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Cola e pop-corn: il pagellone cinematografico della settimana

Tra kolossal tremendi e avanzi di magazzino è arrivata l'estate e noi siamo andati a cercare le sorprese fra tutte le uscite in sala

Abbiamo avuto un ministro che consigliava agli anziani di andare nelle sale cinematografiche nei momenti più caldi dell’estate, piuttosto che prendersene cura. Fu una dimostrazione lampante di come fosse messa male la nostra politica (e pure i nostri anziani), ma anche che il cinema, in questa stagione fatta di spiagge e ombrelloni, non se la passa benissimo. I kolossal sono tremendi, i film italiani sono quasi sempre avanzi di magazzino. E allora vale la pena cercare le sorprese. Per fortuna, ce ne sono sempre.

Sieranevada: 8

Quasi tre ore di cinema, e se si escludono un paio di scene in esterna, tutte dentro quattro pareti e in preda a una crisi politico-familiare, in una riunione in cui i convitati di pietra sono due: il padre, morto 40 giorni prima, e Ceausescu, che se n’è andato 25 anni prima. Basterebbe questa descrizione per far fuggire il pubblico a gambe levate. E sbaglierebbe di grosso. Cristi Puiu è uno dei cineasti di punta della nouvelle vague rumena che ha avuto il suo apice con la Palma d’Oro a Mungiu diversi anni fa e che non accenna a vedere un declino: privato e pubblico, famiglia e politica si intrecciano con una originalità dolente, con una forza inusitata e soprattutto con la capacità di cucire piccoli dettagli e grandi eventi, emozioni che appaiono trascurabili e la Storia. Il risultato è un’opera poetica e umanissima, realistica e stordente per la capacità di mostrarci le diverse reazioni al passato e al presente di uomini e donne, di un popolo. E ci racconta, dopo tanti anni, cosa fosse quel regime: antisovietico più che comunista, in cui un feroce dittatore aveva, anche esteticamente, le mire e le ambizioni del satrapo.

I figli della notte: 7,5

Andrea De Sica ha stoffa. Figlio e nipote d’arte (il padre è Manuel, lo zio è Christian, il nonno Vittorio), ha uno sguardo penetrante, una visione chiara e non banale, una mano, sulla macchina da presa, ferma e consapevole. E come nonno, sa costruire bene il cast, soprattutto quando non deve puntare su grandi nomi, ma su facce nuove. L’esordio è da quelli da far tremare i polsi: collegio per ricconi simile all’Overlook Hotel, le ombre degli embrioni di una classe dirigente che viene sbattuta tra le montagne per crescere (o morire), uno stuolo di attori che va domato in un contesto non facile. Ne esce un gran bel film di genere, che testimonia quanto cinema e musica (ma anche serie tv) abbia respirato il giovane cineasta, un’opera politica, un romanzo di formazione crudo e a tratti crudele. Sono le idee di regia, però, che sostengono a volte una recitazione troppo acerba ma decisamente interessante, ad affascinare. L’uso degli spazi, del paesaggio, delle inquadrature è armonioso e coraggioso, così come quel Ti penso dei Matia Bazar usato quasi come controcanto e una colonna sonora davvero bella e completa (se l’è fatta il regista, doveva farla il compianto papà). Il film è buono, il regista è ottimo: si farà e non ha neanche le spalle strette.

Un appuntamento per la sposa: 7+

Abbiamo due certezze, su Rama Burshtein: sa scegliere alla grande le attrici (dopo la meravigliosa Hadas Yaron ne La sposa promessa, ecco Noa Koler) e ha un problema con il matrimonio. Eh sì, perché per lei consacrare il proprio amore equivale quasi a demolirlo e se ne La sposa promessa religione, amore e famiglia si intrecciano in un dramma familiare complesso e profondo, qui invece arriva una commedia che potrebbe divenire farsa e che invece, di fatto, è l’altra faccia della medaglia di quell’esordio potentissimo. E forse, più difficile: perché la protagonista qui non è una vittima, ma un’ostinata cercatrice di felicità, convinta come sia che un marito “saltato” non le debba impedire di sposarsi. Comincia un casting forzato che a volte ne fa uscire dolcezza e fragilità, altre cinismo e ferocia. Su tutto, una fiducia tragicomica in Dio. La commedia qui è (pre)testo per andare più a fondo di un ebraismo moderno e contraddittorio, di una donna che gioca con gli stereotipi e a volte li rivendica, di un universo maschile forse troppo stilizzato ma realisticamente avvilente. Rama Burshtein dovremmo vederla anche fuori dagli sposalizi, ma conferma un gran talento e la salute di un cinema israeliano di altissimo livello.

Quello che so di lei: 6

Martin Provost è un regista delicato e sensibile, tanto da fare cinema sugli angoli più intimi della sua vita. Qui, ad esempio, tira fuori dal proprio immaginario la propria levatrice e la fa diventare musa di un’opera non di rado ingenua e didascalica, ma a cui è impossibile non voler bene. E poi Frot e Deneuve nella parte della formica e la cicala, valgono il prezzo del biglietto, tanto da far dimenticare una sceneggiatura senza troppi picchi ma pur sempre solida, e una regia che forse dovrebbe essere più coraggiosa. Il resto è un balletto sentimentale di frustrazioni e assenze, di metafore e femminilità opposte.

Lady Macbeth: 5,5

Come spesso accade, William Shakespeare è soprattutto una scuola per registi e attori. Vale anche qui. Ed è un’ottima scuola: perché la dark lady ingenua e sensuale, fin troppo, Florence Pugh – ne sentiremo parlare a breve, fidatevi – è uno dei personaggi femminili più interessanti degli ultimi anni, così come lo è l’esordio di William Oldroyd, folgorante sul piano visivo. Eppure rimangono solo questi due assolo, il film non lo troviamo mai, fagocitato dal modello, dal cineasta, dall’interprete, rimane materia fredda quanto calda è Lady Macbeth. Regista e protagonista, insomma, sono due eccellenti ingredienti di un piatto che nessuno provvede a mettere sul fuoco.

Sognare è vivere: 5

Sia chiaro, a chi scrive qualsiasi cosa faccia Natalie Portman, piace. Fosse pure un filmino di un matrimonio, un instagram story o un selfie. Detto questo la sua opera prima rappresenta benissimo quel talento da attrice eccezionale che è, così tanto che la sua stessa performance davanti alla macchina da presa offusca quella dietro. Se ci mettiamo anche che Amos Oz, nell’immaginario della Portman così come in quello del suo paese, è ingombrante e che l’attrice si consegna, nel film scritto da lui, il ruolo della madre, ed è evidente quanto possa essere stato difficile raccontare una storia personale con tanti, troppi riflessi storici e personali. E con un Edipo tra sceneggiatore e regista troppo grande. Forse è per questo che non ci emozioniamo quasi mai, nonostante la bellissima prova della Portman interprete. Da regista, forse, dovrà scansarsi e dirigere altri. Ha troppo carisma per un’esordiente. Anche nel caso in cui sia lei stessa.

La Mummia: 3

Quello che inquieta, de La Mummia, è che Sophie Butella, un Tom Cruise che cerca di mettere insieme un’Indiana Jones senza ironia e vagamente tonto e un Ethan Hunt che ne azzecca poche, ci accompagneranno a lungo nel Dark Universe aperto da quest’opera imbarazzante. Imbarazzante, perché si sforza di essere propedeutica, così tanto, da dimenticarsi la propria storia, così ansiosa com’è di raccontarci i personaggi di quest’universo, ciò che potrà succedere in futuro e mettere le basi del tutto senza dare sostanza a niente. Visivamente, La Mummia, si difende pure, anche perché nel frattempo dagli albori (ma anche dai tempi di Sommers e Fraser, vent’anni fa) si è passati dalle sole bende agli effetti speciali e qui non si lesina. Peccato, però, che Russell Crowe gigioneggi fino ad apparire come la propria autoparodia, che Cruise non abbia l’umorismo necessario a certe situazioni improbabili e parossistiche e che mettere insieme zombies, mummie e atmosfere alla Three Kings non basti a fare un film. E tantomeno una saga, un universo, un mondo alternativo.

Quando un padre: 2

Negli ultimi anni arriva spesso il momento in cui, durante un film con Gerard Butler ti chiedi perché mai sia diventato famoso, Gerard Butler. Ora, va detto, in gioventù il ragazzo non era neanche troppo scarso, ma è vero che riflettendo, questo bel manzo ha raggiunto la notorietà grazie a 300. Quindi, grazie ai suoi addominali generosamente rimodellati anche dalla computer grafica. Ora però è un uomo di mezza età, la mascella volitiva si è trasformata in guance da setter e la sua espressività ricorda l’ultimo Stallone. E quegli addominali sono nascosti da una pancetta da birra. Non è giusto dare tutta la colpa a lui, però: la sceneggiatura di questo melodramma familiare padre stacanovista – madre rompiscatole – figlio petulante e malato sembra essere il primo esperimento di script affidato a un quadrupede (il momento 11 settembre supera quello, grottesco, di Remember Me con Pattinson). Il simpatico animaletto probabilmente ha anche composto le musiche. La regia è affidata al sindaco di Chicago, altrimenti non si spiegherebbe un tour della città degno di una film commission italiana, e Willem Dafoe si sforza di portare a casa la pagnotta ma alla fine si ritrova con una scena che neanche nei film Mediaset del sabato pomeriggio. E soccombe. Alla fine cercheranno in tutti i modi di strapparvi lacrime a profusione, in un trionfo di politicamente corretto un tanto al chilo. Forse ci riusciranno con le scene più ricattatorie del millennio, ma scoppierete in un pianto dirotto solo nel momento in cui vi ricorderete il costo del vostro biglietto.

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