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Due splendidi cazzoni: com’è il documentario “Oasis: Supersonic”

Due fratelli delle case popolari formano una band che in tre anni diventa il gruppo che definisce un'era. Poteva essere un racconto stucchevole, invece il film è onesto e brutale, lasciando la libertà ai fan di emozionarsi nel momento che preferiscono

Grazie a un recente articolo basato su una domanda che nessuno ha posto ma che tutti ci facevamo, scopro che le statue greche degli eroi hanno il pene piccolo perché il pene grande era un simbolo dei Satiri, figure mitologiche piuttosto disprezzate, dedite agli stravizi e a svariate attività peccaminose. Sarà per questo che si dice “cazzone” di chi si sfonda di alcol e droghe, si butta nelle risse e corre dietro a qualsiasi tipa gli passi davanti? È una domanda etimologica che mi sono posta durante Oasis: Supersonic, il documentario dedicato alla band di Noel e Liam Gallagher che racconta i primi tre vorticosi anni di carriera, dalla data a Glasgow del 1993 in cui sono stati scoperti ai due concerti del 10 e 11 agosto 1996 a Knebworth, dove la band ha suonato di fronte a 250.000 persone – lasciandone in lista d’attesa per i biglietti altre 2 milioni.

Il lavoro del regista Mat Whitecross, aiutato dal graphic designer e amico dei fratelli Gallagher Simon Halfon, non è il classico documentario musicale a cui ci siamo abituati ultimamente. Prima di tutto perché si parla di una band composta da gente ancora viva e i cui membri hanno meno di 55 anni. Poi il racconto è ristretto ai soli primi anni di vero successo, raccontando nel dettaglio i retroscena della produzione di Definitely Maybe del 1994 e (What’s the Story) Morning Glory? del 1995 e lasciando perdere come la band sia arrivata alla fine anni dopo (anche se è intuibile: i due fratelli faticavano a sopportarsi già nei primi anni).

Questo documentario è di base la storia di ragazzi delle case popolari che vogliono riscattarsi, ma visto che i protagonisti sono gli Oasis – ovvero, dei cazzoni – il topos del “giovane che esce dal brutto quartiere grazie all’arte” diventa una specie di screwball comedy dove due fratelli fattoni pieni di talento continuano a fare i fattoni pieni di talento, solo con droghe migliori, in sale prove più confortevoli e accompagnati da amanti più gnocche.

Sotto i voice over di tutti i membri della band, dei collaboratori storici, di mamma Peggy e del terzo fratello Gallagher, Paul, il regista monta filmati di repertorio, molti mai visti prima, che mostrano la band in tutta la sua spacconeria. A paragonarlo a una droga, l’esordio degli Oasis sarebbe decisamente come la crystal meth, quella di cui erano fatti durante il primo live americano in cui Liam ha lanciato il tamburello addosso al fratello.
Questo per dire che non è un racconto intenzionalmente emotivo: anche i momenti più sensibili, in cui vengono raccontati gli abusi di Thomas Gallagher sulla moglie e i figli, o di Noel capo arrogante che si trasforma in poeta con gli occhi innocenti appena entra in sala di registrazione, hanno come filtro la voce dei protagonisti, che non è mai stucchevole, ma sempre piena di “prick” e “cunt” e “fuck off”.

Eppure l’emotività è dappertutto: nelle facce trasognate dei fan che punteggiano i video amatoriali girati dagli stessi membri della band, nelle enormi masse ondeggianti di fronte ai palchi, passando per il calore emanato da qualsiasi spettatore presente nella sala, incapace di tenere il corpo fermo sulla poltrona o pronto a lasciarsi prendere dal momento in cui finalmente il documentario tocca la creazione di quella che è proprio la sua canzone preferita degli Oasis, che hai ascoltato allo sfinimento. Ad esempio, per me il momento emotivo arriva alle primissime note di Some Might Say, il brano che ho ascoltato allo sfinimento con il mio primo fidanzato, quando la mia vita sentimentale era un orizzonte infinito, e che ho riascoltato quando mi ha lasciata l’ultimo, ora che dall’avanzata dell’orologio biologico mi fa scudo una sottile copertina di Internazionale.

Oasis: Supersonic resterà al cinema solo tre giorni, dal 7 al 9 novembre, ed è il caso che qualsiasi tipologia di fan della band – da quello che a malapena conosce il testo di Wonderwall, al nerd che sa che il brano inizialmente s’intitolava Wishing Stone – prenoti in fretta un biglietto per godersi lo spettacolo di quando il successo viene messo in mano a due lads from the council estate che pigliandosi a botte ogni giorno hanno scritto la colonna sonora di una generazione.

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