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I 25 migliori show e serie TV italiani di sempre

Se ogni Paese ha la tv che si merita, non siamo messi poi così male: dai programmi comici ai grandi varietà fino alle serie che ci hanno fatto fare bella figura all'estero, ecco il meglio della nostra TV, dal 1954 a oggi

Teo Teocoli e Antonio Albanese nello studio di "Mai dire Gol"

Teo Teocoli e Antonio Albanese nello studio di "Mai dire Gol"

L’adagio vuole che abbia insegnato l’italiano agli italiani più la televisione che la scuola. A un certo punto, forse con l’avvento dei reality, deve anche avere smesso di farlo, ma è un altro discorso. Oltre 60 anni di tv, riassunti nei 25 programmi più importanti, originali, indimenticabili, scelti da una super giuria. Come nella classifica stilata dal Rolling Stone americano, a vincere sono le storie: I Soprano da una parte, La piovra dall’altra. La mafia italiana e quella italoamericana, che insieme a Gomorra e Breaking Bad, ma non solo, formano un nucleo di storie di criminalità (organizzata o meno) che, evidentemente, rappresenta ancora l’ingrediente base per raggiungere l’epicità nello storytelling. Poi, certo, ci sono i programmi che prendono la televisione e la rovesciano, indagandone il senso e facendosene beffe, sempre affettuosamente: Mai dire gol, Blob, Quelli della notte. E ancora, Drive In, Boris, Il caso Scafroglia, Non è la Rai: l’arte tutta italiana del dissacrare il sacro, dall’interno. Cercare nella storia della tv significa ripercorrere a ritroso un’epoca (molte epoche) attraverso l’evoluzione del costume: scandali, come l’ombelico di Raffaella Carrà (Canzonissima, 1970) che oggi fanno sorridere, o forse no, se nel moderno 2016 basta ancora mostrare uno spinello in prima serata per turbare gli animi. Come la classifica americana, anche la nostra è fatta apposta per fare discutere, e magari incazzare: per ognuno di questi programmi, ce n’è almeno un altro che avrebbe meritato di essere incluso. Ma se ogni Paese ha la tv che si merita, forse noi non siamo messi poi così male.

25. “Carosello” (1957-1977)

Per una generazione, “a letto dopo Carosello” era il diktat a cui non si poteva sfuggire (esenzioni: morti di Papi, assassinii di Presidenti, allunaggi). Format televisivo elegante e codificato – merito, si narra, di Luciano Emmer – nato per presentare tutta insieme la pubblicità, sotto forma di storie. Tra i registi: Olmi, Pontecorvo, Leone, Pasolini, Fellini. Gli attori italiani: tutti. E persino star come Sinatra, Jerry Lewis, Yul Brynner. Ma al primo posto nei ricordi ci sono le animazioni: Calimero, Bialetti (“L’omino coi baffi”), Lavazza (“Carmencita e Caballero”) – d’altronde essere italiani significa dare priorità a un buon caffè.

24. “1992” (2015-oggi)

Ambiziosa serie tv sul momento storico – Tangentopoli – in cui l’Italia ha lasciato il XX secolo per diventare pop, populista, posticcia, post-fattuale: insomma, mai noiosa. Produce Sky in collaborazione con La7, da un’idea – impossibile dimenticarlo – di Stefano Accorsi. Successo di ascolti, ma anche critiche (come quelle verso la dizione della povera Tea Falco): a emergere, inaspettatamente, l’ex Miss Italia Miriam Leone nei panni di una showgirl spregiudicata e pronta a tutto. Il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine, parlando di 1992, arriva addirittura ad affermare: “Raramente un Paese trova il coraggio di guardarsi allo specchio in questo modo”. E la trilogia continua: sono in arrivo 1993 (marzo 2017, sul processo Enimont) e 1994 (su quella famosa “Discesa in campo”).

23. “Rockpolitik” (2005)

Può anche capitare che, Berlusconi rege, Adriano Celentano riceva carta bianca per un programma in prima serata su Rai 1: il direttore di rete dell’epoca, Del Noce, per prudenza si autosospende. Nella dicotomia tra “rock” e “lento” è diviso il mondo (un po’ confuso, da sempre) del Molleggiato: da una parte i gay, Ratzinger, Paperino, Vale Rossi; dall’altra Moggi, “fabbricare mine”, Briatore, Porto Cervo. E via così. L’occhio di B, come quello di Mordor, tutto osserva. Ma non bastano la classifica Freedom of Press (quell’anno andiamo male) e il ritorno di Santoro perché lo scandalo annunciato sia tale. Complice anche un Benigni disinnescato, gli animi si rasserenano: “È satira vera”, afferma addirittura un esponente del governo.

22. “Avanzi” (1991-1993)

Terzo programma presentato da Serena Dandini dopo La tv delle ragazze e Scusate l’interruzione. Tra i suoi meriti c’è quello di avere confermato il genio di Corrado Guzzanti, che riprende il personaggio del regista “de paura” Rokko Smitherson, e introduce le imitazioni di Giovanni Minoli, Vittorio Sgarbi, ma soprattutto Lorenzo: il liceale romano ripetente con t-shirt dei Nirvana e l’ossessione per il verbo “secernere”. (Di pochi anni dopo è un siparietto, oggi struggente, tra Lorenzo/Guzzanti e la band di Kurt Cobain, appena prima del suicidio di questi).

21. “Chi l’ha visto?” (1989-oggi)

“… Chi l’ha visto, che a mia madre tanto piace / Cosicché nessuno è libero di scappare in santa pace”, rappava Jovanotti in Televisione Televisione, 1992. Programma-bacheca pubblica, con tanto di numero di telefono dedicato per le segnalazioni in diretta degli spettatori, nato per aiutare i familiari di persone scomparse. Nelle oltre 1.100 puntate (presentatrici storiche: Donatella Raffai ieri, Federica Sciarelli oggi) ha raccontato una storia italiana un po’ mesta, non senza momenti di speranza: quella di un Paese non mappato, dark, astorico. La provincia profonda, dove continuano a succedere cose di cui nessuno sa dare una spiegazione.

20. “Karaoke” (1992-1995, 2015)

1992, il Paese è scosso dalle stragi di mafia. Cosa c’è di più rassicurante che stringersi e intonare assieme i più grandi successi della Canzone Italiana? La festa in piazza come risposta al terrore: il fenomeno teoricamente esotico (Karaoke è una parola giapponese) diventa nazional-popolare in un lampo. Un tale con il codino, molto simpatico, Rosario detto Fiorello, tiene su il morale e assegna momenti di celebrità. Oggi sappiamo che da questo palco itinerante sono passate belle speranze come Elisa, Tiziano Ferro, Laura Chiatti, Elisabetta Canalis. Forse per ispirazione, pochi mesi dopo, un altro talento, Silvio da Arcore (passato da chansonnier sulle navi da crociera), afferra il microfono, e attacca la sua canzone.

19. “Maurizio Costanzo Show” (1982-2009, 2015-oggi)

Dal Teatro Parioli in Roma, il talk show come lo conosciamo da queste parti: 30 edizioni, 4405 puntate. È l’evoluzione di Bontà loro (1976-78), sempre condotto da Costanzo. Il folklore è merito anche degli stacchi del maestro Bracardi, controparte musicale di Costanzo in frac bianco. Restano nella memoria i “casi umani” e le standing ovation che non si negano a nessuno (celebre la polemica per gli applausi a un gruppo di neonazi); ma, certo, anche le campagne contro la mafia (che portano al fallito attentato del 1993, contro Costanzo e De Filippi), e i proclami a favore di Emergency, l’ambiente, le persone con disagio mentale. E buona camicia a tutti.

18. “Canzonissima” (1958-1975)

Approdo tv dell’omonimo concorso radiofonico; fondamentale per alcuni episodi “scandalosi”, indicatori dell’evoluzione del costume in Italia: l’ombelico scoperto di Raffaella Carrà nel 1970, e ancora il suo Tuca Tuca l’anno successivo (i dirigenti Rai, temendo lo schiacciamento prospettico dell’immagine tv, obbligano i ballerini a una scomoda posizione di 3/4: per non lasciare dubbi su quali parti del corpo fossero effettivamente tucate). Nel 1962, l’ennesima censura ai testi di Dario Fo e Franca Rame, conduttori di turno, costringe la coppia ad abbandonare il programma: dando così il via a una lunga e gloriosa carriera off Contro Il Potere.

17. “Romanzo criminale” (2008-2010)

Il romanzo bestseller (di Giancarlo De Cataldo) diventa film di successo e quindi serie tv di culto per un pubblico italiano che non si aspettava produzioni degne de Ollivud – forse aveva dimenticato La piovra, che si concludeva, ricordiamolo, dentro l’Etna: più epico di così! Dirige Stefano Sollima, il Tarantino di noialtri per humour e attitudine. In 22 episodi la serie approfondisce, con respiro e swagger adeguati, le imprese criminali di questa versione letteraria della banda della Magliana: personaggi come il Libanese, il Freddo, il Dandi, il commissario Sciajola, oggi sono tutti entrati nell’immaginario collettivo al punto da oscurare quasi i loro modelli reali.

16. “Amici” (1992-1997, 2000-2001)

La sua prima incarnazione era un talk show apparentemente come tanti, condotto per una manciata di mesi da Lella Costa. Le subentra tale Maria De Filippi, nota allora solo per essere la compagna di Maurizio Costanzo. Da quel momento Amici diventerà la creatura di quella che, nel giro di qualche anno, sarà la regina della tv nostrana. C’erano prodromi del Paese di oggi, in quel pubblico (attivo) di italiani medi, tuttologhi e impiccioni? Era la versione live di una bacheca da social network? O il germe della reattività di giudizio pentastellata? L’importanza di Amici, per quello che siamo diventati, è ancora tutta da scoprire.

15. “Studio Uno” (1961-1966)

Antesignano dei varietà del sabato sera, è legato soprattutto al successo della sua principale presentatrice, Mina: ragazzona prealpina ancora a inizio carriera che stupirà tutti grazie al suo spirito, affiancata di volta in volta da controparti come Alberto Lupo, Marcello Mastroianni, Nino Manfredi, Vittorio De Sica. Se aggiungete i turbamenti delle gemelle Kessler, e il loro Da-Da-Un-Pa, inno nonsense all’amore internazionale; le coreografie ammerigane di Don Lurio; e le scenografie innovative di Cesarini da Senigallia: ecco il prototipo del contenitore multifunzione che, 50 anni dopo, non è mai passato di moda.

14. “I promessi sposi” (1990)

Rigorosamente pippobaudesco (come Beppe Grillo agli esordi), cioè non politicizzato, ma tecnicamente mostruoso, il trio Lopez-Marchesini-Solenghi al suo massimo portò su Rai 1 la parodia de I promessi sposi ancora saldamente presenti negli incubi dei liceali italiani, e già oggetto di ben due sceneggiati kolossal, nel 1967 e nel 1989. L’idea fu quella di precipitare la storia dei due poveri innamorati, della peste e di tutto il resto, nello scemenzaio della televisione dell’epoca. Con Ruud Gullit, Wanna Marchi, Giulio Andreotti, Daniele Piombi tra i cammeo, il risultato fu clamoroso: quasi 15 milioni di spettatori per la prima delle 5 puntate.

13. “Samarcanda” (1987-1992)

Dieci anni dopo Portobello, la “tv della gente” è quella di Michele Santoro su Rai 3. Elegantissimo lo studio di via Teulada, opera del regista teatrale Giorgio Barberio Corsetti: una passerella di legno per il conduttore, due tribune per gli ospiti (politici, giornalisti, esperti) confusi col pubblico, lo sfondo nero pece. Nelle piazze in collegamento da tutta Italia, sotto la luce cruda dei riflettori, si grida, si interrompe, si fanno gli applausi e i cori. Nel 1992, piena Tangentopoli, la democrazia viene salvata dalla televisione passando per la tragedia greca, il teatro d’avanguardia e la lezione delle radio libere (tra gli inviati c’è un ex Radio Alice, Maurizio Torrealta).

12. “Portobello” (1977-1983, 1987)

I format della “tv della gente comune” li ha inventati quasi tutti Enzo Tortora. A Portobello si vendono e si comprano cose vecchie e idee strampalate (un misto di eBay e crowdfunding, dove poteva capitare che un tizio venisse a cercare finanziamenti per spianare il ligure Passo del Turchino e risolvere così il problema della nebbia in Val Padana), si cercano e si ritrovano amici, parenti, mariti, mogli. Nel frattempo, i concorrenti cercano di far pronunciare il nome “Portobello” a un pappagallo in studio. Fu una mezza tragedia nel 1983 l’arresto di Tortora, con imputazioni di camorra e cocaina: tutte smentite dopo un calvario di galera e processi durato 5 anni, eppure l’innocenza del Paese crollò definitivamente. Se anche l’uomo più buono del mondo poteva finire nel fango, tutto era possibile.

11. “Il commissario Montalbano” (1999-oggi)

Dopo Sheridan, Nero Wolfe e Maigret – i grandi commissari degli sceneggiati Rai – e dopo almeno un ventennio in cui nelle trame gialle dominano il noir, l’intrigo politico, la criminalità organizzata, Montalbano è una manna per la fiction Rai. Il nostro Derrick. I bestseller in lingua italo-sicula scritti da Andrea Camilleri (che già a suo tempo aveva partecipato alla messa in scena di Sheridan e Maigret), girati da Alberto Sironi e interpretati da Luca Zingaretti, diventano una delle serie di film per la tv più viste di tutti i tempi. Sempre rassicuranti nella messa in scena, però democratici, antimafia e persino di sinistra nella morale. Dalla serie nasce anche uno spin-off: Il giovane Montalbano, interpretato da Michele Riondino.

10. “Non è la Rai” (1991-1995)

Teorizzatore del vuoto televisivo, Gianni Boncompagni è l’inventore di format di pura ipnosi come la discoteca in tv di Discoring e i fagioli della Carrà in Pronto Raffaella. Passato alla Fininvest, trova la sintesi delle sue ossessioni in Non è la Rai: programma di canzoni in playback e giochini scemi per i ragazzini che tornano a casa da scuola. All’attitudine pigmalionesca, il 60enne regista unisce una snobbissima passione per la decadenza culturale delle 15enni di borgata, che saranno le sue nuove Raffaelle. Dopo alcuni tentativi scopre Ambra Angiolini e realizza il suo perverso capolavoro: rivivere nel corpo di una 16enne attraverso il famoso “auricolare”. Il pubblico di tutto questo sapeva poco, e anche gran parte delle ragazze – quasi tutte finite a ingrossare le fila delle vallette e dei reality. Ambra ci metterà 10 anni a riprendersi.

9. “Boris” (2007-2010)

Perché della tv italiana si ricordano soprattutto i programmi che fanno ridere, anzi che ridono della tv medesima? Di certo Boris è l’ultima parodia possibile dell’ultimo genere italiano – la fiction di prima serata – poco prima che l’ossessione per le serie americane spazzi via tutto (o quasi). La fiction si chiama Gli occhi del cuore, gli attori sono “cani” per definizione, il regista un simpatico cialtrone. Gli autori Torre, Ciarrapico e Vendruscolo sottopongono alla disciplina della sceneggiatura 50 anni di parodie e metanarrazione sul cinema e la tv, da Federico Fellini a Nanni Moretti. Un gruppo di attori, sopravvissuti alla distruzione del cinema e della tv comica italiana durante il ventennio berlusconiano, accettano di buon grado la sfida. Non hanno più niente da perdere.

8. “Drive In” (1983-1988)

Un anti-varietà anti-Rai, spiccio e giovanile (ma debitore di alcuni innovativi programmi Rai come Non stop). Stile Fininvest, con dentro l’anima nera del “situazionista” Antonio Ricci. Generazionale, milanesissimo, ambiguissimo nel risultato: satira o esaltazione dei tempi nuovi? Comunque ultra anni ’80 per scrittura, humor, argomenti: il paninaro, il bocconiano, il venditore di quadri patacca. Il montaggio di parodie e sketch era ambientato in un americanissimo drive-in con risate da sit-com, sincronizzato con gli stacchi pubblicitari annunciati da ragazze popputissime e ironiche, come nelle riviste per pippaioli e (aggiungeva Ricci) sulle copertine dell’Espresso. Quanto ironiche, poi, non s’è mai capito fino in fondo, ma poco importa.

7. “Un, due, tre” (1954-1959)

Trent’anni prima di Arbore e Guzzanti, la tv italiana era già “meta”. Aprì le porte al varietà, ospitando parodie dei suoi programmi educativi e culturali: le inchieste nella valle del Po dello scrittore dandy Mario Soldati, i documentari sulla condizione femminile. Vianello e Tognazzi – strepitosa coppia comica che veniva dal varietà e dal cinema – ebbero gioco facile nell’evocare mostri e fantasmi dell’(ex) Italia contadina, che tutti conoscevano ancora benissimo. Accanto a questi, nuovi mostri si facevano strada: il programma venne chiuso dall’oggi al domani per una scenetta che evocava il Presidente della Repubblica Gronchi, caduto dalla sedia durante una prima della Scala.

6. “Il caso Scafroglia” (2002)

È il capolavoro di Corrado Guzzanti. In onda su Raitre, ospitato in un anonimo studio da telegiornale (sono i tempi in cui l’identità della rete “di sinistra” viene smantellata), Guzzanti senza trucco nei panni di un conduttore cinico e indistinguibile da quelli veri usa il format di Chi l’ha visto? per raccontare la ricerca di un certo Mario Scafroglia, che alla fine si scoprirà essere lui stesso. Nella finta diretta (scrittissima: il riferimento non è Arbore, semmai i Monty Python), Guzzanti ha come spalla Marco MaRzocca nei panni di padre Federico, prete ultramoralista di ascendenze verdoniane. Lo studio fa da cornice per altri personaggi di Guzzanti e dello stesso MaRzocca (Tremonti, il massone, Vulvia, il domestico filippino ecc.), in forma di sketch sghembi, senza conduzione.

5. “Quelli della notte” (1985)

Agli autori comici anglosassoni possiamo invidiare parecchie cose in fatto di tecnica e scrittura (le sit-com, lo stand-up, il Saturday Night Live), meno una: l’arte del cazzeggio. Il jazzista Renzo Arbore portò in tv un intero gruppo di maschere comiche per animare un finto talk-show immaginato a casa sua, tra le 23 e mezzanotte. Frate Antonino di Scasazza (Nino Frassica), il rappresentante di pedalò (Maurizio Ferrini), il re dell’ovvio Maurizio Catalano (per ricordare solo alcuni della banda) lavoravano su pochi tormentoni, un canovaccio quotidiano e la “spalla” del conduttore. Ironizzava sui rituali del piccolo schermo (l’ospitata, l’opinionista, il talk), e il successo fu pazzesco: i tormentoni di allora sono tuttora fissi nella retorica spicciola nazionale. C’è ancora chi sa a memoria la sigla del programma.

4. “Blob” (1989-oggi)

Poco prima che fosse inventato Internet, era la televisione, e non il computer, l’elettrodomestico sempre acceso dentro casa. Inevitabile che il flusso producesse effetti collaterali, confondendo in una marmellata indistinta personaggi comici, tragici, sacri, profani, trash, sublimi. Un blob, appunto. In onda all’ora dei telegiornali, composto da un anarchico gruppo di “visionari” nascosti dietro la firma di Ghezzi e Giusti, Blob restituiva gli highlights della “tv del giorno prima” in poco più di 10 minuti. I procedimenti erano un bignami dell’avanguardia e dell’agitprop – dal cesso di Duchamp alla sintesi futurista, fino al videoclip. Rivelavano lo star-system televisivo italiano al suo massimo fulgore (Fede, Santoro, Ferrara, la tv urlata, la tv del dolore, la guerra in diretta, gli errori tecnici…), subito prima della conquista del potere da parte del tycoon televisivo numero uno e della conseguente fine di un’epoca.

3. “Mai Dire Gol” (1990-2001)

Mai dire gol comincia coi Mondiali ’90 e finisce nel 2001, quando la tv satellitare cambia per sempre il nostro rapporto col calcio. Ma nel 1990 la prosopopea cialtrona e sprecona del racconto del calcio nazionale tocca i suoi massimi livelli: da Aldo Biscardi all’ultimo inviato di 90° minuto. Santin-Gherarducci-Taranto vengono da Radio Popolare, e qui vampirizzano le telecronache delle partite. Tolgono l’audio, rompono la complicità del non-giornalismo sportivo di quegli anni, sghignazzano e perculano come tutti i tifosi al bar, applicano (questa è una novità) il tono allegro del moralismo milanese di sinistra. Filmati e sintesi sottoposti al loro trattamento sono stati comprati proprio quell’anno da Fininvest (è iniziata la guerra dei diritti); e i microformat Un uomo un perché, Il gollonzo eccetera, entrano nel lessico calcistico nazionale. Siccome all’epoca non c’era tipo umano né maschera regionale né mostro semplice che non fosse rappresentata nel grande circo (ancora per poco) della domenica e del lunedì dei programmi di calcio, la trovata successiva è quella di riutilizzare il format di 90° minuto (è quasi tutta così la storia della tv italiana in quegli anni) per costruire uno show comico. In finto collegamento, nelle diverse edizioni del programma, Caccamo (Teocoli), Frengo (Albanese), Nico e i sardi, Flanagan (Aldo, Giovanni e Giacomo) e tanti altri usano la maschera regionale per commentare fintamente la loro squadra. In onda in seconda serata, Mai dire gol può dirsi il nostro Saturday Night Live. Non c’è comico di grido che non sia passato da lì, in quei 10 anni.

2. “Gomorra” (2014-oggi)

Non fosse per La piovra, il vincitore di questa nostra classifica sarebbe stato Gomorra – ma, semplice, l’epopea del commissario Cattani è arrivata prima e in tempi non sospetti. La serie tv diretta da Sollima, Comencini, Cupellini e Giovannesi, sotto la supervisione di Roberto Saviano – terzo stadio di evoluzione narrativa, dopo il romanzo bestseller e il film di Garrone – è, insieme a Romanzo criminale, il contributo italiano alla cosiddetta golden age internazionale della tv, destinata a proseguire negli anni a venire con 1992, The Young Pope, Suburra – La serie eccetera. Le storie di camorra, ispirate a veri fatti di cronaca e rielaborate con grande classe, vanno oltre l’ambito regionale per diventare un’epica saga noir che ricorda più Narcos, Quei bravi ragazzi o la Yakuza di Kitano, che una fiction nostrana. I gangster, così come la violenza, in fondo si assomigliano ovunque. Gomorra è più vivo proprio dove i suoi personaggi parlano l’aspro, strettissimo dialetto dei rioni della periferia campana: una serie italiana che gli italiani (dalla Val D’Aosta alla Sicilia) guardano con piacere sottotitolata: alla faccia della tanto celebrata scuola di doppiaggio italiana. Nel corso di sole due stagioni (altre due sono già state confermate) i suoi protagonisti sono diventati delle star, come Salvatore Esposito e Marco D’Amore, oggi tra gli attori italiani più richiesti. Una delle caratteristiche che ha reso Gomorra così popolare è l’indifferenza verso i propri personaggi: mai affezionarsi troppo a uno di loro, potrebbe essere fatto fuori (da un clan rivale, e dagli sceneggiatori) in qualsiasi momento. Un po’ Trono di spade a Scampia. E infatti, come ha raccontato Roberto Saviano a Rolling Stone quest’anno: «Il mondo criminale ha una struttura feudale e aristocratica, e la camorra conserva una matrice gerarchica che, in effetti, rievoca il mondo nobiliare: il principe, il conte, il barone. Di conseguenza, viene naturale parlare di regno e di monarchia». Nel gioco del potere, vince chi tradisce le regole.

1. “La piovra” (1984-2001)

La piovra andò in onda in prima serata su Rai­ 1 per 15 anni. Ogni puntata faceva in media tra i 10 e i 15 milioni di spettatori. Un’enormità. La piovra era la Mafia. Lo scandalo della serie stava nel fatto che buoni e cattivi si combattevano su un terreno che partiva da Palermo, ma si estendeva fino alla politica e all’economia ufficiale, nazionale e internazionale. Cosa che si sapeva da tempo, ma nessuno l’aveva mai raccontata tanto chiaramente. La piovra riportava in tv lo stile del cinema italiano degli anni ’60-’70: il cinema politico di Petri e Damiani (che fu il primo regista della serie, scritta inizialmente da Ennio De Concini); i mafia-movie che discendevano dal primo Francesco Rosi passando per il neobarocco Francis Ford Coppola e il neorealista Martin Scorsese; il film d’inchiesta da cui venivano gli altri sceneggiatori Rulli e Petraglia. Usava certe formule dei poliziotteschi ai quali avevano partecipato a suo tempo i “commissari” Michele Placido e Vittorio Mezzogiorno. A scrivere le musiche venne chiamato Ennio Morricone, che partecipò da par suo a questo saggio meta-cinematografico, riciclando con mestiere le sue composizioni: Il clan dei siciliani, Città Violenta, C’era una volta il West. Eppure La piovra era una serie modernissima per i tempi, ed ebbe enorme successo internazionale specialmente nell’ex Est Europeo, dove a questo proposito il Made in Italy aveva ancora parecchio da dire. Perché nella Piovra erano già quasi tutti cattivi, meno il commissario Corrado Cattani (Michele Placido). Che infatti morì alla fine della quarta serie, di fronte a 17 milioni di spettatori sinceramente commossi – tre anni prima di Falcone e Borsellino. Il suo posto fu preso da Davide Licata (Vittorio Mezzogiorno), che invece, poveretto, morì davvero durante la lavorazione della sesta serie, e con lui il suo personaggio. A quel punto agli sceneggiatori non restò che imboccare la strada del Male Assoluto, tipo James Bond. Per questo restò vivo fino all’ultima inquadratura della serie il cattivo numero uno Tano Cariddi, l’attore Remo Girone, supermanager della mafia dei colletti bianchi. Che guidava macchinoni blu, aveva un’attitudine monacale e camicie immacolate. Figlio ideale di Sindona e Dell’Utri – anche se questo non si poteva dire e non si disse mai, in effetti. Ma il bersaglio grosso della serie, specie negli anni ’90, era proprio quello.

La giuria scelta da Rolling Stone Italia:

Alessandro Cattelan – Conduttore tv, scrittore, X Factor, Ma la vita è un’altra cosa, E poi c’è Cattelan.
Maurizio Costanzo – Conduttore tv, sceneggiatore, Maurizio Costanzo Show, Bontà loro, La casa dalle finestre che ridono.
Carolina Crescentini – Attrice, Parlami d’amore, Mine vaganti, Boris, Assolo.
Giancarlo De Cataldo – Magistrato, scrittore, sceneggiatore, Romanzo criminale (libro e serie), Suburra, I traditori.
Salvatore Esposito – Attore, Gomorra – La serie, Lo chiamavano Jeeg Robot, Zeta.
Carlo Freccero – Autore tv, esperto di comunicazione, primo direttore di Rai 4, editorialista di Rolling Stone.
Giorgio Gherarducci – Conduttore radio, autore tv, membro della Gialappa’s Band, Mai dire Gol, Tutti gli uomini del deficiente.
Marco Giusti – Critico cinematografico, saggista, autore tv, Blob, Fuori orario, Stracult, Moana.
Fabio Guarnaccia – Scrittore, direttore di Link – Idee per la televisione, Più leggero dell’aria, Una specie di Paradiso.
Francesco Lauber – Autore e produttore tv, fondatore di Dry Media, X Factor, Masterchef, Undressed.
Saverio Raimondo Comico, autore e conduttore tv, CCN – Comedy Central News, Dov’è Mario.
Ludovica Rampoldi – Scrittrice e sceneggiatrice, 1992, Gomorra – La serie, In Treatment.
Fatma Ruffini – Autrice tv, Scherzi a parte, Stranamore, Karaoke, C’eravamo tanto amati, Casa Vianello, Camera Café.

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