Cola e pop corn: l’apocalisse di Thor e della regina Vittoria | Rolling Stone Italia
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Cola e pop corn: l’apocalisse di Thor e della regina Vittoria

Da 'Terapia di coppia per amanti' a 'Thor: Ragnarok', tutto il meglio e il peggio delle uscite in sala

terapia di coppia per amanti

Come nello sport, ci sono le settimane in cui i pronostici vengono ribaltati. Così va questa settimana: il grande autore (Stephen Frears) fa uno dei suoi film peggiori, Thor crolla inesorabilmente. E in cima ci sono gli outsider.

Terapia di coppia per amanti: 7,5

La commedia che non ti aspetti. Non tanto per Alessio Maria Federici che, facendosi largo tra tanti progetti su commissione, ha saputo sempre mostrare una vena profonda e sensibile nel trattare con il sorriso i sentimenti, quanto perché di tradimenti e amori sbagliati il cinema italiano è fin troppo pieno. Dimenticate, però, la macchietta del cornuto e del fedifrago, della formosa amante sorpresa nel letto e del traditore intento ad acrobatici stratagemmi per tenere in piedi la relazione extraconiugale (e ovviamente per nasconderla). Niente stratagemmi comici grossolani, qui, né moralismi d’accatto: Federici ha l’intuizione di rivoluzionare il bel romanzo omonimo di Diego De Silva, cambiando prospettiva e angolazione narrativa, e ci racconta quegli amori che non hanno diritto di cittadinanza. Quello degli amanti, specie quando lo sono da anni, quello di chi dovrebbe risolvere i dilemmi altrui e decide di farsi strozzare da una relazione in cui la differenza d’età è elemento determinante. Il regista gioca di fioretto, il sorriso è ovunque come la malinconia di chi ama, senza se e senza ma, ma non ha la dignità di essere riconosciuto neanche dagli affetti più cari (la migliore amica, ad esempio, la sempre brava Anna Ferzetti). Il film scorre con la levità della sua trama e la profondità delle emozioni degli amori che per natura sono tanto più belli quanto meno regole hanno, con un Sergio Rubini (il terapista) che fa il deus ex machina con misura e ironia, con l’alchimia imprevedibile e originale (di testa e di cuore, più che di corpi) di Ambra Angiolini, sempre più consapevole del suo talento e del suo fascino, e Pietro Sermonti, uno che stagiona, non invecchia, e la cui vena di commedia, pacioccona e allo stesso tempo cinica, è unica. Senza dimenticare i comprimari, tra cui un Franco Branciaroli in gran forma. E una colonna sonora niente male davvero – la musica è una delle anime, anche narrative, dell’opera -, tra i Daiana Lou e la loro Thousand Scars, calda e incalzante, e l’eccellente lavoro di Rodrigo D’Erasmo degli Afterhours. Altro che Modesto Fracasso (questa la capite solo se andate a vedere il film).

Good Time: 7

Una premessa doverosa: Robert Pattinson è un gran bel pezzo d’attore. E’ vero, probabilmente Twilight non gli si toglierà mai di dosso, di sicuro pagherà, alla Tom Cruise, il peccato originale di un inizio carriera che l’ha portato a una fama mondiale con un ruolo da sex symbol che più languido non si può. Ma il suo percorso successivo è un concentrato di talento, coraggio e voglia di sperimentare che va sottolineato ed esaltato. Come questo Good Time, film soavemente imperfetto, pieno di eccessi – a partire dalla musica invadente e allo stesso tempo necessaria degli Oneohtrix Point Never – e di smarginature, per dirla alla Ferrante, opera d’autore nell’indagine alla radice di un rapporto di fratellanza strettissimo tra due ragazzi disastrati e sempre al limite (e non capisci mai chi protegge chi, nonostante uno sia malato e l’altro no), opera di genere nel cercare gli anni ‘80 dell’action più potente e raffinato, tra heist movie e film d’evasione (nel senso letterale e carcerario del termine). I Safdie, giovani ma già molto profilici, soprattutto nel documentario, sono ancora acerbi, ma la loro capacità di creare immagini, di prenderti allo stomaco, di spiazzarti con le loro macchine a mano e un montaggio inusuale ci dicono che siamo di fronte a due cineasti che faranno parlare sempre di più di loro.

La ragazza nella nebbia: 6

Donato Carrisi è forse il miglior scrittore di noir e thriller italiano: ha una capacità matematica di costruire trame dirompenti e allo stesso tempo inattaccabili, un modo geniale di unire il mondo moderno, il circo mediatico, l’emotività condivisa 2.0 con i lati più oscuri di ognuno di noi. Ora si cimenta alla regia e lo scopriamo, incredibilmente, debole sulla struttura narrativa – quasi che presupponesse la lettura del libro precedente alla visione, e forse non si sbaglia: in sala stanno andando in tanti e molti sono suoi lettori – quanto coraggioso e non di rado incosciente sulle citazioni cinematografiche e nelle esplorazioni visive. Molto del film non convince: la recitazione sopra le righe – Toni Servillo sfiora la macchietta all’inizio così come Galatea Ranzi, poi riescono a domare l’ispettore e la giornalista, entrambi cinici e bari (sembrano quasi quelli di Omicidio all’italiana di Maccio Capatonda, per un tratto), Alessio Boni ha per le mani una caratterizzazione che cavalca a fatica, Jean Reno non convince —, i giochi di luce polanskiani, la fotografia. Ma allo stesso tempo i punti deboli diventano forti quando le intuizioni vanno nel punto giusto, quando capisci che quel genere diventato troppo realistico negli ultimi anni sul grande schermo qui torna racconto, immagine e immaginario, fantasia, pittura visiva. E seppure ci sono sbavature, senti le capacità di Carrisi che forse deve trovare uno stile più personale – il cinema gli piace, e si vede, e ha tanti, forse troppi punti di riferimento – e domare le sue trame come fa sulle pagine. Ma ha il pregio, La ragazza nella nebbia, di sorprenderti, spiazzarti e anche irritarti. Smuoverti, comunque. Il film rimane in qualche modo incompiuto, ma il regista si sente che ha stoffa. Forse, dovrebbe provare con qualcosa che sia nuovo anche per lui e non con un proprio romanzo. La sufficienza è alla carriera (da scrittore) e di incoraggiamento.

Vittoria e Abdul: 4

Stephen Frears adora raccontare di corti, cortigiani e regine. Qui siamo dalle parti di una Vittoria invecchiata, che vuole ancora sentirsi donna e forse, monarca, non si sente più. Annoiata dal potere, da chi le sta attorno, dalla vita e dalle regole, trova uno sprazzo di luce in Abdul, servitore indiano. Nasce un’amicizia fondata sul fascino del gap generazionale, culturale e di classe, nasce un rapporto sghembo che poteva anche diventare affascinante se Frears, solitamente tagliente ma fine nella parola e nell’immagine, non trattasse questo rapporto con umorismo da osteria, con allusioni poco eleganti (seppur messe in bocca a lacchè senza arte né parte), gag facili. Quella che poteva essere una storia fertile di emozioni e sì, anche di sorrisi, strappa qualche risata gretta e non trova mai il modo di innalzarsi a un livello più alto, nonostante un’attrice come la Dench e un materiale che poteva andare oltre la caricatura. Frears, così bravo con The Queen e Chéri a indagare i punti deboli dell’aristocrazia, le sue ipocrisie, qua sembra aver perso il suo tocco. Forse anche lui annoiato, vecchio e distante da ciò che racconta.

Thor:Ragnarok: 3

Sapete dove vi vorreste dare il martello di Thor alla fine di questo film? Ecco, non possiamo scriverlo, ma avete capito benissimo. Difficilmente troverete un Marvel movie più cialtrone, trash, demenziale e dozzinale di questo. Non ci sarebbe nulla di male e sarebbe anche divertente – lo è, a tratti, ma devi aver bevuto qualche birra, prima – se non fosse che nulla è al suo posto in quest’opera. La regia è praticamente assente a favore di un pilota automatico che sembra seguire i rumori, la sceneggiatura è un insieme raffazzonato di gag che coinvolgono da Loki a Hulk, le battute sembrano freddure più posticce di quelle dello zio che a Natale grida ambo quando già vai per la tombola. Chris Hemsworth sempre più Big Jim ha il carisma di un casellante, e per l’ennesima volta – e più delle altre volte – Thor al cinema scopre che produttori e registi americani considerano credibili supereroi geneticamente o tecnologicamente modificati, ma non divinità e mondi lontani. Se vedono il fantasy, decidono non di rado di sposare la comicità, il grottesco e si sa quanto sia duro maneggiarli. Non vi consolerà neanche Cate Blanchett, mai così brutta e sciatta nel recitare, ahinoi. Detto questo, Thor è partito in quarta al botteghino, bontà sua. Ma non nostra.