‘American Dharma’, la quasi-bromance tra Steve Bannon ed Errol Morris

Il documentarista premio Oscar intervista l'ex consigliere di Trump e guru di Alt-Right, che è sgattaiolato in sala a Venezia per vedere il film. Ma non riesce mai a metterlo spalle al muro.

Steve Bannon incontra Errol Morris, l’uomo che ha sussurrato all’orecchio di Trump fino a portarlo alla Casa Bianca decide di farsi intervistare da quello che probabilmente è uno dei più grandi documentaristi americani contemporanei, premio Oscar per il film su Robert McNamara, The Fog of War. Provate ad indovinare chi dei due la spunta in American Dharma.

Prima di andare avanti però, serve qualche piccolo e indispensabile chiarimento per comprendere meglio il Bannon-pensiero, a partire proprio dalla definizione di “dharma”, combinazione di dovere e destino, che l’ex consigliere di The Donald spiega a partire dal film Cieli di fuoco, in particolare dalla scena in cui il generale di brigata Frank Savage, interpretato da Gregory Peck, prende il comando e capisce qual è il suo “dharma”, appunto, e cioè “quello che deve fare, dicendo ai suoi soldati che la loro missione potrebbe anche corrispondere a morire”.

La conversazione tra Bannon e Morris va in scena a un tavolo all’interno di quello che sembra l’hangar di un aereo militare, dove il documentarista fatica a costruire quella dinamica di contraddizione/gratificazione che aveva reso così efficaci i lavori su McNamara e Rumsfeld. Tenta di fare il suo lavoro di regista e di giornalista, di capire il personaggio che ha davanti persino, in una sorta di sogno a metà tra l’ingenuo e liberale, di farlo ragionare, come si parlerebbe a un fratello. «Stanno accadendo cose sconvolgenti negli Stati Uniti e nel mondo, ed è importante per noi, per le persone in America e probabilmente in tutto il mondo, comprendere meglio cosa sta succedendo. Ignorarlo sarebbe un un grosso errore», spiega Morris a Venezia. In 90 minuti di film, mette alla prova Bannon due, tre volte, ma non riesce mai, MAI a sbatterlo spalle al muro, perché Bannon risponde semplicemente alle domande. E poi si passa oltre.

Il guru di Alt-Right, che al Lido è sgattaiolato in sala al buio evitando il red carpet (e allo stesso modo è uscito), dice la sua sul “cambiamento per cui servono dei killer che annullino e ricostruiscano. Trump aveva il fegato per farlo e questo è il motivo per cui è diventato presidente”. La Clinton invece, secondo Bannon, “non aveva capito su cosa si sarebbero giocate le presidenziali e per quello l’avremmo battuta“.

A un certo punto è addirittura l’intervistato a rivolgere una domanda all’intervistatore: ”Come hai potuto fare un film come The Fog of War e allo stesso tempo avere votato per Hillary?”. Morris replica: ”Pensavo che fosse l’unica speranza per me di sconfiggere Trump e Bannon, avevamo paura, ho paura!”. Silenzio. E poi si passa oltre. 

Morris ha girato con Bannon per ben cinque giorni, ma alla fine quello che vediamo tra titoloni, video e tweet è un nuovo resoconto – seppur molto efficace – dell’elezione di Trump e del primo anno della sua presidenza, dall’idea (di Bannon, ovviamente), di invitare le donne che accusavano di Bill Clinton di molestie al secondo dibattito presidenziale, fino all’allontanamento dell’advisor dalla Casa Bianca dopo i fatti di Charlottesville. Eppure assurdamente, non sentiamo mai, MAI fare riferimento al suo nazionalismo bianco. E il suo piano per il supergruppo populista europeo è solo accennato.

Il tentativo di contraddittorio più deciso da parte di Morris è rappresentato da alcuni spezzoni video inseriti al punto giusto, anche se più spesso il regista si ferma con Bannon a guardare vecchi film, che hanno segnato in qualche modo il suo protagonista. E allora il fuoco che Tom (John Wayne) appicca a casa in L’uomo che uccise Liberty Valance si estende all’hangar, come una catarsi.