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Coca e pop-corn: il pagellone cinematografico della settimana

Per districarsi tra le (troppe) uscite cinematografiche in sala serve una bussola. Et voilà

Una scena di "The Most Beautiful Day"

Una scena di "The Most Beautiful Day"

Per districarsi tra le (troppe) uscite cinematografiche in sala serve una bussola. Già perché i film escono due volte: quando trovano delle sale cinematografiche e, ahinoi, quando spesso e in fretta, le perdono, uscendo di programmazione. A volte i film, soprattutto se italiani e/o indipendenti, durano meno di un precario sul mercato del lavoro, di Civati fuori dal Pd, di Balotelli in una nuova squadra. Noi proviamo a fare ciò che più irrita i cinematografari, l’affronto più grande, secondo solo a dare a Paolo Ruffini la conduzione dei David (che nostalgia). Dare i voti. Se non troverete più la mia firma qui, i colpevoli cercateli nei titoli di coda dei film.

Il viaggio: 7,5
In tempi di Brexit anche solo immaginare di vedere due leader dell’Irlanda del Nord contrapposti nella stessa macchina, senza che questa faccia una brutta fine, è qualcosa di speciale. Se poi questa sorta di Frost/Nixon in salsa Belfast è scritto con ruvida grazia, sagacia e acume politico e creativo, allora fa venir voglia di mettere in un’utilitaria Theresa May e Juncker. Qui ci sono Ian Paisley e Martin McGuinness, realmente esistiti ma rimodellati secondo la sensibilità di un ottimo sceneggiatore come Colin Bateman e un regista come Nick Hamm. Il resto lo fanno Timothy Spall, nella parte di Ian, e Colm Meaney in quella di Martin. Ti si stringe il cuore a salutare John Hurt, sorridi all’ingenuità di un Tony Blair che li spia. Trovata così naif da risultare deliziosa. Come ha dimostrato Andò, la politica ormai è così avvilente che ce la (re)inventiamo da soli. E così qui, i due, volano sopra i loro errori, quelli reali, per planare su titaniche e nobili contraddizioni. Una lezione di cinema e di politica.

Il permesso: 7+
Claudio Amendola andrebbe un po’ bastonato. Chissà se per modestia o magari indolenza – o perché, come diceva Scola, nel cinema la cosa meno remunerativa da fare è dirigere un film – ha deciso solo dopo i 50 di andare (anche) dietro la macchina da presa. Dopo l’ottimo esordio con La mossa del pinguino, grazioso e non troppo difficile, ma comunque riuscito, ecco che decide di tornare dalle parti in cui era stato già con Wilma Labate, ovvero il carcere e dintorni. Anzi, per la precisione, prende due ragazzi e due adulti alle prese con 48 ore di permesso. In cui cercare riscatti e cadere in ricatti. Storie non facili, senza la scorciatoia di facili incroci (tranne uno), regia essenziale, noir, sensibile. Grammatica emotiva elementare, perché dietro le sbarre non hai tempo per i fronzoli e fuori, soprattutto se devi risolvere una vita intera, anche meno. Argentero ottimo nei panni e nei chili in meno (otto) di un uomo spezzato, che sa parlare solo con i pugni: dimostra che fuori dallo stereotipo da commedia sentimentale in cui provano a ingabbiarlo ci sta benissimo. Amendola, che dire? Da attore ci prova sempre più gusto a fare il duro che non parla e fa paura. Da regista è come Totti: invecchiando, tira fuori ancora più talento in un nuovo ruolo.

The most beautiful day – Il giorno più bello: 7
Di tutto si può e deve ridere, soprattutto della morte. Soprattutto di ciò che fa paura (io, per dire sono terrorizzato dai piedi di Chiara Ferragni e da come si veste J-Ax, ma anche viceversa: pensate, che Fedez sopporta stoicamente entrambi). E già solo per questo, il film di Fitz merita di essere promosso. Che poi una commedia tedesca faccia ridere – e non sia di Fatih Akin – è un mezzo miracolo: forse è per questo che perdoniamo all’opera una sceneggiatura discontinua, ma efficace nelle caratterizzazioni dei due protagonisti (un ladro e un artista) e nel suo on the road in fuga dalla grande mietitrice. E che persino la malattia terminale abbia un tocco politicamente scorretto, non fa male. La morte sua.

La vendetta di un uomo tranquillo: 7
L’ideale per l’intellettuale cinefilo che vuole uscire con gli amici senza farli addormentare. Bel film di genere di Raul Arevalo, che scrive e crea immagini con talento e grande capacità di sintesi creativa. Un thriller che tiene incollati alle poltrone, anche se le opere sulla vendetta ormai sono più scontate di un animale esotico in un lavoro di Sorrentino. Furbo quanto basta, il film, conquista anche il critico per la sua grammatica cinematografica di genere impeccabile. Con qualche finezza niente male e una suspense tenuta alla grande.

Classe Z: 6,5
Non inorridite. Classe Z è un film di ragazzi per ragazzi. Fatto da uno che ha avuto almeno tre carriere. Guido Chiesa è uno nessuno e centomila: sperimentale e di genere agli esordi, poi autore di opere belle e difficili, ora imprevedibilmente bravo anche nella commedia commerciale e super pop.
Youtuber nel cast, ennesima commedia scolastica (genere in cui gli americani son più bravi di noi). I miei colleghi con la puzza sotto al naso forse lo demoliranno, ma questo film non è per loro. E’ per chi guarda su youtube Greta Menchi e i suoi fratelli e sorelle, ragazzi da milioni di contatti a respiro. Parla a loro questo film, con una lingua semplice, diretta e onesta. Promossi Andrea Pisani – il ragazzo si sta facendo e non ha più le spalle strette – e Alice Pagani. Ah, se avessi avuto una prof di matematica come Valentina Ghetti (già vista in Eccezzziunale Veramente su La7, brava e camaleontica) ora ero Odifreddi. O forse no, mi sarei fatto bocciare per rimanere con lei.

La verità vi spiego sull’amore: 6
Vedi sopra. Max Croci ha una sua estetica piena di grazia e gioco, il profumo del blog e del libro di Enrica Tesio c’è tutto, le immagini rispondono alla comunicazione web che vuole battute fulminanti e quadri sintetici e chiari. Più sit-com che film, non è un capolavoro e forse neanche propriamente un film. Ma arriva dove vuole e ha l’onestà intellettuale di parlare a chi vuole e con la sua lingua: di qui sguardi in camera, le ottime uscite comiche di Edoardo Pesce, la capacità di cucire il tutto di Ambra Angiolini. Carolina Crescentini si diverte a tornare nei panni di una Corinna più figa e meno divertente, ma comunque capace di farsi amare. La verità è che questi due film italiani potrebbero essere spacchettati in decine di clip e diventare, forse, webseries ancora più efficaci. Ma tra schermo del pc e della sala, fa ancora, incredibilmente, più soldi il secondo.

Ghost in the Shell: 1
Che dolore. Atteso in maniera spasmodica, delude drammaticamente. L’unica cosa bella di questo film è che ha fatto sì che Matteo De Longis ne fosse ispirato – di sicuro prima di vederlo – per uno splendido social poster. Poi, zero. Cioè, uno: Takeshi Kitano, che fa sempre piacere vederlo. L’anime nipponico che insieme ad Akira rappresenta forse la rivoluzione dell’immaginario più imponente e potente degli ultimi decenni, qui perde tutto. La sua forza visiva, sempre sottoutilizzata, da una Johansson ormai destinata a un grigiore e a una normalizzazione espressiva imbarazzante. Però almeno abbiamo la conferma, dopo The Island, che il bianco le sta bene (e che ci vuole uno come Besson, invece, per farla uscire fuori dalla combo sguardo da lobotomizzata+broncio). Imbarazzante Scarlett, quanto lo sono il pudore con cui viene trattato il corpo del suo Maggiore – solo verso il finale una scena vagamente degna del manga di Masamune Shirow -, imbarazzante quanto il tradimento al vero Ghost in the Shell, sempre proteso a suggerire e mai a spiegare, a portarti a penetrare l’inquietudine, l’identità indefinita, il senso di un ibrido che non è solo materiale (cervello umano, corpo meccanico) ma è emotivo, sociale, antropologico, che forse in un un individuo “nuovo” cerca risposte e trova solo domande.
Su schermo, insomma, c’è solo un Ghost in The Shell: quello, d’animazione, di Mamoru Oshii, del 1995. Ma pure il secondo di 9 anni dopo. E persino il terzo, di Kise, di due anni fa. Tutto, tranne questo.
P.S.: parlo a te, Onan il barbaro: se ci vai sperando di vedere Scarlett Johansson nuda, la vedrai, al massimo, in versione Barbie. Letteralmente.

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