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La costruzione sonora di ‘Candyman’

L’horror, più di altri generi, si alimenta di schemi e luoghi comuni: così come nasce e si sviluppa la leggenda di Candyman, allo stesso modo la musica si alimenta di queste convenzioni e credenze

Yahya Abdul Mateen in 'Candyman'

Secondo la scrittrice Tananarive Due, accademica e ideatrice del corso The Sunken Place: Racism, Survival and the Black Horror Aesthetic all’UCLA, esiste da sempre una strettissima correlazione tra la storia afroamericana e lo sviluppo dell’horror nella storia del cinema americano: «Siamo stati portati qui in schiavitù e la supremazia bianca continua a caratterizzarci male ed emarginarci. Black history is black horror».

Come ampiamente illustrato nel documentario Horror Noire: A History of Black Horror, tratto dal libro di Robin R. Means Coleman, sin dagli anni ’30 la rappresentazione dei personaggi afroamericani veniva stigmatizzata secondo le imposizioni culturali di Hollywood: «C’era un’ondata di film horror che si svolgevano nelle giungle, dove i neri erano raffigurati come dei primitivi a volte indistinguibili dalle scimmie. Un decennio dopo, i personaggi neri iniziarono ad apparire nei film dell’orrore come oggetti ridicoli e sacrificali».

Solamente a partire dagli anni ’60 con film come La notte dei morti viventi di George Romero, dove per la prima volta un protagonista afroamericano guidava un gruppo di persone bianche verso una possibile sopravvivenza, gli spettatori afroamericani iniziarono a vedere parzialmente una narrazione differente incentrata sulla propria cultura e sulla propria esperienza.

Tale processo non fu però duraturo. Per Coleman, tra gli anni ’80 e i 2000 si vide un sostanziale ritorno ai vecchi stereotipi: i personaggi neri erano resi figure sacrificali al servizio della narrazione centrale, come dimostrato dalla figura di Dick Halloran in Shining, che, guidando la famiglia Torrance, finirà per sacrificarsi; elemento che non è presente nel libro di Stephen King.

Ma cosa ha portato negli ultimi anni a una sostanziale crescita e riscoperta dell’horror black? A scriverne una nuova via è stato sicuramente Jordan Peele nel 2017 con Scappa – Get Out, che ha trasformato l’horror nero da una nicchia sotterranea in un genere commercialmente valido. Ma, più di questo, il suo genio è stato quello di mostrare come l’esperienza afroamericana fosse da sempre stata centrale nella narrazione horror.

All’interno della nuova espressione del black horror moderno, Peele sta riscrivendo la forma narrativa letteraria di alcuni vecchi dogmi razzisti del genere, come avviene ad esempio in Lovecraft Country, prodotto dallo stesso Peele con la regia di Misha Green, e che vede la sua perfetta raffigurazione nel sequel “spirituale” di Candyman, diretto da una delle registe più interessanti del momento, Nia DaCosta.

Ancor prima di Scappa – Get Out, precisamente nel 1992, usciva la prima stesura di Candyman, che nel panorama rappresentò la prima vera “anomalia” agli stilemi del genere. Diretto dal regista britannico Bernard Rose e tratto dal racconto The Forbidden (in italiano Il proibito) di Clive Barker, fu uno dei primi film ad analizzare esaustivamente il tema della gentrificazione (processo in cui individui facoltosi e laureati iniziano a trasferirsi in comunità povere originariamente occupate da comunità di colore), presente nel quartiere Cabrini-Green di Chicago dove aleggia la leggenda di Candyman, espressione della sofferenza afroamericana.

Nella versione di DaCosta, il fine viene appositamente traslato nell’immaginario di un artista afroamericano, Anthony McCoy (Yahya Abdul-Mateen II), che, a differenza della precedente protagonista bianca Helen Lyle, ricercatrice di semiotica che vede da occhio esterno la leggenda metropolitana, riesce a riappropriarsi della propria arte attraverso la figura di Candyman, fino a rievocarlo.

Nella costruzione narrativa di Candyman risulta di fondamentale importanza la veridicità della sua immagine sonora data da un aspetto fondamentale: l’horror, più di altri modelli cinematografici, si alimenta di convenzioni e luoghi comuni, e la musica con cui viene accompagnato non fa eccezione, identificandosi con formule sinfoniche fragorose ed apocalittiche che si rispecchiano il substrato sociale in cui è ambientata la narrazione. Così come nasce e si sviluppa la leggenda di Candyman, allo stesso modo la musica si alimenta di queste convenzioni e credenze.

Già nel 1992 Philip Glass aveva raccontato l’orrore che si celava dietro l’architettura di Cabrini-Green, ma è con il lavoro del sound artist e compositore Robert Aiki Aubrey Lowe che la colonna sonora assume il ruolo di opera antropologica alla ricerca della nascita della leggenda di Candyman.

Per Lowe, che prima di essere un compositore è principalmente un sound artist, è stato fondamentale catturare le sonorità che arrivavano direttamente da Cabrini-Green studiando i cambiamenti sociali ed architettonici che avevano colpito il quartiere. Infatti, come illustrato dal professor Adam Green, docente di Storia americana dell’Università di Chicago, con la rivolta razziale di Chicago del 1919 si creò un ponte verso un nuovo ordine razziale, che ha battezzato nel sangue la moderna città americana. «È una sorta di paura che si trova al centro delle città moderne motivata dal terrore razziale e dalla povertà».

Lowe ha vissuto a pochi isolati da Cabrini-Green e ha visto in prima persona gli effetti della gentrificazione, tanto da proporre a DaCosta di comporre la colonna sonora direttamente sul set, in modo che la musica «interagisse con il tessuto stesso della realtà fisica del film».

Le Frances Cabrini Rowhouses e le William Green Homes nacquero per sostituire le baraccopoli con alloggi pubblici convenienti, sicuri e confortevoli. Ma, sebbene le case fossero apprezzate dalle famiglie che vivevano lì, anni di abbandono alimentati dal razzismo e dalla stampa negativa le hanno trasformate in un ingiusto simbolo di rovina e fallimento. Cabrini-Green è diventato un nome usato per alimentare paure e discutere contro l’edilizia popolare.

Lavorando su più strati sonori ottenuti mediante registrazioni sul posto e collage vocali, Lowe compone la costruzione ciclica del quartiere che in realtà rappresenta solamente un illusione di cambiamento e progresso: nonostante siano stati costruiti dei nuovi condomini, il quartiere verrà sempre considerato un ghetto dove violenza, razzismo e mistero aleggiano.

Come raccontato dal compositore a NPR, la sua musica si comporta come un occhio che tutto vede, come lo spirito di Candyman che continua a vivere finché le ingiustizie razziali non cesseranno realmente. Lo sciame che arriva preannuncia sventure, e il ronzio delle api che accompagna Candyman ricorda lo stridio assordante delle cicale che in The Underground Railroad di Barry Jenkins amplificano la vita soffocante nelle piantagioni, espressione dei brutali maltrattamenti degli afroamericani in una società colonizzata.

Lowe è affascinato dall’aspetto folkloristico che si cela dietro la storia di Daniel Robitaille, figlio e pittore di uno schiavo della piantagione Robitaille, da cui nasce il personaggio di Candyman. «Ho considerato la storia della tratta degli schiavi sulla costa occidentale dell’Africa che ha portato qui gli antenati di Robitaille e tutti i nostri antenati. Non mi sarei concentrato solo sul terrore, ma sulla sfumatura delle emozioni, e avrei offerto quell’energia complessa».

La musica, in questo caso, cerca di riecheggiare l’inquietante tradizione ipnotica dei canti di lavori dei “cry” e degli “shout” che avevano la duplice funzione di creare il timore verso una nuova divinità e di fornire la garanzia verso una vita compensativa nell’aldilà.

Il Candyman di Nia DaCosta e Jordan Peele, utilizzando lo stile narrativo presente in Scappa – Get Out e Noi – Us, diventa il vendicatore contro la violenza razziale ormai intrisa come una macchia che non svanisce all’interno della società americana, e Lowe racconta musicalmente la ciclicità ignobile di tali eventi, che non si abbatte solamente sul corpo dei propri antenati ma anche sulla conformazione delle città moderne. La colonna sonora fluttua così come Candyman continua ad esistere nella memoria della comunità afroamericana. Finché la violenza non verrà fermata.

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