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Cosa dovete sapere sulle colonne sonore nominate agli Oscar | Tutti i vincitori

Facciamo un po' il punto della situazione fra i cinque nominati per la Best Original Soundtrack. Cinque i nomi in gara e ognuno con una buona ragione per meritarsi la statuetta

Il Maestro ha vinto un Golden Globe per il suo lavoro con Tarantino. Foto: Kevin Mazur/Getty Images for Universal Music

Il Maestro ha vinto un Golden Globe per il suo lavoro con Tarantino. Foto: Kevin Mazur/Getty Images for Universal Music

Domenica notte, come sempre a un orario improponibile per chi vive a diecimila chilometri da Los Angeles, si terranno le premiazioni degli Oscar. Sull’evento grava un hype più grande del solito, principalmente dovuto all’affare Dicaprio, che ormai ha sfondato persino la barriera del meme per diventare videogioco.

Ce la farà il nostro a vincere la sua prima statuetta dorata come Miglior Attore Protagonista? È probabile di sì, nonostante siano in molti a pensare che quella in The Revenant non sia la migliore interpretazione dell’attore finora. Ma è non ciò di cui parleremo in questo post, che vuole piuttosto prendersi la briga di fare un po’ il punto della situazione nella categoria miglior colonna sonora originale. Terreno su cui quest’anno si scontrano pesi massimi come non succedeva da molto tempo. Vediamo insieme i concorrenti in gara, vinta l’anno scorso da Alexandre Desplat per il lavoro svolto con The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson.

1. “Il ponte delle spie” di Steven Spielberg

Inizialmente, l’incarico di comporre le musiche de Il Ponte delle Spie non era stato affidato a Thomas Newman. Chi conosce un minimo il modus operandi di Steven Spielberg sa bene che il regista, senza John Williams agli spartiti, non muove un singolo dito. Purtroppo però, per quello che è stato definito dallo stesso Williams “un problema di salute minore, risolto quasi subito”, la scelta è ricaduta su Newman. Era dai tempi de Il Colore Viola che Spielberg non si affidava a qualcuno che non fosse Williams (Quincy Jones).

Ottimo orchestratore e direttore navigato (tra i suoi lavori spiccano le musiche degli ultimi due 007), Newman è di fatto uno dei compositori più quotati nell’ambiente, discendendo da una famiglia di compositori molto famosa a Hollywood e avendo sulle spalle tredici nomination agli Oscar. Proprio come con Dicaprio, vincere la statuetta d’oro sarebbe il coronamento di una carriera. Inoltre non è da sottovalutare la forte componente patriottica fatta di cori e fiati che diluisce una classica sountrack da spy movie. Tutta roba che, si sa, agli americani fa sempre gola.

2. “Carol” di Todd Haynes

Il grande esordio fra i nominati all’Oscar di quest’anno è quello di Carter Burwell. Lui, newyorchese classe ’55 con un passato nel post-punk, possiamo considerarlo il terzo fratello Coen, avendo musicato oltre 15 dei loro film tra cui Il Grande Lebowski e Fargo. Proprio questo background nella scena underground newyorchese spiegherebbe le massicce dosi di riverberi su archi e pianoforti nel suo lavoro per Carol di Todd Haynes.

Il film, tratto da un romanzo di Patricia Highsmith, si svolge attorno alla turbinosa relazione fra una fotografa e una donna meno giovane alle prese con un divorzio. Il pathos da mantenere era quindi alto, ma, proprio come in ogni storia d’amore che si rispetti, Burwell ha ovviato saggiamente al problema alternando momenti di spensieratezza (vedi le arpe e fraseggi di archi in Lovers) ad abissi di dolore (gli ottoni funebri minacciati dai bordoni in Gun).

3. “Star Wars: Il Risveglio della Forza” di JJ Abrams

C’è solo una persona che nella sua vita ha ricevuto più nomination agli Oscar di John Williams (che ne vanta oltre 50) e quella persona si chiama Walt Disney. Quattro premi Oscar, sette British Awards, 22 Grammy e quattro Golden Globe: per Williams, la cerimonia di domenica non sarà che una delle centinaia a cui abbia assistito nella sua lunga carriera. Però, calma. Facendo tutti gli scongiuri del caso (per le emozioni che mi ha regalato/regalerà gli auguro di camparne altri 100), 84 anni non sono pochi. Inoltre, pur confidando con certezza nell’eleganza di un compositore universalmente stimato, stento a credere che non possa fargli gola strappare una statuetta non solo a un concorrente di vecchia data come Morricone, ma anche a compositori della metà dei suoi anni. D’accordo, forse l’Original Score de Il risveglio della Forza non raggiunge i picchi di epicness wagneriana dei precedenti Star Wars, ma credo che nessuno storcerebbe il naso se domenica sul palco del Dolby Theater consegnassero la statuetta d’oro a Mr. John “Imperial March” Williams.

4. “Hateful Eight” di Quentin Tarantino

Morricone è tornato a fare Western e lo ha fatto scegliendo un regista che, fra primi piani, personaggi e ambientazioni, ha passato metà della sua vita a citare i Western di Sergio Leone. Prima Morricone esclude categoricamente di poter mai lavorare con Quentin, poi fa marcia indietro annunciando la Soundtrack di Hateful Eight. Dopodiché afferma che il fim risulta “un po’ troppo violento”, infine arrivano i Subsonica, che per colpa di un innocuo post su Facebook a momenti non si beccano una querela dai legali del Maestro. Insomma, la colonna sonora dell’ultimo splatter firmato da Tarantino si meriterebbe un Oscar già solo per i retroscena della storia. Lista a cui si aggiungono la qualità superiore dell’opera stessa e l’affetto universale provato per quell’anziano signore con le lenti degli occhiali spesse e un sorriso timido di quelli che non ne vedi più tanti sui red carpet.

5. “Sicario” di Denis Villeneuve

Con i suoi 46 anni suonati (in tutti i sensi), l’islandese Jóhann Jóhannson è il più giovane fra i compositori in gara. Piccola curiosità: in Islanda, come in molte altre zone del nord, la seconda parola nel nome non è il cognome ma un patronimico. Il che significa che chiamando suo figlio come sé stesso, il padre del compositore ha condannato tutti i discendenti maschi a un loop eterno di nomi uguali. Non è necessariamente un male, perché, se l’Academy riconoscesse il suo straordinario lavoro svolto per Sicario, Jóhannson sarebbe il primo della sua stirpe a portare a casa un Oscar.

Il genio delle sue composizioni per la pellicola, un thriller sul cartello della droga messicano con Emily Blunt e Benicio del Toro, risiede nella riduzione delle forme a una dimensione ancestrale. I timpani suonano come tamburi preistorici e, parallelamente, ogni altro elemento orchestrale sembra sopravvissuto all’olocausto nucleare, evocando spettri profondissimi del subconscio.