasia tra la propria coscienza e le necessità dei più, e con scoperte che svelavano lati oscuri, contraddittori ed eticamente compromessi dell’utopia galattica.

Stando a quanto si può evincere dalle prime tre puntate, sembra proprio che questa serie calcherà la mano in questa direzione. Ed ecco quindi uno dei pochi dubbi legittimi dei trekkies: perché fare questo? È forse l’onda lunga di troppa fantascienza distopica, o un tentativo di emulare la formula vincente di serie come Game Of Thrones, tutte giocate sui toni di grigio? È davvero troppo presto per dirlo e per sputare sopra la serie, come fanno gran parte dei commentatori su YouTube con la già citata parzialità. Quello che sembra, in realtà, è che si sia tentato di procedere in maniera narrativamente un po’ più complessa, evitando la limpidezza di un tempo, ma tenendo comunque a mente i valori fondamentali. Viene infatti da pensare che più che darli per scontati, si voglia raccontare il percorso—sia personale del protagonista, che sociale della federazione tutta—verso la (ri)conquista di quello spirito comunitario e ottimista che vedevamo nella serie originale. Non a caso, Discovery è ambientata circa dieci anni prima di questa, all’inizio di una guerra fredda che finirà poi nel sesto lungometraggio.

Il nemico vero sembra essere la stagnazione: da un lato infatti c’è il nemico, l’impero Klingon, deciso ad aprire le ostilità come parte di un processo di riunificazione che dovrebbe risanare la propria decadenza interna in nome di un rinnovato senso di nazionalismo aggressivo. Dall’altro c’è, appunto, la Federazione, a cui gli stessi Klingon muovono delle pesanti accuse: gli rimproverano un’ipocrisia di fondo e una passivo-aggressività che camuffa l’omologazione e l’asservimento con una maschera di cooperazione. Accuse tutt’altro che infondate, come dimostra la presenza in seno alla Flotta Stellare di operazioni poco limpide come la stessa Discovery, ma anche l’operato confuso e spaesato del Comandante Burnham. Se volete leggerci similitudini con le diatribe tra neo-reazionari e liberal-democratici fate pure.



Certo, la scrittura della serie non è ancora perfetta e non mancano banalità assortite, dialoghi strambi e buchi narrativi. A pesare è anche e soprattutto un personaggio protagonista che nel corso di tre episodi, per quando presenti risvolti interessantissimi e un gran potenziale di crescita, è stato dapprima dipinto come una completa Mary Sue, per cadere completamente in disgrazia prima ancora che se ne potesse approfondire la psicologia. Allo stesso tempo, la scelta di incentrare l’attenzione così fortemente sul punto di vista di un solo personaggio, fa un po’ perdere quella sensazione di coralità che finora era stata sinonimo di Star Trek. Per non parlare poi del redisign dei Klingon, che a me personalmente piace, ma era ovvio che sarebbe stato blastato a destra e a manca. Personalmente, plaudo al coraggio, ma non può non venirmi in mente qual è il problema principale di questa serie.

Appurato infatti che i fan di vecchia data sono una massa di boriosi conservatori, mi viene difficile immaginare che sia pensata unicamente per un pubblico nuovo, dato il peso della mitologia che si porta dietro (e che non sembra timorosa di utilizzare a piacimento). Si rischia quindi che tutto il buono che potrebbe venire da questa serie venga schiacciato tra polemiche legittime e illegittime, e soprattutto sotto il peso stesso del suo brand. Sarebbe un peccato, soprattutto nel caso che la narrazione proseguisse come abbiamo ipotizzato. Senza credere a favole tipo quella di Obama che impara la politica meglio da Game Of Thrones che dal congresso, si rischierebbe semplicemente di fare passare inosservata una storia che, per una volta, racconta della ridiscussione di un sistema, e di un viaggio di avvicinamento all’utopia.

*: In realtà muore nel secondo episodio.

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