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“Io e papà”, Duncan Jones su Warcraft e David Bowie

Papà David lo sgridava perché giocava ai videogame invece che all’aperto. Ma lui da quella passione non è mai guarito, tanto che ora ha fatto pure un film, “Warcraft”, basato proprio su un videogame

San Francisco. Nel cuore del Presidio, ex base militare con vista spettacolare sulla Baia, si trova I.L.M., Industrial Light & Magic, mitica compagnia di effetti speciali fondata da George Lucas nell’ormai lontano 1975, per produrre gli FX di Star Wars. Scatto selfie con E.T. e DarthVader e arrivo alla famosa fontana di Yoda e da lì entro in un mondo fantastico (uffici) costellato di magia (greenscreen e motion capture), di poster di film internazionali – collezione personale di Lucas – e memorabilia di decenni di film pionieristici (mitica la blaster di Han Solo e la tv di Poltergeist).

Qui mi aspetta Duncan Jones, nato Duncan Zowie Haywood Jones nonché noto anche come Zowie Bowie, per presentare il suo nuovo film, Warcraft-L’inizio (nei cinema italiani dall’1 giugno), basato su World of Warcraft, videogame online di ruolo MMORPG (Massive Multiplayer Online Role-Playing Game) tra i più giocati al mondo, circa 5 milioni di iscritti. I sucked @it. Facevo cagare, ma ne adoravo la totale e assoluta dipendenza.
«Ho iniziato a giocare a Warcraft 20 anni fa. Sono sempre stato un avido gamer, la sera passo ore a giocare. Per me i videogame erano un rifugio, un modo per allontanarmi dalla realtà, e ritrovare amici in un mondo familiare. Ho iniziato con Atari, poi Commodore 64, Amiga, Sega e NES. Il tutto con le interferenze di papà David», racconta Duncan, laddove «papà David» è proprio quel David, «che cercava di mettermi in mano uno strumento. Ci provava sempre. Batteria, piano, chitarra, sassofono. Niente da fare, e so che per lui è stato un colpo, ma forse avevo capito che sarebbe stato impossibile competere con il suo genio. Papà cercava anche di farmi uscire a giocare o di mettermi in mano un libro, bloody hell! Lui, che era un lettore accanito, voleva che leggessi minimo un’ora prima di dormire ed è merito suo se ho iniziato ad appassionarmi al genere fantasy e fantascienza, come Orwell, Philip K. Dick e Bradbury. Papà invece diceva che per lui erano stati fondamentali Allen Ginsberg e Jack Kerouac, e grazie a On the Road ha capito che doveva andarsene via da Bromley e diventare musicista. Mi ricordo che quando girò L’uomo che cadde sulla Terra si portò in Messico 400 libri! Da allora quando andava in tour o sul set di un film, girava sempre con queste librerie segrete che si era fatto costruire apposta, ricavate dalle custodie degli strumenti. Le stesse che poi usavo io per giocare dietro al palco durante i concerti di papà. Mi rompevo così tanto che i roadies mi ci infilavano dentro e mi spingevano lungo il corridoio come fossi alla guida di un go kart!».

Mi sembra giusto interrompere questo fiume in piena e rammentargli i tanti adattamenti cinematografici da videogame che sono stati un flop (SuperMario, Doom, Max Payne, Lara Croft…), non solo al botteghino ma tra i fan. «Questo è uno dei motivi per cui ho voluto fare questo film. Voglio dimostrare che, se ci sono storia e dialoghi, è possibile fare un bel film. Volevo condividere il mio entusiasmo con i fan, ma anche con chi non ha idea di quanto sia incredibile questo gioco». Una delle sfide più importanti da risolvere sono stati gli orchi. «Peter Jackson con Il Signore degli anelli ha impostato uno standard di qualità altissimo nei confronti di film di questo genere, anche se per lui tutto quello che era umano era good, mentre i mostri erano cattivi. Per me era importante portare la realtà nel mondo fantasy, dove gli orchi hanno lo stesso spessore degli umani, dove le loro espressioni facciali sono come le nostre, dove i dialoghi spaziano tra tragedia e commedia. Se lo spettatore non crea una connessione emotiva con gli orchi, vuol dire che ho fallito come regista». E poi parla di sua moglie «che è stata usata come modella per Draka, visto che anche lei è incinta, e questo fatto ha davvero solidificato il concetto di famiglia nel film. Ecco perché i “mostri” hanno così tanti dialoghi qui. Se i film di supereroi e il revival dei fumetti hanno così tanto successo, non vedo perché i gamers non possano avere lo stesso interesse per i film ispirati ai videogiochi. L’importante è fare un bel lavoro e non pensare solo a guadagnarci milioni di dollari».

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