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Daniel ripensaci. O forse no

«La storia la celebrerà, e lo sta in parte già facendo, come l’attore che ha portato il concetto di immedesimazione ad un livello che non si era mai visto prima e forse mai più si vedrà. E questo, comprensibilmente, ha degli effetti collaterali».

Caro signor Day-Lewis,
quando ho pensato di scriverle questa lettera, l’idea che si era inizialmente definita nella mia testa era radicalmente diversa da quella che mi accingo a scrivere e, ancora una volta, è stata la forza e l’inenarrabile sensibilità della sua ultima interpretazione a darmi la risposta che andavo cercando. Un passo alla volta.

Quando lei ha annunciato che Il filo nascosto sarebbe stata la sua ultima performance, il cuore di tutti noi, che nel cinema e nei suoi eroi abbiamo trovato più volte ragione di vita, si è riempito di una tristezza senza fine. Una tristezza che si stava velocemente trasformando in rabbia. L’infantile rabbia del non sapere accettare come tutte le cose, specie le più belle, siano destinate a finire. Avessi la fortuna di averla come amico mi sarei addirittura spinto a scriverle su Whatsapp un bonario ma piccato: “Daniel, fai il bravo. Cazzo dici?”.

Questo prematuro ritiro non può che lasciarci interdetti, portando con sé un retrogusto amaro simile a quello che molti provarono quando un giovane Marco Van Basten decise di dire basta con il calcio ad appena 30 anni. Sì, so benissimo che lei di anni ne ha il doppio, ma 60 anni per un attore non sono molti e anche qui la sensazione è che ci fosse ancora moltissimo da vedere, applaudire e celebrare. Il cigno di Utrecht fu costretto a dire basta per salvaguardare la sorte della propria fragile caviglia, per lei, leggendo le sue ultime dichiarazioni, sembra ci sia in gioco la salvezza dell’anima.

“Quando ho iniziato il film non sapevo che avrei smesso. Io e Paul (il regista) ridevamo all’idea di girare questo progetto poi, non abbiamo riso più. Ci siamo ritrovati annientati dalla tristezza scatenata da questo film. È stato difficile gestirlo, francamente lo è tutt’ora. Al punto che non so dire quale sia la ragione che mi porta a smettere. So solo che non posso farne a meno”.

Quando ho letto queste sue parole mi sono venuti i brividi. Sia per l’ennesima dimostrazione di come il Cinema possa essere strumento potente ai limiti dell’inquietante ma, ancora di più, mi sono sentito profondamente in colpa per aver reagito alla notizia del suo ritiro come un bambino viziato che sbatte i pugni al grido di “ancora, ne voglio ancora”. Sono riaffiorate nella mente tutte le sue interpretazioni e con loro la presa di coscienza di come lei, per raggiungere un livello di perfezione così maniacale, sia stato costretto a sacrificare moltissimo lungo il tragitto. Sarebbe facile citare una delle tante “follie” a cui si è sottoposto nell’adempimento del dovere.

Il farsi incarcerare volontariamente per prepararsi a interpretare Nel nome del padre ad esempio, l’imparare a parlare il ceco da madrelingua per avere un accento più credibile ne L’insostenibile leggerezza dell’essere e, da ultimo, l’imparare a cucire per quello che, salvo ripensamenti, sarà il suo canto del cigno.

Io, invece, scelgo di ricordarla con il suo discorso di ringraziamento in occasione dell’Oscar 2013 per Lincoln (singolare come dopo quella pellicola nell’immaginario di tutti Lincoln abbia assunto le sue sembianze). Occasione in cui, per la prima volta, ha lasciato da parte la sua riservatezza per farci intravedere come quelle “performance” richiedessero sacrifici immensi nel suo privato. Oltre ad essere una delle dichiarazioni d’amore più belle che abbia mai sentito.

“Da quando ci siamo sposati 16 anni fa, mia moglie Rebecca si è trovata a vivere con uomini davvero strani. Strani individualmente e ancora più bizzarri se presi assieme come gruppo. Per mia fortuna lei è il talento versatile della famiglia ed è stata la perfetta compagna per ognuno di loro”.

Ricordo ancora la sua risatina imbarazzata non appena finì la frase. Un bambino che ride per camuffare il patema di dover dire alla compagna delle medie “mi piaci”. Livelli di tenerezza e sensibilità che colpevolmente si fanno fatica ad immaginare davanti ad un mostro sacro come lei.

La storia la celebrerà, e lo sta in parte già facendo, come l’attore che ha portato il concetto di immedesimazione ad un livello che non si era mai visto prima e forse mai più si vedrà. Lei non è un attore che interpreta il ruolo, è il ruolo che tramite la sua dedizione finisce per interpretare la sua vita. E questo, comprensibilmente, ha degli effetti collaterali.

Volevo scriverle una lettera per convincerla a ripensarci, poi, ho realizzato che con tutto quello che lei ha donato a noi nel corso degli anni, il minimo che possiamo fare è ringraziarla ed augurarle il meglio. Consapevoli che forse adesso è chiamato alla performance più importante della sua vita. Quella per la sua serenità.

Cordialmente,

Un ammiratore.

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