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‘Gatta Cenerentola’: un film da Oscar

Abbiamo parlato con Alessandro Rak, uno dei quatto registi, di questo musical punk ma anche neomelodico che ci svela una Napoli dark, cattiva, dolente

gatta cenerentola

Napoli, capitale del cinema. Non esageriamo, in questo momento storico per una fortunata (ma anche voluta) serie di coincidenze produttive, culturali e di talenti, nel capoluogo campano fervono esperimenti, visioni altre e diverse. Pur senza le Cinecittà e i fondi “romani”, cresce un cinema maturo, coraggioso, potente. Dal Marra de L’equilibrio, di cui abbiamo già parlato, fino ai Manetti Bros che, romani (come d’altronde lo è il produttore de L’equilibrio Gianluca Arcopinto), hanno trovato il paradiso sul golfo, prima con l’applaudito Song’e Napule e ora con l’osannato Ammore e Malavita, in concorso a Venezia.

Ma il luogo in cui è esploso qualcosa di nuovo e dirompente è Piazza del Gesù Nuovo. E non solo perché dalla Mad Entertainment è uscito quel capolavoro – anche nel senso di lavoro che manda a capo un capitolo dell’animazione in Italia, e forse non solo – di Gatta Cenerentola, ma perché rappresenta una factory di visionari realisti, di utopisti capaci di realizzare l’impossibile. Li abbiamo conosciuti per L’arte della felicità di Alessandro Rak, sempre a Venezia, e questo cineasta poetico e sghembo, nei suoi sguardi e nei suoi tratti, lo ritroviamo anche tra i quattro moschettieri alla regia di quest’ultimo film (con lui Ivan Cappiello, Dario Sansone, Marino Guarnieri).

Hanno un’ambizione smisurata e vivace e una fantasia agganciata alla verità, ma soprattutto sono una squadra forte e amalgamata. «L’ambizione? Non so misurarlo questo concetto – ci racconta Rak -, siamo appassionati di animazione ma non siamo dei teorici della sua storia, delle sue tecniche. Ci piace raccontare con questo strumento, senza escludere una cultura condivisa e tanti linguaggi che riversiamo in quello che facciamo. Il nostro respiro diverso, rispetto a ciò a cui siamo abituati qui in Italia, forse dipende dal fatto che ci diverte usarla, l’animazione, per concetti più adulti. Noi rifiutiamo il valore didattico ed educativo che ancora ha l’animazione dedicata a una fascia d’età: per me questa forma di arte è esplorazione come lo è anche il disegno. E allora a quel punto affronti una storia, un soggetto, un immaginario, come succede in ogni film».

E qui e solo qui forse ha senso il paragone con la Pixar, nella quale sarebbe folle scindere produzione e creazione. «Non abbiamo una produzione che cerca di recintare, censurare, omologare i concetti e ciò che facciamo. Indirizza e vuole comprendere, lavora per cercare una sintesi e una cifra stilistica chiara, ma ci spinge a fare ciò che vogliamo. E’ uno stimolo, anche se cerca di identificare i target come una produzione deve fare. Noi, dall’altra parte, andiamo senza reti. Ma non vogliamo sfondare sistemi, il nostro è solo istinto, curiosità».

Il risultato è Gatta Cenerentola, un musical punk ma anche neomelodico che ci svela una Napoli dark, cattiva, dolente. Non la cartolina, ma quella che vede soffocati i propri sogni. Come quelli dello scienziato Basile – sì, è una citazione di una delle ispirazioni: il grande autore che ha influenzato anche Garrone -: quel personaggio è uno splendido esempio di grande napoletano che rischia tutto, forse troppo. «Abbiamo descritto il conflitto che c’è a Napoli, e che c’è in ogni città, non la città in sé. In una favola devi metterlo il cattivo, il Male e la sua presenza sono connaturati al genere. E abbiamo voluto il lato oscuro anche per giocare con la contraddizione dentro questi concetti: il cattivo in fondo rimprovera al buono di non capire Napoli, di volerla forzare. Ma il cattivo stesso, per assecondarla, crea solo morti e crimini. Abbiamo affrontato il tema delle possibilità: non neghiamo che lì ci sia Napoli, ma c’è soprattutto l’uomo».

Rak è quasi timido di fronte all’entusiasmo di chi ama il film – «in fondo ci abbiamo lavorato così tanto che è difficile ora mettersi dalla parte degli spettatori» – e forse la semplicità con cui mette il suo talento al servizio dell’animazione è anche la sua forza. Quando gli si fa notare che il segreto dell’opera è tutta nella sua capacità di mescolare generi narrativi e ispirazioni estetiche, lui risponde sorridendo «un papocchio, insomma». Poi fa una pausa e dice «per me è un valore. Noi registi siamo i 4 con più esperienza, ma siamo in 15 ad averci lavorato. Noi abbiamo deciso di più, abbiamo incanalato le idee ma nel nostro lavoro confluiscono tante opinioni, siamo gioiosamente un papocchio, appunto: è bello essere in tanti ma non troppi, in modo che tutti contino, in una continua battaglia di senso alla ricerca di ciò che vogliamo. Per vedere ogni volta dove andremo a finire».

Ecco perché Gatta Cenerentola dovrebbe essere il candidato italiano all’Oscar. Perché la Mad Entertainment di Luciano Stella e Maria Carolina Terzi è quel sogno che vediamo all’inizio del film, ma anche la realtà diversa e possibile che non viene imposta dall’alto di un’illuminazione pur altruista, come succede a Basile, ma con il realismo di chi non si accontenta di immaginare, ma vuole realizzare qualcosa di grande. Gatta Cenerentola, dopo Diaz e la sua forma narrativa rivoluzionaria, Jeeg Robot e la sua rottura dei generi, dopo tanti piccoli passi verso un cinema italiano non più impolverato, è il passo che si deve fare per guardare avanti, e oltre.



«Rispetto alle questioni che non riguardano solo me, ho difficoltà a esprimermi. Non so di cosa ci sia bisogno nel cinema italiano, penso che la qualità delle cose nasca fuori dalle sinergie delle persone, se può servire da stimolo allora va bene. Ma non amo le immagini salvifiche, non credo che il nostro lavoro possa salvare qualcuno o qualcosa, anche perché in queste settimane vediamo tanti uomini e donne che avrebbero bisogno di essere salvati, realmente, e non riusciamo neanche a metterci d’accordo su cosa fare per loro. In fondo noi, nel lungometraggio, parliamo di uno scienziato che ha un’utopia e un criminale fin troppo realista. Abbiamo detto che è giusto sognare, ma che può essere pericoloso. Gatta Cenerentola può essere quel sogno, dall’altra parte ci possono essere progetti che sono parte dell’annichilamento del cinema italiano. Peccato che noi nella nostra fiaba diciamo che bene e male si contraddicono e magari c’è una terza via, più classica, che può essere migliore. Non sono io, non siamo noi a dover dire se e perché Gatta Cenerentola dovrebbe andare agli Oscar. Certo l’innovazione, la creazione di qualcosa di nuovo è sempre un momento importante e bello e che sia il nostro film a far fiorire qualcosa di nuovo mi, ci renderebbe orgogliosi».

Insomma, loro non si scanseranno se saranno investiti di questo privilegio (e responsabilità). Noi possiamo tifare, magari scrivere sui social #unagattaalloscar e sperare che questo paese guardi un po’ più su dei suoi sogni e ne sia, per una volta, all’altezza.

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