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I segreti di ‘Dear White People’

Ecco come è nata la controversa serie satirica di Netflix che si è scagliata contro i razzisti e i troll

«Guarda qua fuori che roba», mi dice Justin Simien guardando fuori dalla finestra dell’hotel dove mi ha ricevuto. È l’inizio di febbraio e la città è appena stata colpita da una tempesta di dimensioni bibliche; le strade sotto di noi sono ricoperte da un’infinita coperta di un bianco accecante. «Sembra che New York sia stata sommersa dagli elettori di Trump!»

Alla sinistra di Simien siedono le due star di Dear White People, Logan Browning e Brandon P.Bell. I due ridono insieme all’autore. Pochi secondi prima erano impegnati a discutere se fosse meglio un’università tradizionale o una HBCU (Historically Black College and University, ndr); dopo la battuta sulla neve i tre hanno iniziato a discutere del termine “snowflakes”, spesso utilizzato dai troll.

Si tratta di quel tipo di umorismo che ha trasformato il film di Simien – accolto con grande entusiasmo dal pubblico del Sundance – in un caso nazionale. Se qualcuno di voi fosse preoccupato, tranquillizzatevi: la serie non smorzerà né i toni né l’umorismo dell’originale. Anzi, in questa versione la satira anti-razzista dello show potrebbe essere ancora più tagliente.

Ritroveremo tutti i personaggi del film: la DJ Samantha White, Troy, il giornalista gay Lionel e tutti gli studenti della fittizia Winchester University torneranno. La serie, però, non racconterà più l’America dell’era Obama. Simien ha deciso di armare Dear White People contro l’abbuffata di politiche identitarie, ignoranza e ideologia che sono diventati la normalità nell’America della War Over Diversity.

«Il film è figlio del momento post-razzista che abbiamo vissuto. Insomma, pensavamo di aver risolto il problema», ha detto il regista scuotendo la testa. «Naturalmente non viviamo più nella stessa epoca. Quindi si, ho deciso di mantenere i miei personaggi ma di trasportare la storia nel presente. Il finale del film racconta di un blackface party (una festa dove ci si “traveste da minoranze”, ndr), e, nonostante sia una pratica fottutamente fuori di testa, non è la cosa più allarmante che sta succedendo in questo paese oggi».

Sin dal momento in cui è stato scelto il titolo della pellicola – l’idea è nata da una battuta che Simien e un collega si ripetevano spesso – il regista sapeva che avrebbe attratto sia consensi che polemiche. Allo stesso modo, però, era convinto che avrebbe potuto far nascere un dibattito molto fertile in molte università, come ha sperimentato in prima persona dopo aver proiettato il film in alcuni college.

Ci siamo resi conto all’ultimo momento che questa versione di ‘Dear White People’ sarebbe arrivata in un’America diversa da quella del filmJustin Simien

Proprio questi dibattiti lo hanno riportato a lavorare sull’idea, era curioso di scoprire cosa sarebbe successo ai suoi personaggi: «In un certo senso sapevo già che il progetto sarebbe finito in televisione. In parte perché non ero pronto a dire addio a quei ragazzi, ma soprattutto perché gli studenti che ho incontrato mi hanno dato davvero moltissimi spunti. Il college è un ottimo modo per raccontare il paese, è un microcosmo dove è rappresentato ogni segmento della nostra società. Non solo, esplorando quel mondo puoi scoprire come la prossima generazione immagina il futuro del paese».

«Poi non bisogna dimenticare che gran parte dei problemi che stiamo attraversando si ripresentano in quei luoghi in una versione più esasperata: a 20 anni tutto è questione di vita o di morte, dibattere di questi temi serve a capire chi sei davvero», ha detto il regista. «Come fai a raccontare dei troll e del razzismo online senza inquadrare per ore qualcuno che guarda lo schermo dello smartphone? Semplice, prendi i tuoi personaggi e mandali in un campus».

E, soprattutto, fai dire ai tuoi protagonisti le battute intelligenti e sarcastiche che hanno caratterizzato la versione cinematografica di Dear White People, solo aggiornate al momento storico attuale. «Justin non mi ha mai chiesto di guardare il film», ha detto la Browning, l’attrice che dovrà interpretare Sam, ruolo che nel film era di Tessa Thompson. «Mi ha chiesto di guardare Network, secondo lui era il film giusto per capire il tono di quello che stavamo facendo. Insomma, non voleva che mi limitassi a ripetere quanto fatto nel film».

Questo significa che Simien e la showrunner Yvette Lee Bowser non vogliono solo portare in tv le bombe satiriche dirette ai razzisti: durante un episodio diretto dal regista di Moonlight, Barry Jenkins, una polemica attorno a cosa può e non può cantare un bianco di un pezzo rap finisce con un poliziotto che punta una pistola in faccia a Reggie, uno studente afroamericano interpretato da Marque Richardson.

La scena serve a ricordarti, qualora te lo fossi dimenticato, che questa serie satirica si svolge nello stesso mondo in cui viviamo tutti i giorni, dove il presidente degli Stati Uniti è supportato dal Ku Klux Klan.

«L’estate che abbiamo appena passato… le tragedie, i movimenti, le campagne politiche, tutte queste cose hanno sicuramente influenzato il nostro lavoro», ha detto Simien. «Abbiamo concluso la produzione l’8 novembre. Ci siamo resi conto all’ultimo momento che questa versione di Dear White People sarebbe arrivata in un’America diversa da quella del film».

Netflix, qualche giorno dopo la nostra conversazione con Simien, ha pubblicato il primo trailer dello show. Alcuni hanno accusato la produzione di inneggiare al “genocidio dei bianchi”. Simien ha risposto su Facebook: «Vedere quanto la gente si senta minacciata da un video dove una ragazza di colore chiede (educatamente) di non essere presa più in giro è esattamente la ragione per cui ho fatto questa serie».

Simien sa perfettamente che non sarà il suo lavoro a unire un paese così diviso, incapace da secoli di risolvere davvero il problema del razzismo; se, però, Dear White People riuscisse – grazie alla satira e alle risate – a convincere qualcuno a fare la discussione sul razzismo di cui abbiamo ancora bisogno nel 2017, allora il suo obiettivo sarebbe raggiunto.

Il regista sottolinea questo concetto ricordando la famosa citazione di James Baldwin sull’educazione – “Il paradosso dell’educazione è precisamente questo: che mentre uno inizia a diventare consapevole, inizia a mettere in discussione la società nella quale viene educato” -, riproposta proprio all’inizio della serie.

«Baldwin ha anche detto che, una volta tornato in patria dopo un periodo oltreoceano, ha avuto difficoltà ad abituarsi a essere nero in America», aggiunge Bell, «tutti i personaggi della serie, in un certo senso, vivono una situazione simile. Stanno cercando di capire come si fa a essere neri nell’America di adesso».

«E non sono d’accordo su nulla», dice Simien.

«Avremo tutti bisogno di qualche seduta di terapia dopo aver visto questa serie», scherza Browning. «Cara America, è il momento di un po’ di terapia di gruppo. Mettetevi in fila».

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