Con il caso Brizzi abbiamo perso tutti

Siamo sempre alla ricerca dell’uomo nero, del capro espiatorio. Per evitare che si faccia giustizia

Rabbia. Quando è uscita la notizia dell’archiviazione per Fausto Brizzi, l’uomo nero del cinema italiano, ho provato rabbia. Perché abbiamo visto accadere, di nuovo, quello che in un’Italia medievale, eterna adolescente e forcaiola, succede sempre. Scoppia uno scandalo, fondato su basi evidenti a tutti e su un malcostume diffuso e per mondarsi da ogni peccato, un mondo intero, con poche eccezioni, crocifigge un colpevole. Lo sceglie con cura, perché possa non destabilizzarlo, ma appunto redimerlo. Non ripulisci l’ambiente, non attivi un’indagine seria – come giornalista, inquirente o anche solo come addetto ai lavori -, ma trovi il capro espiatorio, l’uomo nero e fai sì che sia lui ad espiare tutti i peccati. Dal terrorismo a Mani Pulite, abbiamo visto succedere questo per decenni. Un modello consumato, ormai, ma mai abbandonato.

Ora vale anche per il #metoo. Negli Stati Uniti puritani e bacchettoni, almeno, si sono scritti fiumi di parole e pur in un clima da caccia alle streghe – pensiamo all’assurda vicenda Woody Allen, rimesso in croce per una causa stravinta e ricoperto di quel fango che gli era già stato ingiustamente lanciato addosso anni fa – si è provato a portare avanti un cambio di sistema reale e profondo. Certo Weinstein, molestatore seriale, è divenuto un’icona del male (ma l’indagine giornalistica poi è stata suffragata da quella dei giudici, a dimostrarne la serieta), ma questo non ha impedito una riflessione più accurata, una radicale rivoluzione delle regole – già piuttosto restrittive – sui rapporti fra i sessi sul posto di lavoro. Da noi, nulla. Neanche un disegno di legge. In compenso si è tenuto un processo in tv (nel programma Le Iene) con condanna per direttissima comunicata da un paio di quotidiani in spregio a ogni deontologia professionale, tra si dice e note legali piuttosto ingenue di avvocati forse inesperti. Già in partenza questa vicenda era una sconfitta per tutti: per l’uomo portato alla gogna, coperto di ignominia e che mostrava una gestione del suo lavoro non professionale; per donne che denunciavano troppo tardi e (quasi tutte) senza metterci la faccia; per i media, drammaticamente inadeguati a gestire qualcosa di così importante e delicato, incapaci di andare oltre la testimonianza utile e di verificare fonti, fatti e di trovare prove.

Proprio qui su Rolling Stone ho detto e ribadito la mia posizione sul #metoo e sulla barbara reazione contro Asia Argento ai tempi della confessione su Weinstein (molti amano dire che sia salita sul carro: no, basta chiedere a Ronan Farrow per scoprire che il carro lo ha messo in moto lei dando coraggiosamente ad altre vittime l’ombrello della sua notorietà): la vittima non dovrebbe avere limiti di tempo per elaborare la propria aggressione e testimoniarla e a dimostrazione di quanto fosse stato comprensibile il suo silenzio per anni c’è stata la reazione, sessista e violenta, di molti, troppi opinionisti, colleghi, giornaliste. Allo stesso modo, va detto che Asia Argento è caduta, con Brizzi, nella stessa rete: ha giudicato prima di conoscere. Comprensibile a livello umano – un trauma personale torna dolorosamente a galla quando altre hanno subito la tua stessa esperienza, la solidarietà si sente come una necessità e un dovere -, meno forse per la responsabilità che si era assunta divenendo un simbolo di una lotta importantissima. E giusta.

Ma torniamo a parlare di Fausto Brizzi: cancellato dal suo ultimo film, oggetto di insulti (cast compreso) per il suo prossimo progetto prodotto da Barbareschi (con Lillo, Ruffini e Placido nel cast), rovinato socialmente e costretto a vivere recluso, o quasi, per un anno. Ricordo una serata al Teatro Eliseo: lo evitavano tutti, pur conoscendolo. Lo salutai, perché essendoci incrociati per anni, lo avevo sempre fatto. La stretta di mano e lo sguardo mi colpirono: come quelli di un lebbroso alla propria infermiera, grati e stupiti. Una forma di gogna ipocrita imbarazzante. Eppure era normale: nessuna condanna, neanche in primo grado, era stata espressa. E anche in quel caso, piuttosto che negargli il saluto, forse chi gli era amico o conoscente si sarebbe dovuto chiedere come aveva fatto a non vedere, a non capire, a permettere certe cose. Ma l’Italia è così, un paese a responsabilità limitata. E’ sempre degli altri.

E ora, “il fatto non sussiste”. Non c’entra nulla la decorrenza dei termini e neanche la (criminale, quella sì) mancanza di fattispecie di reato sessuali che possano trovare uno spazio intermedio tra molestia e stupro. No, l’indagine è stata approfondita, completa, persino le due denunce arrivate oltre i termini sono state trattate come procedibili. “Il fatto non sussiste” perché quei rapporti, come Brizzi aveva detto dall’inizio, erano consenzienti. Ci sono agli atti parole inequivocabili, messaggi di complicità, persino testimonianze “social”. Vocali su whatsapp. E a chi dovesse dire che Brizzi ha rifiutato il confronto, va detto che era comprensibile che cercasse di proteggere il proprio matrimonio (ecco le vere vittime: la moglie e la figlia, totalmente incolpevoli ed entrate in un frullatore dolorosissimo in cui nessuno le ha rispettate, una vergogna: vi chiedo scusa come collega di chi vi ha rovinato la vita) e che se vi era una sede in cui dovesse farlo, era solo quella legale. Non certo il tribunale delle Iene o quello ancora più insopportabile di quotidiani cartacei che in un’altra vicenda, quella Tornatore-Trevisan, pur con una testimone che ci ha messo la faccia, sono stati molto più prudenti e discreti. Come a dire a tutti: ecco fino a che altezza si può sparare. Lo avevamo già visto con Polanski, in fondo: se sei un Oscar, tutti firmeranno in tuo favore. Se fai cinepanettoni e affini, neanche ti salutano.

Ora, la reazione è totalmente ideologica. Chi non si rassegna all’innocenza di Fausto Brizzi – che non toglie a lui la responsabilità di comportamenti inappropriati e di un abuso di potere piuttosto evidente, ma comune a tanti – continua ad arrampicarsi sugli specchi, a rifiutare l’evidenza, come se il condannato fino a prova contraria fosse il solo elemento su cui si fondasse la battaglia del #metoo. Dall’altra parte il partito del #lavevodetto, che approfitta dell’ottimo lavoro degli inquirenti per dire al mondo che non è vero, il problema non esiste e che le donne sono tutte troie.

Il problema esiste. Lo sappiamo tutti: negli uffici, nelle redazioni e su set e affini, laddove il corpo è purtroppo elemento di giudizio, merce di scambio, campo di battaglia. Noi uomini lo sappiamo e abbiamo precise responsabilità: ogni volta che non difendiamo una collega allontanata per una gravidanza, oggetto di gesti o anche solo battute degradanti (e chissà, magari è capitato anche a noi di farle), tutte le volte che giustifichiamo i nostri fallimenti calunniando una donna che ci è passata avanti sostenendo che dietro vi sia una storia di letto. O che da capi permettete sperequazioni economiche tra uomini e donne, che fate passare una promozione per una camera da letto, che fate cartello con gli altri maschi quando c’è da colpire una donna. Fate schifo, cari miei, anche quando non riuscite a vergognarvene. E lo sapete anche molte di voi, donne, che siete complici: che sorridete a quelle battute, che quell’abuso di potere lo lambite, accarezzate, blandite, che magari non testimoniate, in una causa di lavoro, contro il vostro capo che ha licenziato la vostra collega di scrivania perché incinta.

La legge, in questo caso, ha fatto il suo corso con una serietà che è andata oltre il dovuto – le indagini fatte non si sono nascoste dietro vizi procedurali e prescrizioni, con una responsabilità di chi ha indagato decisamente maggiore rispetto a chi invece nei media ha maneggiato la cosa. Perché questa legge dovrà essere implacabile con chi davvero è colpevole e tutelare chi è innocente, con chi ha portato avanti comportamenti irresponsabili e illegali e con chi invece è colpito per motivi altri. Perché la guerra dei sessi ha prodotto distorsioni e perversioni: se si usa il proprio corpo, donne o uomini che siano, prima per ottenere vantaggi e poi per ottenere visibilità condannando chi ne avrebbe abusato, ci si rende prime nemiche e primi nemici di quella battaglia. Che è soprattutto culturale: non dobbiamo più permettere l’enorme, insopportabile vastità di una zona grigia pericolosissima. Quella che fa credere a una ragazza giovane che il sesso sia l’unico ascensore sociale, quello che porta un uomo ad abusare del proprio potere ogni giorno, in ogni contesto. Prima delle condanne, cerchiamo regole. Prima delle battaglie mediatiche, stabiliamo confini legali chiari. Prima del #metoo, facciamo un #wetoo. Questa non è una battaglia da combattere su due fronti opposti, ma da portare avanti insieme.

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