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Come è nato “Boyhood”, il film che ha sbancato ai Golden Globe

L'abbiamo pubblicato nel numero di ottobre e gli abbiamo fatto vincere tre Golden Globe: miglior film drammatico, migliore regia e miglior attrice non protagonista. Ecco la storia di un capolavoro sul senso della crescita

Richard Linklater, 54 anni, davanti alla Austin Film Society, che ha fondato nel 1985. "Boyhood" è il suo ultimo film

Richard Linklater, 54 anni, davanti alla Austin Film Society, che ha fondato nel 1985. "Boyhood" è il suo ultimo film

I ricordi di gioventù rimangono per sempre vivi e allo stesso tempo misteriosi per la maggior parte di noi, ma sono in pochi quelli che ricordano i momenti della propria vita con la stessa intensità di Richard Linklater.

Il regista texano, 54 anni, ha ancora davanti agli occhi l’immagine di sé mentre poggia la mano sull’esile polso di Jill Hardy, la sua fidanzatina, che gli sta dicendo che lo lascia. Vede anche la faccia di sua sorella Susan mentre gli comunica che mamma Diane ha deciso di trasferirsi ancora una volta, vede l’espressione negli occhi di Diane quando la storia con uno dei suoi uomini sta andando male.

I vincitori dei Golden Globes 2015, con Richard Linklater, regista di Boyhood

I vincitori dei Golden Globe 2015. Richard Linklater, secondo da sinistra, è il regista di “Boyhood”

Per Linklater è tutto ancora presente. «Mi capita di incontrare persone che non vedo da 20 anni e mi ricordo esattamente i discorsi che facevamo a scuola», dice. Richard Linklater ha sempre preso ispirazione dagli anni della sua giovinezza in Texas, quando ha descritto la vita degli sbandati di Austin in Slacker o quella degli adolescenti di provincia nella commedia R&R adolescenziale Dazed and Confused.

L’ultimo film, Boyhood, è il 18esimo della sua carriera, nella quale ha fatto di tutto, dal romantico Prima dell’alba al musicale School of Rock. Boyhood racconta infanzia e adolescenza di Mason, dai  7 anni ai 18. Per realizzarlo, Linklater ha ripreso lo stesso cast di attori per 12 anni, dal primo giorno di elementari di Mason fino al college. Vedere i personaggi che crescono letteralmente davanti alla telecamera è avvincente. Così come sapere che il regista usa la telecamera per confidarti le sue verità più intime: «Era come collaborare con il me stesso adolescente e con il me stesso adulto e padre di famiglia, ma anche con i miei stessi genitori. Come vedete, mia mamma aveva un sacco di uomini».

Il trailer di “Boyhood”:

Linklater è cresciuto a Huntsville, città del Texas orientale, con un carcere di massima sicurezza e un college in cui sua madre era un’insegnante piuttosto conosciuta (come la Olivia di Boyhood interpretata da Patricia Arquette).

Quando è nato, Diane aveva 22 anni e altre due figlie, Susan e Tricia, avute dal marito Charles. Dopo il divorzio, Diane decide di andarsene. Richard ha 9 anni. Suo padre rimane a Houston, e si fa vedere nel weekend per portarlo a giocare a bowling. Un papà-Disneyland. Uno tranquillo. Sua madre invece era «un po’ radicale» e la ribellione giovanile di Richard, piccolo teppista da bar che scommetteva sulle partite a flipper, finisce per portarlo «vicino al limite. Ho avuto una formazione da fuorilegge potenziale, diciamo che avrei potuto essere uno di quelli che trafficano marijuana dalle Hawaii».

“I film sono la parte migliore di me. Starmi dietro richiede
molte qualità” (Linklater).

Diane cambia casa molto spesso e Richard si trova a vivere molti primi giorni di scuola in città nuove. C’è anche una sequenza di nuovi fidanzati della madre e patrigni. «Mia mamma è sicuramente una donna forte, ma le sue scelte in fatto di uomini sono discutibili». E Boyhood, per Linklater, è anche un storia di «adulti che inciampano nel diventare genitori e cercano di capire come si fa. D’altra parte, chi è davvero pronto per una cosa del genere?».

Linklater è cresciuto con pochi privilegi in una parte del Paese che di solito il resto degli abitanti guardano dall’alto in basso: «Ci ho messo un bel po’ a rendermi conto che ero un signor nessuno che veniva da un posto inutile», dice. Un risentimento nascosto che ha dato ai suoi film un taglio sottile e ironico.

Una scena di “Boyhood”:

Da ragazzino non passava l’estate in vacanza come tutti gli altri, a 12 anni lavorava già come addetto alla manutenzione in un condominio. Ha avuto molte fidanzate e ha rubato molte basi giocando a baseball. «Di solito non sono uno che si vanta o la spara grossa, ma questa la voglio dire: ero il miglior battitore di tutta Houston». Con una borsa di studio per meriti sportivi alla Sam Houston State University, comincia a pensare di avere un futuro come professionista, ma poi scopre di avere un problema al cuore: «Il giorno prima sto giocando a baseball, il giorno dopo sono in biblioteca a leggere e a scrivere sceneggiature».

Pink, il quarterback simpatico del liceo di Dazed and Confused, rappresenta proprio questa versione “atleta” di Linklater: «Un anarchico con la mente aperta, capace di vedere anche oltre una stupida partita di football». Quando ha scelto Ellar Coltrane come protagonista di Boyhood ha invece optato per un altro lato di sé: «L’artistoide con la testa tra le nuvole mi sembrava più interessante». A 20 anni, Linklater lascia il college e va a lavorare su una piattaforma petrolifera nel Golfo del Texas, dove passa il tempo libero tra romanzi russi e film, anche cinque al giorno: «Ho iniziato a capire che era il mio mezzo espressivo, avevo dei film in testa».

Nel 1983 si trasferisce ad Austin, lavora come parcheggiatore in un hotel e guarda una media di 600 film all’anno, entrando a far parte della comunità di registi e appassionati di cinema che gira intorno alla University of Texas. Invece di studiare, però, Linklater decide di crearsi una tecnica cinematografica tutta sua. Nell’85 fonda la Austin Film Society, che è «un gruppo sparso di freak, asociali e punk di tutte le età che vogliono vivere e respirare il cinema». Organizza proiezioni di film rari, roba underground e sperimentale, titoli stranieri o censurati e pellicole in Super 8. La Austin Film Society diventa l’unico posto in cui Tarkovsky e Yasujiro Ozu possono dividere lo schermo con Andy Warhol e Samuel Fuller.

Com’è nata l’idea di girare “Boyhood”:

Viene da qui l’energia instancabile e la dedizione che Linklater mette nel girare i suoi primi film. Fin dall’inizio si dimostra ambizioso e convinto del suo lavoro. Solo che lo nasconde bene, proprio come i suoi film, che sono così semplici e low profile da far pensare di essere sempre nati dall’improvvisazione (il che lo fa incazzare).

«Stiamo diventando come Palo Alto», dice, mentre attraversiamo Austin a bordo di una piccola Honda Fit di sua figlia 21enne Lorelei, una delle tre avute dalla compagna Tina Harrison. Lorelei studia arte in California e mentre è via Linklater usa la sua auto, che lei si è comprata con i soldi guadagnati interpretando la parte della sorella di Mason in Boyhood.

Patricia Arquette parla della lavorazione del film:

Il furgone di Linklater è a riparare e comunque, precisa, lui ha pagato metà della Honda. È un tipo frugale e ne va fiero: «Sono di origini scozzesi» dice. Nel suo ranch a Bastrop, vicino ad Austin, ha ancora uno spazio per giocare a baseball, ma non è più un fanatico dello sport perché «è una patologia», come mangiare cheeseburger o votare per i conservatori. È vegetariano, non fuma e non beve caffè e il suo animale domestico è un maialino di nome Dood, che dorme con lui.

Nel piccolo appartamento ricavato nel suo garage invece c’è Bernie Tiede, ex impresario delle pompe funebri e reo confesso omicida, di cui Linklater ha raccontato la storia nel 2011 in Bernie, interpretato da Jack Black. Condannato all’ergastolo per l’omicidio della milionaria 81enne Marjorie Nugent nel ’96, Bernie è uscito di prigione lo scorso maggio e per ordine del giudice vive da allora a casa di Linklater.

Wiley Wiggins, che ha interpretato varie versioni di Linklater in Dazed and Confused e Waking Life, dice che il regista ha un modo di fare tranquillo che cela una disciplina ferrea: «Anche se non è capace di mettere giù il telefono quando serve, né di lasciare messaggi in segreteria. Nella mia custodisco una raccolta di frasi senza senso, mormorii e saluti assurdi con l’accento del Texas». Linklater alza le spalle: «I film sono la parte migliore di me. Starmi dietro richiede molte qualità».

Come altri artisti che usano la propria vita come fonte di ispirazione, Linklater è convinto che trasformare le proprie difficoltà in materiale creativo le nobiliti. Girare film gli ha anche permesso di trovare un modo per controllare quello che prima gli esplodeva dentro: «Per essere un artista ci vuole sempre la giusta quantità di traumi e di cambiamenti improvvisi».

Linklater sul set ha qualcosa
di feroce. Ha licenziato
degli amici perché si divertivano troppo durante le riprese.

Per lui ce ne sono stati tanti, e quindi il motivo principale per cui Linklater ama così tanto il cinema è che ha trovato qualcosa che lo aiuta a esprimere quello che ha dentro e allo stesso tempo lo diverte: «I film sono la mia cosa preferita in assoluto. Quando vado in una città nuova, la prima cosa che faccio è cercare un cinema». Ethan Hawke, che ha lavorato con lui otto volte, conferma: «Eravamo a Tangeri,  e la prima cosa che ha detto è stata: “Guarda! Danno Brazil al cinema!”».

Linklater fa film perché pensa che il mondo fittizio del cinema possa compensare almeno in parte le delusioni del mondo reale: «Un giorno mi ha scritto uno che era un grande fan di Dazed and Confused. Aveva avuto un incidente alla testa e si era dimenticato di tutto il suo passato, e mi ringraziava per avergli fatto ricordare come dovevano essere gli anni del liceo».

Ellar Coltrane (Mason, nel film), 12 anni dopo

Ellar Coltrane (Mason, nel film), 12 anni dopo

Durante le riprese di Boyhood, Linklater assegnava dei compiti a Ellar Coltrane: «L’argomento era la mia vita di tutti i giorni. Un giorno mi fa: “La prossima volta che ti capita di parlare con una ragazza, scrivi quello che vi siete detti”».

È nato così il dialogo tra Mason e un personaggio di nome Sheena. Lavorare con Lorelei, inoltre, lo ha messo nelle condizioni di vedere sua figlia attraversare l’adolescenza vera e la sua rappresentazione cinematografica: «Abbiamo affrontato insieme questa fase di vita», dice, «Lorelei mi diceva cose che nessun attore direbbe mai a un regista. Durante il terzo anno di riprese mi ha detto: “Non ho più voglia di truccarmi e vestirmi per recitare la mia parte. Posso morire?”. Io le ho spiegato che per non farsi turbare troppo da quello che ti succede devi conservare un certo distacco. Le dicevo: “Lorelei, l’unica cosa importante è il tuo prossimo respiro”».

Linklater è generalmente gentile, ma Ethan Hawke dice che sul set «ha qualcosa di feroce». Ha licenziato dei cari amici perché si divertivano troppo durante le riprese. Hawke dice che dentro di lui ribolle un mare di frustrazione e ricerca dell’integrità: «Quanti film ha fatto? Diciotto? È un sacco di lavoro. Eppure lui è incazzato perché non ne ha fatti almeno altri 18». Mentre aspetta che esca Boyhood, Linklater sta già cercando i finanziamenti per il prossimo film. E quando si tratta di scegliere il soggetto, Linklater torna sempre alla sua vita e al suo passato, a quel ragazzo affamato di cinema in cerca di un posto migliore, anche a costo di inventarselo.

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di ottobre.
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