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Forever Janis, l’esordio del documentario al Festival del Cinema di Venezia | Da oggi al cinema con la voce di Gianna Nannini

L’opera più bella vista finora a Venezia sarà nei cinema italiani dall'8 ottobre. Leggi l'intervista alla regista Amy Berg su Rolling Stone di ottobre, in edicola

5 aprile 1969 Janis Joplin - Foto di Evening Standard/Getty Images

5 aprile 1969 Janis Joplin - Foto di Evening Standard/Getty Images

Janis, non ti curar di loro ma guarda e passa. Questo vorresti dirle, vedendola nelle foto dell’infanzia e dell’adolescenza, abbracciandola. Immaginando i tre anni di bullismo subiti a scuola, quell’infame premio che le confraternite del college le diedero come “uomo più brutto del campus”, quell’aria goffa che non lasciava presagire la leonessa che avrebbe graffiato il mondo con la sua voce.

Il documentario Janis – sì, perché i grandi, da Diego a Jimi, non hanno bisogno del cognome -, ha tanti meriti. Ma uno più di tutti è renderti la Joplin amica, sorella, amante, compagna d’avventure e di bevute. A un certo punto senti addosso anche la sua tristezza e pur non vedendo mai sballi, ti immagini chiuso con lei a scrutare l’abisso. O in una stanza d’albergo a provare a tirarla fuori.

Amy Berg sa farti scrutare la rocker per eccellenza in ogni suo lato, con grazia e sensibilità, ma anche con la ruvidezza che ha solo la verità. Lo senti da amici, parenti, colleghi, compagni della band e di emozioni e di follie. Un coro bizzarro e partecipe, che a differenza di tanti altri documentari di questo tipo, tutti rinchiusi nel modello “filmati di repertorio e testimonianze”, non ha altri protagonisti che lei. Come se con la sincerità e la capacità di non invadere la scena, tutti volessero restituire ciò che non le avevano dato in vita, o che magari le avevano tolto.

Quella sorella così borghese, gli amanti freddi, chi ha assistito alle umiliazioni da lei subite, forse non proteggendola abbastanza. Janis non è solo Cry Baby che sa strapparti l’anima e le budella, o Summertime che ti fa intravedere la sua dolcezza – e qui entriamo in studio, scoprendone una versione poetica e una frenetica -, o Me and Bobby McGee, che ti dice che solo le più grandi sanno rendere le parole altrui qualcosa di magico, come Patti Smith, Edith Piaf o, appunto, Janis Joplin. Perché quella ragazzaccia rissosa e che regalava al mondo quella risata fragorosa e contagiosa tenendo per sé il buio che la divorava, era ed è di quella schiatta là: genio e empatia autodistruttiva, amore e morte, unicità e emancipazione che può diventare emarginazione. Perché se sei troppo avanti, poi, rimani solo. Il vuoto dietro, davanti, dentro.

Janis, cazzo, dove sei. C’è Keith, potevi esserci tu. Pensati ora, a 72 anni, come avresti potuto farci ancora ballare. Capisci quanto è bello il documentario della Berg, qui a Venezia 72, quando cominci a parlare con lo schermo. Sperando che lei ti senta. Quando quella donna pensi di averla capita solo tu, ma troppo tardi. Ma non avresti saputo farlo, lì e allora: ecco perché forse nessuno si appropria di Janis. I componenti della Big Brother and The holding company, che con candore ti dicono «non avevamo abbastanza talento per limitarla», gli amici che la rinnegavano nei peggiori bar texani per evitare scazzottate con i cajun, le amanti e gli amanti che non hanno saputo amarla abbastanza (ma le sarebbe mai bastato, visto il baratro che aveva dentro, scavato dall’ottusità di un mondo maschilista, razzista e ipocrita?), o nel modo giusto, o nel posto giusto.

Quattro album, due gruppi, due concerti mitici – Monterey e Woodstock -, ma una vita sola. Qui raccontata in 100 minuti e spicci, dall’inizio, senza sconti. E ti manca quell’impunita che non accettava rifiuti, che scriveva lettere dolci da figlia ribelle e si entusiasmava perché accettata da quella San Francisco che non ti tradisce se hai le carte giuste. Janis è questo e molto di più: sono performance crude e meravigliose in filmati d’epoca, è la paura di veder svanire quel grido di dolore che sa essere orgasmo, e viceversa, per chi lo sente e per chi lo canta. Vaffanculo Janis, ne eri uscita. A che serviva ricascarci? Non avevi il diritto di lasciarci soli, nella nostra mediocrità.

E voi, non state lì, imbambolati a leggere. Prendete l’agenda, perché l’8 ottobre esce nelle sale italiane per I wonder pictures. E perdere Janis sarebbe una follia.

L’intervista integrale a Amy Berg è pubblicato su Rolling Stone di ottobre.
Potete leggere l’edizione digitale della rivista,
basta cliccare sulle icone che trovi qui sotto.
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