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Papà, non filmarmi, per favore. “Amy: The Girl Behind the Name”

Il film sulla vita di Amy Winehouse è lo struggente ritratto di una donna che nessuno ha saputo (o voluto) salvare

Il lavoro di Asif Kapadia è in sala in Italia. Fonte: Facebook

Il lavoro di Asif Kapadia è in sala in Italia. Fonte: Facebook

C’è un momento, verso la metà di Amy, in cui Amy Winehouse sale sul palco di un festival inglese. Lei è già famosa, sta portando in giro un album di successo. Si avvicina al microfono, alza gli occhi sul pubblico, si blocca, per un secondo. Si tira uno schiaffo in faccia. Poi comincia a cantare e va tutto bene.

È un momento, così, presentato senza commenti. E la sensazione immediata è: quella non era la prima volta. Forse aveva paura, forse voleva scrollarsi qualcosa di dosso. C’è una linea che dovrebbe separare la ragazza Amy e l’artista Winehouse; il documentario Amy vuole portare alla luce “la vera Amy”, the girl behind the name, la persona al di là di un nome diventato marchio, una celebrità che pare la angosciasse in maniera patologica. Il film è un montaggio di immagini, molte inedite, e in scena c’è sempre lei, sempre, in sottofondo un collage di voci: spezzoni di interviste, canzoni, messaggi lasciati in segreteria telefonica, interviste agli amici. Ci viene chiesto di conoscerla come se fosse una ragazza qualsiasi, ma la donna che passa sullo schermo ha una luce e una desiderabilità soprannaturali.

Il 95% delle persone che hanno passato del tempo con Amy Winehouse hanno venduto i risultati di quel tempo al migliore offerente. Video, foto, lettere, testimonianze: storie vere, gente! Tutto sbattuto sui tabloid, prima e dopo la morte. La ragazza Amy si circonda di papponi e canaglie che traggono denaro dai fatti materiali della sua esistenza. (Anche solo per questo, il documentario è un evento eccezionale. È un miracolo che alcune persone decenti abbiano avuto fiducia nel progetto, e abbiano voluto condividere “la vera Amy” con me che la sto guardando in un cinema). Il primo delle canaglie, in teoria, sarebbe la mezzasega di Camden che Amy si prende come anima gemella, Blake Fielder-Civil. Uno tra i mille maschi senza particolari qualità che affollano i pub dove l’Artista Winehouse va a ubriacarsi ogni notte dopo aver inciso il suo primo album. Lei pesca in un mucchio di uomini identici e ne estrae quello che peggio asseconda i suoi istinti. Lui viene spesso accusato di averla distrutta: però, stando a quello che racconta ora, è solo uno scappato di casa che romanticizza una follia a due.

Detto ciò, qualcuno potrebbe davvero aiutarla? E chi? I media? L’industria discografica? La famiglia? Bene: nessuno si assume mezza responsabilità, sappiatelo. Di fronte alla morte della ragazza Amy, e alla crisi creativa dell’artista Winehouse, è un fuggi fuggi generale anche nel 2015. Ci dovevate pensare voi! No, voi! L’unico che dice “Ho sbagliato” è Nick, il suo primo manager, pochi anni più vecchio di lei e quasi nessuna esperienza sul campo. Nick che ammette di essere stato “troppo amico” e non abbastanza autorevole, Nick silurato quando suggerisce la disintossicazione. Nick che filma Amy mentre lei si rifà il trucco nel bagno piccolissimo del locale di Brighton dove sta per esibirsi dopo il suo primo album: Amy che mangia cibo grasso, unto, fritto, sempre a favore di telecamera. Amy che vomita il pranzo nei bagni della casa discografica. Amy che dice: “Io mangio e vomito” a entrambi i genitori quando ha 15 anni, e nessuno dei due reagisce. Amy che starebbe per andare in terapia, nel momento che oggi viene riconosciuto come l’ultimo possibile per curarsi in privato, prima di Back to Black, e suo padre le dice: “Non ti serve nessuna terapia”.

Un fortissimo merito del film sta nel mostrare la biglia nera e furiosa che rimbalza dentro la testa dell’artista Winehouse, e che prende forme diverse nel tempo: depressione, bulimia, alcolismo, droga, uomini scemi, mutilazione, sangue sulle scarpette da ballerina. La ragazza Amy non ha un disordine della personalità: lei è il disordine.

E se nessuna persona in particolare viene additata come il Male, ciò che è suggerito è che il padre Mitch sia il peggior nemico di Amy, e la sua ombra più tenace: un genitore prima assente e poi avido, ottuso, che vive il successo e il dolore della figlia come se fossero entrambi la realizzazione dei suoi sogni da appassionato di jazz; un uomo che si presenta con una troupe tv sull’isola dove la ragazza sta recuperando le forze dopo un crollo verticale, e si meraviglia quando lei gli dice: “Papà, non filmarmi, per piacere”.

Questo articolo è un estratto di quello pubblicato su Rolling Stone di settembre.
Potete leggere l’articolo completo sull’edizione digitale della rivista,
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