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“87 ore – Gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni”: la rivoluzione di un cinema totale

Un documento assoluto che racconta uno dei casi di cronaca più tristemente noti sul trattamento dei problemi psichiatrici. Dovete rincorrere le proiezioni, ma avete l'obbligo di farlo

87 ore - Gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni

87 ore - Gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni

Sono sulla poltrona. Non riesco a muovermi, vorrei applaudire, vorrei scaricare quella tensione che ho accumulato. E penso a Costanza Quatriglio, a una regista che fin dal suo esordio ha esplorato in direzione ostinata e sempre contraria al conformismo il cinema. Con un’idea precisa di rivoluzione del linguaggio, di ricerca dell’immagine e della sua profonda coerenza etica ed estetica, di forza del racconto, di contenuti e forme che mai prevalgono ma viaggiano unite.

Ma 87 ore va oltre. Segna un cambiamento di prospettiva, di semantica cinematografica, di struttura narrativa. Costanza Quatriglio riesce a fare cinema di un materiale che è il suo contrario, il punto zero dell’immagine, l’annichilimento del racconto. Il video, eterno, in cui è ripresa l’agonia di Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare con problemi psicologici. Il caso esplose su L’Espresso, grazie al “solito” benedetto Manconi. Le telecamere di sicurezza di un ospedale, un corpo dimenticato, un uomo invisibile ma inciso in quel bianco e nero impietoso. Non mangia, non beve, non viene curato. E muore.

È lì per un TSO, un trattamento sanitario obbligatorio. Per attuarlo le forze dell’ordine arrivano su una spiaggia dispiegando uomini e mezzi come forse mai prima d’allora erano stati schierati e (ab)usati per un singolo che non abbia compiuto reati. Lo allettano, lo legano, lo ignorano. E la violenza maggiore è l’ultima.

Un documento assurdo e necessario, ma cinematograficamente il manifesto dell’impossibilità. Per tutti, non per questa cineasta. Che non rifiuta quelle immagini, non le ignora. Lei no. Le fa diventare centrali, non rinunciando al suo punto di vista, anzi imponendolo con il montaggio, una struttura ad atti, immagini e parole (le poche sequenze del processo sono da storia del cinema) e riuscendo a dare vita alla morte. Anzi, peggio, all’agonia. Capisce quest’autrice il cui talento è pari alla sua enorme sensibilità, che il segreto è affrontare quella prigione. Scardinarla e chiudercisi dentro, per quanto dolorosa possa essere.

Sì perché quelle immagini, nella loro evidenza, sono il carcere di Mastrogiovanni, una sorta di secondino digitale privo di emozioni e sentimenti che è lì perché lui non esca. Perché quell’uomo è solo un problema per l’ospedale di Vallo della Lucania, perché chi gli è attorno è prigioniero di ciò che vede, e non va oltre. Eseguivano tutti degli ordini. E come a Norimberga tutti si sentono assolti da questo, ma tutti sono colpevoli. La banalità del male, la negazione dell’umanità, la mediocrità di chi dovrebbe salvare vite umane e invece le dimentica. Il 4 luglio del 2009, dopo cinque giorni, dopo 87 ore, Francesco muore. Muore. Con nove videocamere a sorvegliare la sua fine, ma nessuno a capire il suo dolore, la sua solitudine, quella grottesca automazione di robot in carne e ossa, incapace di quell’empatia minima che dovrebbe essere di tutti.

Nove videocamere e la Quatriglio che sa come usare le immagini, a mo’ di una sinfonia impietosa, accettando la sfida di un linguaggio che si annulla per rivoluzionarsi, che arriva al proprio minimo per diventare altro, più potente della fiction e dello stesso documentario. Solo grazie a lei, al suo sguardo, alla sua destrutturazione impavida. Non edulcora, mostra. La cineasta rompe le mura, non è indifferente, lei Mastrogiovanni lo guarda e ci obbliga a fare lo stesso. Per questo non ti alzi dalla poltrona subito, perché lui è lì con te. Per questo è necessario vederlo, perché qualcosa nel cinema e in noi cambia nel momento in cui il film viene proiettato in sala (e solo così va visto anche se il 28 dicembre passerà anche su RaiTre).

Al Madison a Roma, da lunedì 23 novembre, per esempio. Dovete rincorrerlo, cercarlo 87 ore. Pretenderlo. Avete l’obbligo di farlo, e non solo per riscattare la razza umana da 6 medici e 12 infermieri ignavi. No, perché come insegna Stefano Cucchi e i tanti come lui, c’è un esercito di indifferenti nel nostro mondo e non possiamo riscattarli e riscattarci da quell’infamia troppo grande. No, dovete vederlo perché questo film ti reinsegna a guardare, a sentire. Ti obbliga ad aprire gli occhi. A comprendere e non solo osservare distrattamente.

Qui c’è L’isola, c’è Terramatta, c’è Con il fiato sospeso, c’è Triangle. C’è tutta Costanza Quatriglio e qualcosa in più. C’è una regista che sa essere se stessa percorrendo ogni strada, per quanto possa essere dura, impervia, complessa.

E solo chi ha paura o non sa guardare, non può capire 87 ore. Un capolavoro di cinema, coraggio e civiltà.