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Le 10 Palme d’oro più impreviste di sempre

Visto che la pandemia ha inevitabilmente bloccato anche il Festival di Cannes, ecco la nostra guida alle vittorie più clamorose e/o inaspettate sulle Croisette

John Travolta e Uma Thurman in 'Pulp Fiction'

Dalla Dolce vita di Federico Fellini ad Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, in questi giorni tutti celebrano i grandi capolavori premiati a Cannes con la Palma d’oro. Noi compresi. Nell’anno del Festival bloccato dalla pandemia, ricordiamo però anche i film che hanno trionfato a sorpresa nel corso di oltre settant’anni di Croisette. Per dire: su Apichatpong Weerasethakul chi ci avrebbe mai scommesso?

M*A*S*H (1970) di Robert Altman

Che Robert Altman fosse un autore da Palma d’oro, non era certo una sorpresa. La sorpresa, se mai, è rappresentata dal fatto che il massimo alloro sia andato a una commedia. Di più: a una delle commedie più spassose dell’intera storia del cinema. Occasione che, di fatto, non si è più verificata nel corso del Festival (anzi: di commedie se ne sono viste pochissime anche tra i film in concorso, non solo tra quelli premiati). Caposaldo della comicità, M*A*S*H è stato anche un “format” modernissimo: dal film è stata tratta l’omonima serie tv andata in onda tra il 1972 e il 1983, e altrettanto di culto.

Sesso, bugie e videotape (1989) di Steven Soderbergh

Quell’anno in concorso c’era il favoritissimo Fa’ la cosa giusta di Spike Lee, che prese male la sconfitta al punto da dire: «A casa ho una mazza da baseball, e sopra c’è scritto il nome di Wim Wenders» (che era il presidente di giuria, ndr). E il capolavoro del nostro Giuseppe Tornatore, Nuovo Cinema Paradiso, se ne tornerà in Italia “solo” con il Grand Prix Speciale della Giuria (ma poi vincerà l’Oscar come miglior film straniero). Sulla Croisette trionfa invece il debuttante Steven Soderbergh, che a 26 anni è il vincitore della Palma d’oro più giovane di sempre. Sbanca pure il suo attore, James Spader, con un’interpretazione sottilissima e provocatoria. E Wim ci aveva visto bene: la dramedy erotica di Soderbergh ha rivoluzionato il movimento indie dei primi anni ’90.

Cuore selvaggio (1990) di David Lynch

Nonostante le pressioni da parte dei francesi per far vincere il Cyrano starring Gérard Depardieu (così vuole la leggenda), il presidente di giuria Bernardo Bertolucci premia David Lynch. Ed è solo un clash apparente: la loro idea di cinema è certamente diversa, ma ugualmente “bigger than life”. E cosa c’è di più esagerato di questa finta soap con Nicolas Cage e Laura Dern persi in un road movie che è subito cult? In più, Lynch veniva dal successo televisivo di Twin Peaks: un premio al vero innovatore dei linguaggi audiovisivi di inizio anni ’90 era doveroso.

Barton Fink – È successo a Hollywood (1991) di Joel e Ethan Coen

Nell’anno del superfavorito La doppia vita di Veronica di Krzysztof Kieślowski, i fratelli Coen pigliano tutto: Palma d’oro, Premio per la regia e Palma per la miglior interpretazione maschile a John Turturro (ancora non c’era l’obbligo di “dividere” il palmarès tra più titoli). Al quarto film, i bros. erano già una certezza del nuovo cinema americano, ma per molti una Palma era prematura. Il presidente Roman Polański, invece, ci aveva visto lungo.

Pulp Fiction (1994) di Quentin Tarantino

Tarantino fa a pezzi qualsiasi regola e scuote l’establishment di Cannes dal suo torpore di Ancien Régime cinematografico: Pulp Fiction come la Presa della Bastiglia. A 64 anni il rigoroso Clint Eastwood, presidente di una giuria composta tra gli altri da Catherine Deneuve e dal nostro Pupi Avati, scatena la rivoluzione dando la sua benedizione allo scatenato Quentin e alla sua sperimentazione mainstream. Sulla Croisette non s’era mai visto nulla di simile: un scarica di adrenalina vertiginosa, piena zeppa di riferimenti cinematografici, ma originalissima nella struttura. E poi diabolicamente divertente, violenta, sfacciata. Niente sarebbe stato più come prima, nell’industry e nella cultura pop. Non era nato solo un autore, ma il regista postmoderno per eccellenza.

Rosetta (1999) di Jean-Pierre e Luc Dardenne

Molti critici ancora si mangiano le mani. Il film dei fratelli Dardenne, che avevano già attirato l’attenzione dei cinéphile soprattutto grazie al precedente La promesse, passa nell’ultima giornata di Festival, quando già moltissimi giornalisti accreditati avevano fatto le valigie ed erano tornati a casa. E strappa la Palma d’oro che per tutti era già stata vinta da Tutto su mia madre di Pedro Almodóvar. Un colpo di scena assoluto: del resto, l’ha congegnato il visionario David Cronenberg, un presidente di giuria che non poteva non lasciare la sua firma.

Fahrenheit 9/11 (2004) di Michael Moore

La Palma d’oro che era stata rubata (si fa per dire) a Bowling a Columbine dal Pianista di Roman Polański entra in casa Michael Moore grazie a quest’altro documentario, forse meno potente del precedente, ma parimenti capace di animare il dibattito sulle storture dell’amministrazione USA (allora era Bush Jr.). Il risarcimento al regista-reporter eternamente sulle barricate arriva per mano di Quentin Tarantino, presidente di giuria che, al tempo stesso, premia un connazionale e critica la politica del suo Paese. Tutto tra loro: ma va benissimo così.

La classe – Entre les murs (2008) di Laurent Cantet

La super-doppietta italiana sembrava destinata alla Palma. Invece non ha vinto il massimo trofeo né Gomorra di Matteo Garrone né Il divo di Paolo Sorrentino, ma ne sono entrambi usciti con menzioni di peso: Grand Prix Speciale della Giuria al primo e Premio della giuria al secondo. La giuria guidata da Sean Penn ha assegnato la Palma, con un vero coup de théâtre, al quasi-documentario a sfondo scolastico di Laurent Cantet, regista “molto” francese che nei confini patri è rimasto. Mentre i nostri autori – possiamo dirlo? – sono partiti da lì per la conquista dell’Europa e del mondo.

Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti (2010) di Apichatpong Weerasethakul

Il titolo, invece, è impossibile da ricordare, almeno quanto il nome del suo regista: Apichatpong Weerasethakul. Ma questa Palma se la ricordano tutti: perché forse mai palmarès di Cannes fu più inaspettato (e contestato). Tra Poetry di Lee Chang-dong e Another Year di Mike Leigh, il presidente Tim Burton fa una pazzia delle sue, assegnando il premio principale a questa visione “made in Thailand” sconclusionata ma a suo modo affascinante. Anche solo per il fatto che ha scritto un’indimenticata pagina di storia del Festival: questa è la vera vittoria.

La vita di Adèle (2013) di Abdellatif Kechiche

A proposito di Davis di Joel e Ethan Coen, Father and Son di Hirokazu Kore’eda, La grande bellezza di Paolo Sorrentino… e invece la Palma la vince questo torrido (e memorabile) romance. Una sorpresa relativa, ma sorprendente è stato l’endorsement totale, da parte del presidente Steven Spielberg e della sua giuria, al film di Abdellatif Kechiche. Che, caso più unico che raro, si ritrova la Palma “spalmata” anche sulle interpretazioni delle protagoniste Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux, fautrici della riuscita di questo instant classic tanto quanto il regista. E come dare torno a Steven.

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