Cola e pop corn: 'Blade Runner 2049', che sospiro di sollievo | Rolling Stone Italia
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Cola e pop corn: ‘Blade Runner 2049’, che sospiro di sollievo

Da 'Ammore e Malavita' a 'Noi siamo tutto', tutto il meglio e il peggio delle uscite in sala

Ryan Gosling in Blade Runner 2049 in association with Columbia Pictures, domestic distribution by Warner Bros. Pictures and international distribution by Sony Pictures Releasing International.

Ora, questa settimana potremmo cavarcela facilmente: tutti a vedere Blow-Up del maestro Antonioni e chi se ne frega del resto. Un bel 10 per un capolavoro di quelli che ti prendono a schiaffi e ti coccolano, ti disorientano e ti fanno vedere la luce, e tutti a casa. Ma sarebbe troppo facile, appunto.

Blade Runner 2049: 9

Se al capolavoro del 1982 diamo 10, come a tutti i film che hanno creato un immaginario, che lo hanno rivoluzionato e modellato negli anni a venire, all’opera di Villeneuve dobbiamo dare 9. Perché a dispetto di quello che dicono con troppo entusiasmo i critici americani non è “meglio dell’originale”, ma è allo stesso tempo rispettoso di quell’opera seminale e contemporaneamente indipendente – visivamente, più che narrativamente – dallo stesso. Denis Villeneuve, che finora ha passato una carriera breve e prolifica a darci prove eleganti e muscolari della sua bravura – con la macchina da presa lo battono in pochi, è un esteta e allo stesso tempo un ingegnere dell’immagine – ha deciso di passare la sua prova di maturità quando aveva tutto da perdere, sfidando l’impossibile, il mito. Il risultato? Un sospiro di sollievo: laddove Blade Runner era figlio del talento istintivo e non di rado parzialmente inconsapevole di Ridley Scott, il sequel è il voluto affresco di un immaginario non tanto derivativo (dei Vangelis troviamo solo un’eco, l’acqua qui non è solo pioggia) quanto complementare ed “esponenziale”. Sì, perché il regista sa bilanciare, portandola al massimo, ogni scena, sa sfruttare ogni millimetro di schermo, è perfetto – fin troppo – cromaticamente, fotograficamente, nell’esplorazione di corpi, anime e geometrie. Lo script che molti trovano troppo semplice, è lineare e ambizioso come il cinema di genere di un tempo (il BR originale certo non brillava per complessità) e forse, come nel caso di Nolan, Villeneuve ci dice che un cinema d’altri tempi, moderno e potente, epico ed estetico, è possibile. Di nuovo. E forse – non possiamo né vogliamo fare spoiler – ci sarà anche un terzo capitolo. Perché di Rick Deckard e di quegli incazzatissimi amici suoi voglio sapere di più.
Post scriptum: Gosling e Ford confermano di avere una sola espressione. Quella giusta. Poi il secondo, addirittura, riesce a cambiarla e a commuoverci. Anche per lo sforzo, va detto.
Post scriptum II: la scena con Presley e Sinatra è da orgasmo.
Post scriptum III: Ana de Armas è bellissima, ma Joi è l’unica caduta di stile del film.
Post scriptum IV: Hans Zimmer è Dio (se riesci a fare Dunkirk e Blade Runner 2049 devi essere una divinità capace di tutto e di più). In quanto tale, ha anche deliri di onnipotenza, ovvio.

Ammore e Malavita: 8

I Manetti Bros dovremmo cominciarli a chiamare maestri. Perché lo sono eccome, del cinema di genere: capaci di volare dal thriller, all’horror, alla fantascienza per planare sul musical e sulla sceneggiata. Senza perdere quello sguardo lucido e romantico, disincantato e goliardico, divertito e un po’ folle. Antonio e Marco, dietro quella macchina da presa, si divertono e sperimentano. Amano tutto ciò che c’è davanti: la location (che bella e vera la loro Napoli), il pubblico, gli attori: dal “feticcio” Giampaolo Morelli, uno troppo bello perché ci si accorgesse in tempo utile quanto fosse bravo a quella Serena Rossi che ti innamora quando canta, quando recita, quando ride e strabuzza gli occhi, pure con quei capelli. E che dire di Claudia Gerini, perfetta in una lady camorra che ci ricorda che sa cantare e ballare o di Carlo Buccirosso che negli Stati Uniti avrebbe già un Oscar in bacheca e un paio di grandi serie televisive di successo mondiale all’attivo e che qui dà la solita grande prova di sé. Pur nella sua lunghezza, il film è perfettamente calibrato, i pezzi, le canzoni sono nelle musiche e nei testi irresistibili (Scampia disco dance e L’amore ritrovato, cover di What a Feeling! su tutti), la regia è raffinata e pop, più di sempre. Non rivalutiamo i Manetti Bros fra 30 anni, facciamolo adesso. Ma subito.

120 battiti al minuto: 7,5

Robin Campillo ha messo Kechiche e Van Sant in un pentolone, ha aggiunto un pizzico di Dallas Buyers Club e Milk quanto basta, poi una spruzzata di Angels in America. Il risultato è un’opera sensibile e piena di grazia, umanissima e imperfetta, dirompente nella sua freschezza. 120 battiti al minuto sa commuoverti, eccitarti, indignarti, divertirti, disorientarti: lo fa fotografando la peste del secolo, l’AIDS, quando devastava corpi e anime, lacerando il tessuto sociale perché considerata la malattia dei colpevoli (omosessuali, drogati, coloro che “sbagliavano”). La biografia soprattutto emotiva di Act Up, coraggioso gruppo che informava, protestava e raccontava ciò che nessuno voleva sapere, è il (pre)testo su cui mettere la goliardia di giovani uomini e donne, la loro intelligenza, la loro felicità ferita eppure insopprimibile. E’ un film che parla di morte ma che è pieno di voglia di vivere, è un lavoro che Campillo tratta in modo personale – entrò in Act Up nel 1992, il regista – e allo stesso tempo universale, con una coralità accorata e spudorata, come sono questi ragazzi. C’è anima, sangue (finto e infetto), dolore e risate in questo lungometraggio che non ha paura di sbagliare, deragliare, tornare in sé, essere un flusso di coscienza ed emozioni ma anche un’opera civile senza essere didascalica: corre veloce e potente, senza paura di esagerare, anzi con la voglia di farlo. Campillo è bravissimo nel domare la sua storia senza imbrigliarla troppo, anche grazie a un casting perfetto in ogni fisionomia e talento: su tutti però brillano Arnaud Valois e Nahuel Pérez Biscayart, da urlo. Ne sentiremo parlare per i prossimi 30 anni, come di Jake Gyllenhaal e Heath Ledger.

Ferrante Fever: 6,5

Chi ne scrive è stato piccola parte del progetto – uno dei lettori – e poi “tagliato”, fortunatamente. Nessun conflitto di interesse, quindi. E allora va detto che questo documentario letterario su Elena Ferrante, che inizia con le parole sorprendenti e partecipate di Hillary Clinton – se avesse sempre parlato così, avrebbe vinto le presidenziali a mani basse – e prosegue con parole, immagini e suggestioni continue e ispirate, è la più bella indagine che si potesse fare su un fenomeno culturale unico. Elena Ferrante è lo pseudonimo di un mister o miss X, una narratrice che non permette ai propri lettori di rimanere indifferenti, un ventennio di poche ma dirompenti opere che hanno cambiato la carta d’identità intellettuale di molti lettori. Il film di Giacomo Durzi, scritto insieme a Laura Buffoni, usa le interviste come coro, un’animazione semplice e intrigante come assolo (e che bella la voce di Anna Bonaiuto), alcune testimonianze, un paio da urlo, come sguardi speciali. E ti ritrovi, come quando la Ferrante ti “smargina” il cuore, a capire solo dopo il valore di ciò che vedi, a starci dentro e a smettere di essere curioso di chi sia, questa scrittrice, ma solo di come faccia. Anche a far piangere un maestro delle parole. E correrete a leggerla. O rileggerla.

Come ti ammazzo il bodyguard: 4

Ecco, poi vedi un film così, con Ryan Reynolds e Samuel L.Jackson, con dispendio di risorse economiche cospicuo e capisci che forse con i film italiani non dovresti essere così severo. Perché quando delle sale vengono occupate da opere come queste, sciatte e che sbagliano quasi tutte le scelte (di ritmo, di genere, di scrittura), magari a scapito di buone opere italiane che non incassano perché programmate poco o male, allora ti arrabbi. Potresti amare questo film solo se fossi un patito di buddy movie e se fossi un liceale che ha saltato scuola e si ritrova in un cinema per nascondersi. Peccato, però, che le proiezioni mattutine non ci siano più. E alla fine il bodyguard, ma non solo, vorresti ammazzarlo tu.

Noi siamo tutto: 2

Complimenti al distributore, quel Noi siamo tutto a scimmiottare il cult capolavoro Noi siamo infinito è una finezza eccezionale. E infatti ci sono cascato. Per scoprire che si può sbagliare anche un calcio di rigore a porta vuota. Tale è il genere “amore adolescenziale tra due bellissimi e fintamente sfigati con grave malattia che pesa sul loro futuro, meglio se di lei così si piange di più”. Come i film di pugilato, si possono sbagliare quasi solo di proposito. Sono sempre una variazione sul tema di Love story che ti fa piangere così tanto da lavare via ogni errore di regista, sceneggiatori e attori. Tranne qui: il papocchio che ci offre Stella Meghie è imbarazzante. I dialoghi sono improbabili, Amandla Stendberg e Nick Robinson hanno il carisma di una boy band italiana, i colpi di scena sono da denuncia penale e la storia d’amore ti smuove quanto una puntata del Grande Fratello Vip. Non credi mai a loro, non ti accontenti di un paio di buone idee (l’astronauta e… no, solo l’astronauta), l’irritazione supera di gran lunga quei rari momenti in cui gli occhi ti diventano un po’ lucidi. Leggi sopra alla voce “se dovete mandarci film così brutti, meglio le quote obbligatorie di film italiani in sala”.