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Il dottor Xavier (Dolan) è la cura del cinema

Il nuovo film del canadese, "E’ solo la fine del mondo" segna il punto più alto e complesso del suo cinema, non è solo un ennesimo salto di qualità

E’ solo un grande regista. Giovane, pure bello e con un talento che è la fine del mondo. Tanto che a neanche 28 anni, ha già fatto sei film. A un’età in cui altri non riescono ad esordire, lui è già uno dei più grandi autori cinematografici del mondo, capace com’è di unire il melodramma hollywoodiano con la sensibilità borghese del grande schermo francese e una capacità “danese” (alla Vinterberg, per intenderci) di squartare i filtri delle ipocrisie familiari per raccontarne contraddizioni, isterie, idiosincrasie e (pre)giudizi.
E’ solo la fine del mondo è Xavier Dolan che riprende una storia che gli girava in testa da sempre e che riprende al momento giusto, quello della maturità artistica, creativa, forse emotiva. Certo, fa sorridere il pensiero che lui non abbia neanche 30 anni, ma il Bertolucci canadese del nuovo millennio ha rotto tutti gli schemi interpretativi del cinema moderno, compresi quelli anagrafici.

La precocità, d’altronde, è un tratto caratteristico di questo cineasta, uno che ci aveva sconvolto, in tutti i sensi, appena maggiorenne, con l’horror Martyrs vissuto da attore – una delle opere più disturbanti che ricordiamo – a cui il suo viso, la sua espressione innocente e maliziosa e fino a quel momento usata solo da spot (ancora bambino) e da film tv, aveva regalato qualcosa in più.

E su quel set massacrante, nasce anche J’ai tué ma mère, il suo esordio da regista, che arriva nel 2009 e che farà partire una produzione incessante, annuale, corteggiata dai grandi festival (5 volte Cannes, una Venezia), sposata dalla critica (con una parte di essa che lo odia di un amore ancora più struggente di quello dei suoi cantori), amata dal pubblico.
Il dottor Xavier Dolan – il 4 giugno scorso ha conseguito una laurea in Diritto Civile honoris causa – è la cura di un cinema asfittico e codardo, produttivamente avido e arido, artisticamente sempre troppo prudente. Lo dimostra ora che si mette alla prova con un cast clamoroso (Ulliel, Baye, Cassel, Seydou e Cotillard), che piega perfettamente al suo cinema, a cui impone i suoi ritmi pop e allo stesso tempo rallentati al momento che tutti riterrebbero sbagliato, alla sua narrazione potente e melò, autobiografica e universale. Alla storia che non smette di raccontare, una sorta di autoreferenzialità emotiva, familiare, edipica proiettata sul grande schermo e sullo spettatore, con spudorata onestà intellettuale e con eccessi di vitalità che lo rendono ancora più affascinante.

E’ solo la fine del mondo non è solo il punto più alto e complesso del suo cinema, non è solo un ennesimo salto di qualità e forse quello che lo inserisce definitivamente nel novero dei grandi, ma è anche l’opera che lo distacca da sé – ma non troppo, con questa figura materna incombente e qui incarnata da una Nathalie Baye clamorosa – dando definitivamente la sua firma a un cinema unico, ora anche imitato, capace di prendersi libertà che in mano ad altri risulterebbero grottesche. I giochi di sguardi e controcampi di decine di secondi, gli intermezzi onirici pop, la (po)etica dell’incomunicabilità sentimentale e quel suo modo di usare attori e personaggi al limite, all’estremo (e allo stremo) sono una continua sfida al cinema, che lui gioca sui toni dell’Hollywood migliore ma anche su un linguaggio cinematografico e cinefilo squisitamente europeo. E che ben si riassume su come e quanto strumentalizza Cassel e il suo ruolo dell’immaginario: quella brutalità interpretativa e sentimentale, incarna bene la ferocia ironica che è il tono peculiare di entrambi.

Chi scrive non ha sempre amato Dolan: il buon Xavier sa (e vuole) essere troppo spesso ricattatorio, gioca sulle nostre fragilità danzandoci sopra, nasconde in finte carezze pugni “facili”, sa muovere la macchina da presa e non di rado se ne compiace. Ma è impossibile non esserne affascinati, attratti quasi fisicamente, trovare in lui e in quella sfacciataggine timida la forza di un’arte che è anche industria e che lui maneggia con consapevolezza non di rado cinica e irridente ma più spesso tenera ed empatica. Ecco, ogni volta che vedo Xavier Dolan, il coraggio con cui si dichiara gay – comunque infinitamente minore a quello con cui si contrappone con un sorriso sbarazzino all’establishment cinematografico dichiarando sempre le sue grandi ambizioni – mi chiedo quanto ne avremmo bisogno qui in Italia. Di quanto all’asfissia insopportabile della produzione ne sia seguita una vigliacca nella creazione, perché il vittimismo è secondo solo alla crisi come sintomo e causa delle nostre difficoltà. Da noi uno come Lorenzo Corvino, pieno di idee e ambizioni, il suo WAX se l’è fatto da solo, portandolo poi in giro per il mondo, e lo stesso vale per Mainetti, che è stato salvato, per il suo Lo chiamavano Jeeg Robot, solo da un patrimonio familiare fortunatamente secondo solo al suo talento. E forse quelli che ci provano – penso anche ai De Angelis (Indivisibili) ma anche a uno sceneggiatore come Nicola Guaglianone che sta trovando un bello storytelling anche sui social – dovrebbero accettare la sfida di un Dolan, sforzandosi di forzare quel muro di gomma che sembra rendere impotente e poco eccitante il nostro cinema.

Cominciare a fare film sbagliati, isterici, eccessivi, ma geniali. Fare come Giovanni Pompili e il suo Il più grande sogno, ad esempio: provare l’impossibile e riuscirci (anche se gli esercenti e di conseguenza il pubblico non gli stanno rendendo giustizia in sala. Non abbastanza, almeno).

E sapete perché il buon Dolan se lo può permettere? Perché ha fatto un film all’anno per sei anni. Ha avuto la possibilità di sbagliare, la necessità di farlo, la voglia di provarci. I nostri cineasti, invece, in sei anni, se sono fortunati, ne fanno due, più spesso uno. A volte, anzi sovente, nessuno. E’ facile essere Dolan con il c…inema degli altri.

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