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“I am Bolt”, il ritorno alla normalità di un atleta leggendario

Un documentario imperdibile per i fan dell'atletica, ma non solo: la storia di Usain Bolt, l'uomo dei record, che ha cercato di far sorridere il pubblico in meno di 10 secondi

Data da segnarsi: 10 Agosto 2017, intorno alle 22.50. Luogo: Londra. Evento: Mondiali di Atletica Leggera. L’uomo più veloce della storia, Usain Bolt, il re dello sprint capace di vincere 9 medaglie d’oro in 3 Olimpiadi consecutive, il fulmine sulla pista, colui che ha rivoluzionato e salvato l’Atletica Leggera, correrà la sua ultima gara.

No, non è una notizia “fresca”, Bolt lo ha detto e ribadito dopo il trionfo di 3 mesi fa a Rio 2016: si ritirerà per tornare alla vita normale. Una vita da comune cittadino che è già iniziata, con un lavoro (contratto a vita) di “ufficio” per la Digicel: il suo ruolo – manco a dirlo – è quello del “Chief Speed Officer”, ha la sua scrivania e la sua tenuta è quella dell’impiegato, giacca e cravatta. Se non ci credete, basta fare un salto al 14 di Ocean Boulevard a Kingston, Giamaica.

Dopo oltre 15 anni di atletica ai massimi livelli a spingerlo al ritiro è il “desiderio enorme di normalità”: è lo stesso Bolt a spiegarlo, a più riprese, nel film-documentario I am Bolt presentato ieri in anteprima in oltre 400 cinema nel mondo e disponibile dal 6 dicembre in Dvd.

I am Bolt racconta del giovane Bolt trionfatore quasi inconsapevole ai Mondiali Under 20, dei trionfi a Pechino (dove si presentò al mondo demolendo entrambi i record mondiali di 100 e 200 metri) e Rio, passando per la sconfitta ai Mondiali del 2007 e alla difficile vittoria a quelli del 2015. Nel mezzo le bellissime, emozionanti immagini delle Olimpiadi di Londra, quelle che sono forse le sue due gare più belle, quelle che ne hanno sancito la “legacy”.

Un documentario in cui si può vivere la tensione e l’emozione di Bolt prima e dopo le sue leggendarie gare, e che offre allo spettatore uno spaccato della sua attitudine e dei durissimi allenamenti in cui emerge prepotente la figura di Glenn Mills, il suo coach, un secondo padre, un saggio, un motivatore. Mills è la perfetta rappresentazione dell’ironia, del pragmatismo e della scaltrezza dei giamaicani, uno di quei personaggi che potresti trovare in una qualsiasi veranda di Kingston o Montego Bay intento a giocare a domino con gli amici di sempre. È Mills il maggior responsabile della crescita di Bolt negli anni, è Mills a impartire gli ordini, a dettare le tabelle di allenamento, a tenere a bada – con continue battute sottili – l’istinto guascone dell’atleta Usain, un ragazzo che ama correre sul quod, ballare nella dance hall fino all’alba e, perché no, alzare un po’ il gomito.

Proprio questa predisposizione al divertimento, questa voglia di “vivere normalmente, uscire a ballare, mangiare cibo spazzatura, addormentarsi all’alba” è la rivendicazione di Bolt, ma è anche la chiave per comprendere la sua durezza e la sua grandezza: la capacità di rimanere focalizzati in allenamento e in gara per raggiungere incredibili traguardi e diventare una leggenda. È per questo aspetto – oltre al dato puramente statistico delle vittorie – che si può considerare Bolt nell’olimpo dello sport insieme ai vari Alì, Pelè, Michael Jordan. Come per il n°23 dei Bulls e altri grandi campioni dotati, affermati ed esasperatamente competitivi, anche Bolt ha dovuto sempre trovare nuovi stimoli per continuare ad allenarsi e correre raggiungendo sempre il massimo dei risultati, e forse i Mondiali del prossimo anno saranno l’apice: la competizione contro se stesso.

Guardando I am Bolt si incrociano i diversi fattori che lo hanno aiutato a diventare un’icona del nostro tempo (“tutto il mondo lo adora. Non vuole essere un politico, un rivoluzionario. Lui vuole solo essere se stesso e far star bene le persone, farle divertire e sorridere in meno di 10 secondi”) rimanendo se stesso, legato alla sua terra e alla sua cultura. Nel film si avverte quanto “pesino” per lui le sue radici semplici, la sua famiglia, il suo “circolo” ristretto (l’amico d’infanzia che si trasforma nel suo manager), la musica (il film ha una perfetta colonna sonora che spazia da Damian Marley a Chronixx) e sullo sfondo la terra in cui è nato, un’isola unica che forgia il calore – non solo nel Caribe – di un popolo che ha una storia che parte da lontano e che ha formato – nei suoi geni, nella sua struttura fisica, nella sua mentalità – anche Usain Bolt.

A volte ci si chiede come la Giamaica possa essere così “ricca” nella sua immensa povertà, come abbia potuto inventarsi uomini leggendari come Marley, Garvey o Bolt, come possa aver dato vita a un fenomeno artistico come il reggae e ancora prima lo ska e il rock steady, come possa aver costruito un’intera generazione di atleti e atlete che corrono ai massimi livelli. Come possano essere così umani, forti e simpatici nonostante le mille contraddizioni e la sofferenza che si respira e si vive sulle sue strade. Io un’idea ce l’ho: i giamaicani sono i sopravvissuti a centinaia di anni in cui la schiavitù e chi è sopravvissuto allo sfruttamento coloniale (molti sostengono che sia stata la Giamaica il luogo più “duro” per gli schiavi deportati dall’Africa) ha dato in dote al futuro dell’isola geni unici e rari.

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