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Stephen Frears e l’eterna arte del bluff

Diretta da regista di "The Queen", "Chéri", "Philomena", Meryl Streep è “Florence Foster Jenkins”, una ricca signora (esistita davvero) della New York anni ’40, convinta di essere un grande soprano. Peccato fosse stonata come una campana

Meryl Streep, 67 anni, nei panni di Florence, in Florence Foster Jenkins, al cinema dal 22 dicembre.

Meryl Streep, 67 anni, nei panni di Florence, in Florence Foster Jenkins, al cinema dal 22 dicembre.

Siamo circondati da storie motivazionali, dove l’aspirazione al successo è un mix di talento, passione e rivalsa sociale. È il caso per esempio di una serie tv come The Get Down, in cui l’amore per la musica sembra l’unica via di uscita dal ghetto.
Florence Foster Jenkins, la nuova commedia di Stephen Frears, ribalta questa parabola: se siamo stonati come una campana, ricchi sfondati e il nostro sogno è di diventare un soprano, perché dovremmo rinunciare? Quella di Florence (interpretata da Meryl Streep) è una storia vera. Una donna dell’alta società newyorkese, a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, celebre per la sua mancanza di doti canore, che arriva a tenere un concerto al Carnegie Hall grazie a un devoto marito/manager (Hugh Grant), che la protegge dalla verità (anche a costo di comprare tutti i giornali con le stroncature), e a un giovane pianista ambizioso (Simon Helberg, l’Howard Wolowitz di The Big Bang Theory), che si immola alla causa: accompagnarla nelle sue performance degne della Corrida, facendo finta di avere a che fare con Maria Callas.

Frears sceglie il tono della commedia per una storia che poteva aprirsi al melodramma: essere stati per tutta la vita degli impostori, protetti dall’amore ambiguo delle persone care. «Non ho scelto io il tono, la sceneggiatura era già così», commenta secco Frears. «Come diceva Billy Wilder, per un regista non è importante saper scrivere, ma saper leggere». In ogni modo, il film gioca con quella mania di grandeur – mascherata da passione – da cui è difficile essere immuni, e demitizza il concetto di “vero talento”. In Florence Foster Jenkins tutto è finto, dall’interpretazione di Streep – magnificamente sopra le righe – a una Liverpool trasformata nella New York anni ’40. «Non esiste più quella città», dice Frears, «non è mai esistita. Quando a Lubitsch hanno chiesto se gli piacesse Parigi, la sua risposta è stata: “Ma Parigi Parigi, o Parigi Paramount?”».

Dopo The Queen, Chéri, Philomena, sembra che il regista si diverta a mettere in scena personaggi femminili di una certa età: «Sì, sono donne più libere e trasgressive, possono fare come gli pare». E lo stesso Frears sfrutta il privilegio dei suoi anni, bofonchiando senza sosta durante tutta l’intervista e concedendo di tanto in tanto una risposta col gusto della freddura. C’è passato pure Helberg al momento del casting per il ruolo di Cosmé McMoon, il pianista di Florence: «Mi ero preparato dei commenti intelligenti sulla sceneggiatura, ma a Stephen non poteva fregargliene di meno. Io parlavo, lui si limitava a sbuffare». La cosa divertente è che la casting director nemmeno lo sapeva, che Simon fosse capace di suonare il piano. «“Che coincidenza!”, mi ha detto. Io pensavo di essere stato chiamato proprio per quello». Nel film la musica è suonata live: «Stephen era interessato al rapporto che si poteva creare dal vivo tra me e Meryl: lei che stecca di proposito, e io che le vado dietro col piano. Non è stato facile mantenere l’aplomb». Il personaggio di McMoon è uno dei più interessanti del film, un pianista non particolarmente talentuoso che riesce a smarcarsi dall’anonimato seguendo il sogno di Florence. «Mi sono riconosciuto», ammette Helberg, «quando per il film mi sono ritrovato a registrare negli studi di Abbey Road! Un momento che mi porterò dietro per tutta la vita». A quanto pare, l’impostura paga.

L’intervista è stata pubblicata su Rolling Stone di dicembre.
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