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La pagella di oggi: Sanremo 2017 e gli amici di Maria

La nostra Sanremo Appreciation Society è tornata implacabile con il pagellone di ieri sera, tra l'omaggio a Moroder, ‘rottamazioni’ eccellenti e la vittoria fra i giovani dell'Amico di Maria

Intorno alle 21,15 sul palco dell’Ariston va in scena uno strano spettacolo di danza e laser. Non si capisce bene che cosa stia accadendo. Un po’ come qualche sera prima era apparso quel mago, Hiroki Hara, con i suoi numeri dall’estetica digital che ci avevano tanto affascinato, forse più adatti a un festival di elettronica che non a Sanremo (ecco, sarebbe bello vedere Hiroki Hara la prossima estate al Terraforma di Milano). Ci chiediamo, tuttavia, che cosa significhino nella costruzione del grande racconto di Sanremo questi momenti di spettacolo avulsi dal contesto, spezzo bizzarri e incomprensibili. Ma lasciamo volentieri queste domande agli Umberto Eco del futuro e, per quanto ci riguarda, torniamo a occuparci delle canzoni. Ecco quanto abbiamo visto e ascoltato durante la IV e penultima serata del Sanremo 2017, a partire dalla velocissima gara tra i quattro elementi delle Nuove Proposte rimasti in pista che la SAS quasi non riesce a votare dato il repentino scambio che si danno sul palco. Immaginiamo un dietro le quinte in cui i quattro pensano a come dividere i dieci minuti scarsi loro concessi in una serata che, però, sarà infinita.

“Ciò che resta” di Leonardo La Macchia (voto 5)
Lamacchia, che porta questo pezzo di Mauro Lusini, autore di “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones“, viene votato da pochi di noi e non arriva alla sufficienza, arriverà quarto.

“Ora mai” di Lele (voto 6)
Sei politico per sfinimento al fidanzato di Elodie, di cui la SAS premia il pezzo così strutturalmente sanremese. Lele ama i viaggi, il basket, le moto, Valentino Rossi, insomma pensiamo a tutto pur di non fermarci troppo sulla canzone, che comunque sarà la nuova proposta vincitrice del festival.

“Canzone per Federica” di Maldestro (voto 6+)
Dice di chiamarsi così per che gli cadono le cose dalle mani e inciampa spesso. Non possiamo fare a meno di innervosirci per questo suo look da cliché del cantautore. Resta il miglior testo, ma non c’è abbastanza energia. Arriverà secondo.

“Universo” di Francesco Guasti (voto 4)
Nato con un taglio alla corda vocale destra. Nonostante questo la SAS non digerisce il suo pezzo. Il miglior complimento per lui è “lagnoso” ed effettivamente… il terzo posto ci sembra già troppo.

“L’ottava meraviglia” di Ron (voto 5+)
Ron, il nostro Roy Orbison, quindi Ron Orbison, con i suoi occhiali fumè e la sua settima canzone a Sanremo. Il pezzo stasera ci convince davvero poco ma quando, a fine serata, il brano verrà eliminato, saremo un pochino pentiti anche noi.

“Nessun posto è casa mia” di Chiara (voto 6,5)
Eleganza o falsa eleganza? Con questo quesito da serata dello sfinimento, la SAS inizia a parlare dell’esibizione di Chiara, dell’uso del termine “pazzesco” – invero non azzeccatissimo – nel testo della canzone che però, stasera, viene eseguita meglio, con più sicurezza certo ma, dobbiamo dirlo, sempre a discapito del calore.

“Vedrai” di Samuel (voto 6)
Samuel aveva convinto molti SASsers nell’esibizione della prima serata, ma ve ne sarete accorti, siamo mutevoli nei giudizi, e stasera il nostro cuore è più freddo con il Subsonica sul palco. Di base ci annoia a tal punto che iniziamo a parlare del suo cappello, che ha una piuma che ci fa pensare agli alpini. Ecco: forse un coro alpino al suo posto stasera non sarebbe malissimo.

“Di rose e di spine” di Al Bano (voto 6,5)
Da una parte c’è grande passione per questa romanza classica, che incarna e nobilita un’idea di festival antica e rassicurante; dall’altra grande freddezza per – comunque – “un pezzo di Al Bano”, che ha generato più festival che figli – e di figli ne ha fatti parecchi. Verrà eliminato inserendosi in un progetto evidente di, ehm, rottamazione che il pubblico ha iniziato – chissà se consapevolmente – stasera.

“Vietato Morire” di Ermal Meta (voto 6,5)
Uno dei giochi preferiti durante gli ultimi due festival, a questo punto possiamo dirvelo, è stato giocare con tutte le combinazioni alternative possibili che possono generare le parole ERMAL + META. E un po’ il giochino ci distrae dall’esibizione.E comunque per molti di noi è difficile, guardando Ermal Meta, non pensare al Mika della sera precedente.

“Il diario degli errori” di Michele Bravi (voto 6,5)
Grande entusiasmo per i picchi di originalità vocale e per l’assenza di un’idea derivativa nel suo modo di proporsi. Ok, ma il pezzo? Secondo alcuni ha il miglior arrangiamento di quest’anno, altri preferiscono cullarsi ancora nel pensiero di quello di Al Bano.

“Che sia benedetta” di Fiorella Mannoia (voto 7,5)
Alcuni sono infastiditi dall’elemento cattolico realmente percepibile in questo brano, a partire ovviamente dal suo titolo, quasi nessuno riesce però a negare lo stile enorme e la forza di questa donna sul palco che si comporta a Sanremo come, probabilmente, in qualsiasi teatro già calcato. Non è mai irrigidita dalla tensione della performance, prende le note anche quando, com’è successo ieri sera, incappa in qualche imprecisione. Un insegnamento su tutti: quando la canzone sta davanti a te e tu sai che lei è la protagonista e non tu, hai già vinto. E molti di noi sperano che questo Festival lo vinca proprio lei.

“Ragazzi fuori” di Clementino (voto 5/6)
Clementino torna sul palco senza il bomber di pelle indossato nella prima esibizione. Si presenta con le braccia nude e tatuate e una t-shirt (probabilmente County of Milan) con una coppia di tigri stampate sul petto. La voce è ruvida, mentre gli archi vestono il brano di sanremesità: la sensazione è di due mondi che non s’incontrano.

“Il cielo non mi basta” di Lodovica Comello (voto 4/5)
Canzone orientaleggiante da ristorante cinese, ma in italiano. Facciamo che mentre le immagini di Lodovica Comello scorrono sui monitor, ordiniamo degli involtini primavera e ci beviamo un goccio di sakè. Forse non è solo una canzone da ristorante cinese e forse, guardando il monitor, ci rendiamo conto che in Lodovica c’è il mondo di chi è cresciuto con Nickelodeon e ora è diventato maggiorenne. Fatto sta che alla fine l’involtino arriva e, insomma, non ci sembra un granchè.

“La prima stella” di Gigi d’Alessio (voto 5,5)
Renato Zero più Renga e un tocco di Baglioni. È una storia che parla di chi non c’è più, dice Maria De Filippi. “Vorrei gli occhi tuoi nei miei\per guardare insieme tutto quello che\ forse non hai visto“. Gigi D’Alessio divide la Society. Per molti il voto giusto è 6. Il voto di chi la sfanga sempre, come l’Italia e come Sanremo. Però stavolta D’Alessio non ce la fa e viene punito dal dio Sanremo.

“Fatti bella per te” di Paola Turci (voto 6/7)
Il brano viene presentato da Maria De Filippi come un invito a prendere consapevolezza di sé stessi e all’autoaccettazione. In pratica una psicoterapia o una seduta di ayahuasca. Vestita di giacca e pantalone bianchi, altera e concreta, bellissima (niente reggiseno), piace senza entusiasmare.

“Spostato di un secondo” di Marco Masini (voto 5/6)
La storia che Masini racconta parte da lontanissimo, quasi dall’inizio: “Mi sono incontrato a cinque anni, cadendo“. E questa autodiagnosi sofferta – ma chiamiamola pure masochismo – ci è sempre piaciuta in Marco. Del resto, con questa barba che si è fatto crescere, basta togliergli gli occhiali per scoprire il volto di un campionissimo della sofferenza: Padre Pio. E infatti quella barba, ci sia concesso di dire, non è banale lumbersexual, né tantomeno la barba da hipster vittoriano di Francesco Guasti, ma un vero cespuglio di spine. Però la canzone non è granchè.

“Occidentali’s Karma” di Francesco Gabbani (voto 4,5)
Il brano parte con un elenco di posture filosofiche, di tipologie intellettuali, di orientamenti spirituali, proprio come in Battiato, ma senza quella grazia fredda e cerebrale: solo una spudorata piacioneria che, ne siamo certi, farà strage, se addirittura non vincerà il Sanremo. Il voto di molti di noi non è neppure un numero: spesso si esprime come un No secco, un No pasaran e addirittura un Non debemus, Non possumus, Non volumus.

“Mani nelle mani” di Michele Zarrillo (voto 5/6)
Ci strugge quando in apertura del pezzo chiede con un lungo respiro Ti ricordi?, ma non è abbastanza per fissare dentro di noi un vero e durevole ricordo.

“Ora esisti solo tu” di Bianca Atzei (voto 6\7)
Scritta da Kekko dei Modà che le telefonò di notte per cantarle il ritornello al cellulare. E in effetti in questo brano ci sono due momenti: il piano romantico e la notte malinconica di una pallida vampira; e poi il giorno -che gran voglia di partire, che gran voglia di ballare- che riaccende in Bianca il desiderio si saltare, tipo, sopra il serbatoio di una grossa e rovente motocicletta. La SAS ha saputo apprezzare.

“Con te” di Sergio Sylvestre (voto 7+)
Sergio: il frutto di una notte a Miami tra Luciano Pavarotti e Oprah Winfrey. Sergio: alfiere di un patatonismo black e italiano. Sergio: che colpisce la SAS dritto al cuore.

“Tutta colpa mia” di Elodie (voto 6)
Gran voce, Poooortami via, che tuttavia siamo portati a classificare come ‘Emma Marrone’.

“Portami via” di Fabrizio Moro (voto 4)
Il mistero per cui alcune SASsers sono vergognosamente attratte da Fabrizio Moro, ma totalmente respinte dal medesimo sul piano artistico. Almeno in questa fredda notte di febbraio.

“Portami via” di Giusi Ferreri (voto 6)
Fanatica e sopra le righe, per alcuni di noi, convince altri di noi. Risultato: sufficienza. Ma l’Ariston è più severo della SAS e la rispedisce a casa.

“Nel mezzo di un applauso” di Alessio Bernabei (voto 3)
Altalena di crescendo senza senso, arresto e di nuovo un lungo crescendo romantico senza senso. Così, grosso modo, per i tre minuti e passa del brano. Sentimento kitsch del sublime: L’universo intero applaude noi. Insomma, possibile pezzo per una prossima, irritante campagna della TIM.

Cosa ci è piaciuto: La coreografia di omini rossi illuminati su Take my breath away nell’omaggio a Giorgio Moroder e in generale tutto ciò che intorno a Moroder è ruotato. Bello vederlo fare ‘OK!’ con il pollice e bello snocciolare, dentro la SAS, un fiume di ricordi, pensieri, aneddoti inventati sul primo ospite che ci rappresenta davvero un pochino. E poi ci è piaciuto, come sempre, il Tg ‘Sessanta secondi’.

Cosa non ci è piaciuto: La gag dei denti finti tra Conti e la De Filippi che buona parte di noi non ha proprio capito e la lunghezza infinita di questa puntata che, come quella di ieri, a tratti sembrava trasformarsi in una maratona di quantità del tutto gratuita e deconcentrante rispetto al vero focus: i nostri adorati BIG.

***

Adriano, ti presento il migliore che ci sia oggi in Italia: è un musicista sopraffino, suona tre o quattro strumenti, ma potrebbe anche suonarli tutti e ha una voce straordinaria” E, così dicendo, mi presentò il cantante che sarebbe diventato una grande star: era basso, grasso, pieno di peli che uscivano dappertutto e portava in testa un basco. Mi fece un’impressione assolutamente negativa. “Ti presento Lucio Dalla,” disse Gino. Strinsi la mano a Lucio ma lui non ricambiò con la stessa intensità. “Ci vediamo a Roma,” dissi. Tutte le volte che mi chiamava, però, per una scusa o per l’altra, evitavo di parlargli e, così, persi la possibilità di rappresentare un artista che anni dopo avrebbe avuto un successo clamoroso. Dalla fu uno dei due grandissimi errori della mia vita professionale.

Da Questa sera canto io. Splendori, miserie, passioni, tradimenti, segreti e trasgressioni in 50 anni di canzone italiana, Adriano Aragozzini, La nave di Teseo, 2017.

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