Home Cinema

‘Marianne & Leonard’ ci insegna che i poeti non sono grandi mariti

Il rapporto fra Leonard Cohen e la musa Marianne Ihlen raccontato dal regista Nick Broomfield è la storia del confine che divide desiderio e realtà, rapporti sognati e vissuti

Marianne Ihlen e Leonard Cohen

Dal film 'Marianne & Leonard – Parole d’amore'

Marianne & Leonard – Parole d’amore, il documentario di Nick Broomfield del 2019 in sala in Italia come proiezione speciale solo domani 3 e dopodomani 4 marzo, non è un film sulla storia d’amore tra Marianne Ihlen e Leonard Cohen. È invece un film sulla sottilissima linea che spacca la vita amorosa dell’essere umano in due parti ben distinte, quella del desiderio, dell’idealizzazione e dell’irrealizzabilità da un lato e quella della realtà e della conduzione del quotidiano – con tutti i limiti a esso connessi – dall’altro. In questo senso, la piccola opera di Broomfield diventa grande, supera nei risultati quelle che sono le intenzioni del congegno biopic a tema amoroso dedicato a una delle icone d’amore per eccellenza della storia della musica mondiale. L’icona, sì, perché quando due diventano uno, cioè costruiscono uno spazio condiviso agli occhi del mondo e per di più lo fanno immersi in un universo sempre quantomeno trasversalmente maudit ed estetizzato com’è quello del rock’n’roll, quei due si fanno uno fino a costruire, appunto, un’icona sola da sbirciare, nella quale curiosare e dalla quale, specialmente, cercare di attingere quanta più sregolatezza amorosa possibile, quella porzione di sogno utile a far procedere le nostre realtà.

Ecco allora che il documentario da domani in sala da un lato mostra una parte della storia così com’è andata quando Leonard Cohen, non ancora il Leonard Cohen che conosciamo, lascia Londra per trasferirsi in Grecia, sull’isola di Idra, nel Peloponneso, dove incontra Marianne Ihlen, una giovane donna norvegese, anche lei ‘in fuga’ a Idra, madre ormai single – o, più precisamente, con un matrimonio che sta andando a rotoli e che Leonard vede sbriciolarsi di fronte ai propri occhi. I due si innamorano, vanno a vivere insieme, Cohen che nasce scrittore di poesie e di romanzi si dedica alla propria letteratura, scrive una raccolta di poesie e un romanzo – cioè Le spezie della terra e Beautiful Losers, pubblicati in Italia da Minimum Fax, che da tempo si dedica a far conoscere l’opera letteraria del cantautore tradotta nella nostra lingua.

Leonard Cohen a Idra. Foto: Axel Jensen Jr

Beautiful Losers, ci racconta Broomfield, è un’opera sghemba e incompresa, secondo la critica dell’epoca è, anzi, incomprensibile e segna la stagnazione della scrittura in prosa di Cohen. Leonard, intanto, decide di dividersi tre l’urbanità di Montreal, città dov’era nato nel 1934, e Idra: da una parte la vita cittadina che genera l’esperienza e dall’altra un luogo puro dove processarla nella piena dolcezza della natura selvaggia, insieme al proprio amore, Marianne, e al figlio di lei che è parte di questo suo nuovo e al tempo certamente poco usuale nucleo famigliare. Ma i mesi con Marianne, lo dice lo stesso Leonard su uno dei palchi che calca in quegli anni ’60 che segneranno la sua rivoluzione artistica, si fanno sempre meno, da sei mesi all’anno a quattro, a due, poi due settimane, infine pochi giorni. Già, perché intanto, grazie alla lungimiranza di Judy Collins e a una serie di eventi che più che fortunati è facile, dato il mostruoso talento, ritenere oggi inevitabili, Leonard Cohen si rende conto di ciò che sta accadendo nel mondo della canzone, diventa Leonard Cohen, abbraccia la chitarra, vince crisi di panico da palcoscenico e inizia la sua carriera di cantautore. La inizia, e non a caso, proprio da quella So Long, Marianne, che aveva composto sull’isola, che originariamente s’intitolava C’mon, Marianne, ma sembrava già nella felicità dei suoi albori contenere il presagio di un addio. Alla fine degli anni ’60 il trasferimento a New York nel pieno di una carriera in ascesa che si consoliderà nei primi ’70, come testimonia il corpus più folto del documentario fatto di straordinarie foto d’epoca e filmati su pellicola che si uniscono a quelli incredibili girati sull’isola e riemersi, secondo le note di regia, da un archivio dimenticato: sono quelli tratti da Leonard Cohen: Bird On A Wire, il doc di Tony Palmer del 1974, un video-reportage del tour di Cohen tra Europa e Israele del 1972.

Dunque sembrerebbe tutto al proprio posto: la vita edenica sull’isola prima e quella pronta ad ascriversi negli annali della musica poi; Marianne musa adoratissima e venerata, immagine di mondo nuovo e nuove conquiste, musa vicina che compra cibo nei negozi di Idra per sfamare il proprio scrittore povero e innamorato impegnato a dare avvio a una carriera incompresa e che, una volta compresa e diventato lui parte dello show biz, diventerà suo malgrado musa distante, sempre più distante, pensiero edenico anche lei, pronto a sfilacciarsi e perdersi nel tempo che passa, nelle droghe assunte con sempre maggiore frequenza, nelle altre donne, tutte le donne – che per Cohen sono la prima droga.

E invece non sta proprio tutto qui, perché quello che il regista vuole mostrarci, talvolta cedendo a un egocentrismo registico un po’ eccessivo – ci dice subito di avere avuto una storia con Marianne e di avere esperienza della vita di ispirazione hippie sull’isola senza mai scordarsi di mettersi al centro della scena – è che l’amore, questo amore, non è tutto lì, anzi, forse lì non è per nulla, ma si consuma, appunto, su quel filo nascosto di cui qui si diceva in apertura: quel filo sottile e doloroso che divide il sogno, il desiderio, l’aspirazione alla bellezza e alla conquista dell’amore stesso dal reale, dai fatti, dalle contingenze che si esprimono in modo feroce soprattutto negli anni che passano, nel tempo che se ne va, che allontana, che pare disciogliere.

Marianne Ihlen. Foto: Nick Broomfield

Dunque Marianne & Leonard racconta in grande parte chi era, in questo senso, Leonard Cohen, che con occhi d’incanto, compostezza, eleganza in grado di rispondere alla definizione di un termine solitamente usato per le donne, cioè ‘fatale’, attrae fanciulle come il dolce fa con le api, le venera, letteralmente afferma “non vedo l’ora che prendano potere” e in una vita divisa tra contagiosi talento, intelligenza, ironia ma pure immersa in una depressione – eredità probabilmente famigliare – sembra conquistarle proprio tutte, in realtà senza stare davvero con nessun più di quanto sia stato con Marianne. Suzanne, certo, c’è Suzanne, la giovane donna che diventerà la sua compagna ma anche Suzanne qui è un passaggio, perché il regista ce lo ricorda bene: Leonard Cohen non era in grado di essere un po’ meno Leonard Cohen per darsi completamente a qualcun altro. E rincara l’amica di Marianne e Leonard, Aviva Layton: “I poeti non sono grandi mariti. Non puoi averli tutti per te. Sono creature elusive, sposate con le loro muse”.

In qualche modo, dunque, eccolo lì l’amore tra Marianne e Leonard che insieme nel tempo si consuma con dolore e al tempo resiste. Marianne cercata dai palchi della giovinezza, Marianne ormai anziana tornata a Oslo con una vita nuova e un marito, invitata in prima fila alla data in città ad assistere al rientro in scena di Leonard, ormai anziano anche lui, nel 2009 – costretto simbolicamente e non al ritorno live dopo un furto subito dalla sua manager pari a 5 milioni di dollari. Da un lato Marianne c’è sempre, dall’altro Leonard non smette di lasciarle uno spazio perché lei possa esserci, trattenersi dentro di lui, nella sua vita.

Può il grande amore essere qualcosa di vivo e ineludibile anche quando sembra finito, nel tempo reale, da molti anni? Può raggiungerti con un’ultima lettera senza fine a poche ore dalla tua morte in un letto d’ospedale? Può portarti a salutare il mondo terreno a pochi mesi di distanza dalla persona che ami? A quanto ci dice questa storia sì a costo di una fatica indicibile, di un moto perpetuo che non lascia grande spazio ad altri, pur nella ricerca incessante di un senso profondo dell’esistere e dell’esistere come essere umano amoroso. Dice Leonard Cohen, qui dentro, a proposito della propria vita spirituale e delle permanenze in monastero (l’ultima lunga ben sei anni): “Cerco di imparare qualcosa sull’amore. L’amore è quell’attività che prende il potere della donna e dell’uomo e lo incorpora nel tuo cuore. Dove incarni l’uomo e la donna, dove incarni il paradiso e l’inferno, dove puoi riconciliarti e contenerti, dove uomo e donna diventano il contenuto. In altre parole, quando la tua donna diventa il tuo contenuto. E tu diventi il suo contenuto. È questo l’amore. E riconosci la piena uguaglianza di quello scambio, perché se è più piccola di te non può completarti. E se tu sei più grande di lei, non puoi completarla. Quindi, va capito che esiste davvero un’assoluta equità di potere. Diversi tipi di potere, ovviamente, diversi tipi di magia. Diversi tipi di forza, diversi tipi di movimento, diversi come il giorno e la notte. E sono il giorno e la notte. Sono luna e sole. Sono terra e mare. Sono più e meno, sono paradiso e inferno. Sono tutte queste antinomie, ma sono uguali. L’ho provato sulla mia pelle”.

Altre notizie su:  Leonard Cohen