Den Harrow, la voce in playback dell’Italo Disco

Oggi viene presentato alla Festa del Cinema di Roma ‘Dons Of Disco’, un documentario che racconta la verità su uno dei cantanti più iconici della disco Made In Italy.

Den Harrow nel 1986. Foto di dpa picture alliance / Alamy / IPA


Per chi e’ vecchio come me e ricorda la Disco Italia dei primi anni ’80 (conosciuta nel resto del mondo come Italo Disco), forse avrà sentito parlare di Den Harrow, (pronunciato come denaro de-na-ro all’americana) il cantante italiano Stefano Zandri nato a Nova Milanese, che nel 1983, grazie ad un’amicizia con Enrico Ruggeri incide To Meet Me, il suo primo singolo con influenze stile Human League. Il successo e’ tale da portarlo in cima alle classifiche con Michael Jackson e Madonna. 30 anni dopo e una carriera di successo che include otto dischi d’oro, tre di platino, e circa 20 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, Den rivela al mondo la verità, la sua voce era di Tom Hooker, fotografo americano con la passione per la musica ma non il look adatto per farlo diventare una star. Il regista e produttore Jonathan Sutak, incuriosito dalla storia ha girato Dons of Disco, un documentario girato tra Italia, Stati Uniti e Germania, che esplora la rivalità tra i due personaggi, presentato alla Festa del Cinema di Roma, con una proiezione venerdì 19 alle 17.00 al MAXXI. Abbiamo incontrato Jonathan Sutak.

Jonathan Sutak

Come è nata l’idea di un documentario su Den Harrow?
Mi piace la musica Italo Disco, e curiosando su YouTube ho scoperto Tom Hooker e Miki Chieregato (il produttore che con Roberto Turatti ha creato Den, nda) che parlavano del progetto Den Harrow. Il video era intitolato Tom Hooker risponde alle minacce di Den dove raccontano tutto quello che è successo. A quel punto li ho contattati perché ero incuriosito e volevo saperne di più.

E cosa hai scoperto?
Che la battaglia tra loro incarna perfettamente il conflitto tra arte e capitalismo. È una simbiosi perfetta, entrambi avevano bisogno l’uno dell’altro, da soli non esistono, insieme sono una potenza.

Quanto tempo hai dedicato a questo progetto?
Abbiamo iniziato le riprese verso le fine del 2015 con un’intervista a Tom Hooker che ci ha raccontato la sua versione dei fatti. Poi lo abbiamo seguito in tour per un paio di settimane, volando tra città e concerti diversi. Lo stesso abbiamo fatto con Den, anche lui sempre in viaggio tra Italia e Germania, spesso non era sempre facile girarlo ma abbiamo catturato le cose più importanti.

Tom Hooker

La cosa più difficile?
Sicuramene il montaggio. Sono montatore di mestiere ma quando sei anche il regista è tutto più complicato, a volte ti affezioni troppo alle immagini, anche quelle che non servono.

È stato difficile far parlare le persone di questa storia?
È stato sorprendentemente facile convincerli a parlare delle controversie sulla storia tra Tom e Den. Però io non volevo prendere la parte di nessuno, vorrei che sia il pubblico a decidere se esiste, e chi è il cattivo della situazione. Non molti conoscono la carriera di Den, alcuni lo ricordano solo per le apparizioni in televisione con Meteore e L’Isola dei Famosi. Spero che il film renda giustizia ad entrambi.

Esiste ancora la Italo Disco?
No, fa parte del passato. Ma ci sono molti fan che l’hanno vissuta negli anni ’80 e quelli che la scoprono grazie a Internet. È un genere di nicchia, che non fa parte della cultura pop, ma esistono piccole comunità di fan e collezionisti che si incontrano e condividono questa passione.

Quali sono i tuoi registi preferiti?
I più bravi in questo momento sono Ruben Östlund, Joachim Trier e Bart Layton di American Animals. Mi piacciono i documentari che hanno come protagonisti i sognatori folli, come The Final Member, che racconta la storia dell’unico museo al mondo che colleziona peni di mammiferi e che vorrebbe aggiungere alla collezione quello umano o The Russian Woodpecker, un doc investigativo sul disastro e i segreti di Chernobyl.