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50 anni senza Totò

Il 15 aprile 1967, il Principe Antonio de Curtis lasciava questo mondo, ma solo dopo averci insegnato a ridere

Totò, 1955

Totò, 1955

“L’assurdo Totò / l’umano Totò / il matto Totò / il dolce Totò” cantava Domenico Modugno sulle note di Ennio Morricone nei titoli di testa di Uccellacci e Uccellini (1966), diretto dal più intellettuale dei cineasti italiani, Pier Paolo Pasolini.

A 50 anni dalla morte, il 15 aprile 1967, l’arte universale di Totò viene finalmente raccontata nella sua Napoli (e dove sennò?) in una grande esposizione, la prima antologica a lui dedicata, titolo Totò Genio (fino al 9 luglio). E per dipingere le mille sfaccettature del “principe della risata” non basta una location, ne servono addirittura tre, quasi delle “mostre nella mostra”.

Dalla sezione Genio tra i geni allestita al Maschio Angioino, dove sono visibili i disegni che Federico Fellini gli dedicò, a Totò che spettacolo (Palazzo Reale) che, grazie a costumi originali, filmati, installazioni multimediali e il baule che aveva sempre con sé, riporta in scena la sua voce e le sue inconfondibili smorfie.

Infine Dentro Totò, al convento di San Domenico Maggiore, è un viaggio oltre il mostro sacro, alla scoperta dell’uomo: dall’amore per Franca Faldini (sua compagna negli ultimi 15 anni di vita) alla passione per la città partenopea, con un video in cui de Curtis si improvvisa guida turistica. In questa parte vengono raccontati anche i suoi funerali, che furono ben tre: il primo a Roma, il secondo a Napoli e il terzo nel rione Sanità, dov’era nato. Senza dimenticare la pubblicità e ovviamente il cinema, con manifesti e locandine.

Totò fu un artista totale: simbolo dello spettacolo comico in Italia, oltre a 97 film nel corso della sua carriera interpretò e scrisse poesie e decine di brani. «Non c’è nessuna discrepanza tra la mia professione, che adoro, e il fatto che componga canzoni e butti giù qualche verso pieno di malinconia» diceva «Sono napoletano e i napoletani sono bravissimi nel passare dal riso al pianto».

Anche se non era in grado di suonare nessuno strumento, creava spesso sia il testo sia la melodia dei pezzi, che in molti casi possiamo ascoltare nelle sue pellicole. E proprio alla musica di Totò vogliamo dedicare un piccolo omaggio: ecco una selezione dei brani più celebri tratti dai suoi film.

Malafemmena

È senza dubbio il più grande successo musicale di Totò, che la scrisse nel 1951 ma non la incise né la cantò mai in pubblico. Per molto tempo si è pensato che il brano fosse dedicato a Silvana Pampanini, ma la figlia dell’attore Liliana ha affermato che invece è stato ispirato dalla madre, Diana Rogliani. Tra le tantissime interpretazioni (da Roberto Murolo a Renzo Arbore) ricordiamo quella di Teddy Reno nel lungometraggio di Camillo Mastrocinque Totò, Peppino e la… malafemmina (1956).

Miss, mia cara miss
Spesso la straordinaria mimica e le caratteristiche mosse del principe de Curtis diventano parte integrante dei suoi pezzi: è il caso di Miss, mia cara miss da Totò a Parigi (1958), diventata per l’attore quasi una sorta di sigla.

La mazurka di Totò
Tratto dal film Totò le Mokò (1949) questo brano è uno dei più allegri e festosi del suo repertorio: Totò si diverte a impersonare un artista di strada, una specie di one man band ante litteram.

Core analfabeta
In Siamo uomini o caporali (1955) Totò si esibisce in due numeri musicali: il primo è un suo pezzo originale, dove l’attore esprime tutta la sua anima malinconica.

La cammesella
La seconda canzone è un classico napoletano del teatro di varietà, interpretato in duetto insieme a Fiorella Mari in un esilarante spogliarello reciproco.

Il bel Ciccillo
A proposito di tradizione partenopea, questo brano macchiettistico fu uno dei cavalli di battaglia del giovane Totò sul palcoscenico, riproposto poi nel film Yvonne la nuit (1949).

Malvagità
A metà degli anni ’60 de Curtis, armato di parrucca, si confronta con i “capelloni” e nel musicarello Rita, la figlia americana, dove recita al fianco di Rita Pavone, si scatena insieme ai The Rokes nello shake Malvagità.

Geppina Geppi
Tratto da Risate di gioia (1960) di Mario Monicelli, questo brano è assolutamente indimenticabile per almeno due motivi: grazie alla strepitosa e divertentissima interpretazione di Totò e di Anna Magnani – reduce dal premio Oscar e in versione biondo platino – e perché il film segna un riconoscimento del “principe della risata” da parte di quel cinema di serie A che in qualche modo fino ad allora lo aveva considerato più una maschera popolare che un grandissimo attore.

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