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“Bella e perduta”, Locarno cerca il suo Sarchiapone

Pietro Marcello, l’unico italiano selezionato per il concorso internazionale di Locarno, racconta un bufalotto che parla. Con la voce di Elio Germano

È tutta di Pietro Marcello la responsabilità e la speranza di riportare il Pardo d’Oro in Italia. Sono passati 11 anni dal trionfo di Saverio Costanzo, nel 2004, con Private, ed è uno dei nostri autori più rigorosi e ispirati a provare a prenderne l’eredità. Con un’opera curiosa, nata dalla casualità creativa di chi cerca altro e trova un piccolo tesoro. Dimenticato.

Il cineasta, infatti, pensava a un film in giro per l’Italia, magari con quei panorami che scorgeva dai treni in movimento, dai finestrini, a far da collegamento. Ma quell’on the road contemplativo, arrivato alla Reggia di Carditello, diventa altro. Diventa una favola, antica e moderna: c’è un bufalotto che acquista la parola, ed è la favella di Elio Germano (potremmo chiamarlo, d’ora in poi, il giovane bufavoloso), una maschera storica, vitalissima, malinconica e da sempre messaggera tra vivi e morti (Pulcinella) e un luogo magico e violato. Dentro la fiaba, però, c’è la nostra Italia: la criminalità organizzata, il degrado, antieroi solitari e votati a cause perse. E non è un caso che a scriverla con il regista, questa storia, sia quel Braucci che ha firmato Gomorra come L’intervallo di Leonardo Di Costanzo, uno che sa muoversi tra visioni altre e fatti concreti, tra il brutto e il meraviglioso, traducendolo in cinema con bravura. Uno che ha persino fatto capire, forse, Napoli (anzi Napoli, Napoli, Napoli), ad Abel Ferrara.

La Reggia di Carditello è un posto meraviglioso, in passato è stata una discarica. Di rifiuti e di esseri umani. Tommaso Cestrone, uno di quegli eroi civili che il nostro paese non ama, perché con la loro semplicità ci mettono con le spalle al muro delle nostre inettitudini, voleva liberarla: dalla spazzatura, dai camorristi latitanti che vi si rifugiavano, dall’oblio. Una missione, per lui: tanto che quando riesce a compierla, lascia tutto e tutti e muore. La notte di Natale.

La storia è questa? No. Questo è solo il prologo, che ci introduce Pulcinella che dal Vesuvio, con il suo carattere indolente e improbabile, ha esaudito le ultime volontà di Tommaso. Liberare la Reggia? Sì, forse anche quello, ma soprattutto prendersi cura del suo bufalotto: perché nella terra dei fuochi i bufali maschi li lasciavan alla Reggia, non servivano nella catena economica ed alimentare.

Pulcinella, maschera che nell’immaginario sta sbiadendo. Sarchiapone, bufalotto senza padrone e considerato inutile. Una reggia restituita a se stessa, ma vuota. Non restituita a chi dovrebbe ammirarla. Sono tutti metafora di un’Italia che non ha memoria di sé: storica, politica, paesaggistica. Vogliono riconquistarla perché la riscossa, quando c’è, qui da noi è affidata agli umili. Soprattutto al Sud, dove i colletti bianchi si sporcano solo del fango della corruzione, dei consociativismi, dell’indifferenza. Fiaba, metafora, dolcezza, un Germano che dà umanità a quell’animale spettatore e protagonista placido e forse un po’ rassegnato, come molti di noi.

Marcello ci racconta la calma rabbia dei giusti, forse troppo calma. Sul solco di Frammartino che fece recitare un gregge, lui si affida a un bufalo. E pur scegliendo un ritmo troppo lento e a tratti lezioso, pur sfidando la noia e a volte perdendo, ci ritroviamo davanti a un lavoro che ha una delicatezza mirabile, uno sguardo originale e (po)etico su ciò che siamo. Su ciò che siamo diventati. Su ciò che non ricordiamo di essere.

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