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Bellocchio, i Metallica e i vampiri

"Sangue del mio sangue" stupisce positivamente per la sua levità, per la capacità di immergersi in un racconto di genere e alla fine di dirci molto di ciò che siamo. Partendo da Bobbio

Un frame di "Sangue del mio sangue" di Marco Bellocchio

Un frame di "Sangue del mio sangue" di Marco Bellocchio

Marco Bellocchio, nato a Bobbio il 1939. Il nove novembre. Nel 2015, nel luogo natìo in cui ha da poco scoperto delle prigioni già, anche, convento di clausura, fa un film in cui ci sono vampiri, falsi invalidi, preti, bigotte pronte a rapporti a tre e i Metallica. Sì, ha settantasei anni e piazza per ben due volte Nothing Else Matters nella versione degli Scala & Kolacny Brothers, si diverte a ripensare l’immaginario dei pallidi eroi del botteghino degli ultimi anni con la squisita, altezzosa e sferzante figura del Conte, ci offre una visione della nostra società attraverso a una “Bobbio centro del mondo” – parole del vampiro Herlitzka – ritratta in modo surreale. E Sangue del mio sangue è questo, un godibile e originale sguardo indipendente e libero di un maestro che non rinuncia mai a ripensarsi, usando tecnologie nuove, scrivendo progetti che sorprendano sé, la critica e il pubblico, lavorando con i giovani. Cosa, per lui, fondamentale, se è vero che ogni estate il laboratorio-festival “Fare cinema” lo vede in prima persona a crescere nuove generazioni di addetti ai lavori, a coltivare l’amore per la Settima Arte, invitando colleghi e attori e con loro accompagnarli all’inizio di quest’avventura. E a volte, da questa realtà, nascono anche lavori interessantissimi come Sorelle mai.

Tornando a Sangue del mio sangue, la voglia di regalarsi qualcosa di diverso si vede anche nella costruzione del cast: a Pier Giorgio Bellocchio, suo figlio e sempre più centrale nella cinematografia (qui c’è anche Elena, la sorella), regala un ruolo solenne e granitico nel primo episodio, quello di Suor Benedetta, peccatrice da punire con la solita crudeltà di una Chiesa ottusa (in continuità con la lotta eterna del regista contro l’autorità religiosa), mentre lo mette alla prova con un inconsueto cialtrone nel secondo, ambientato ai giorni nostri tra falsi invalidi surreali e vampiri, perfetta fotografia dell’italiano medio(cre). E c’è da dire che è proprio in questo antagonista che dà il meglio. Diverte un Timi sopra le righe così come una solo apparentemente Rohrwacher castigata, piace la volontà di mostrarci talenti troppo sottovalutati Toni Bertorelli – squisito il dialogo tra lui e Herlitzka, senile e sarcastico – o Fausto Russi Alesi, perfetto nell’incarnare la lucida ferocia di una Fede irrazionale e vendicativa.

Sangue del mio sangue, con una giuria diversa, potrebbe e forse dovrebbe ambire al Leone d’Oro. Il respiro non sembra però abbastanza ampio da metter d’accordo chi giudicherà, ma un premio a un maestro che dopo tante delusioni al Lido ha il coraggio di portare un’opera così diversa, andrebbe sostenuta.

Ma in fondo, forse, lo stesso regista in proposito direbbe… Nothing else matters.