Italians go to Hollywood (o quasi): i registi nostrani che hanno sfondato all’estero | Rolling Stone Italia
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Italians go to Hollywood (o quasi): i registi nostrani che hanno sfondato all’estero

L’ultimo è Ferdinando Cito Filomarino con ‘Beckett’, starring John David Washington e Alicia Vikander. Ma negli ultimi vent’anni – da Muccino a Sorrentino, da Guadagnino a Sollima – ecco chi ce l’ha già fatta

John David Washington e Alicia Vikander in ‘Beckett’ di Ferdinando Cito Filomarino

Foto: Netflix

La ricerca della felicità (2006) di Gabriele Muccino

In principio (della New Wave: togliamo i vari Sergio Leone, Bernardo Bertolucci & Co.) fu Gabriele Muccino. Che, “adottato” dal superdivo Will Smith, ha portato a Hollywood la sua personale versione di Ladri di biciclette. E ha fatto ottenere al suo protagonista la sua seconda nomination all’Oscar. Poi ci sono stati altri titoli più (Sette anime, sempre con Smith) o meno (Quello che so sull’amore con Gerard Butler, ormai quasi disconosciuto dallo stesso autore) riusciti, ma Muccino ha insegnato alla sua generazione che guardare oltre confine si può. Anzi, si deve.

This Must Be the Place (2011) di Paolo Sorrentino

Altro nome, altro “padrino” hollywoodiano. Cioè Sean Penn, che, dopo aver premiato Il Divo in qualità di presidente di giuria a Cannes 2008, fece di tutto per lavorare col regista futuro Oscar (per La grande bellezza, però). Ne esce questo strampalato ma tenerissimo omaggio al rock americano e all’eterna Frontiera, “graziato” da David Byrne (citato nel titolo). In cui Penn, capelloni corvini e aria post-punk, si produce in una delle sue performance più bizzarre e insieme umane. All’epoca incompreso, oggi (per fortuna) rivalutato da molti.

Hungry Hearts (2014) di Saverio Costanzo

Prima di essere la firma delle prime due stagioni dell’Amica geniale, colosso italiano ma co-prodotto dall’americana HBO, Saverio Costanzo era già finito su suolo yankee per un film anch’esso incompreso, in realtà raffinata ricognizione sulla decostruzione di un amore. E un omaggio al cinema dei “padri” che va da John Cassavetes a Roman Polanski. Protagonisti “misti” – lo statunitense Adam Driver e la nostra Alba Rohrwacher – ma entrambi Coppa Volpi a Venezia.

Il racconto dei racconti – Tale of Tales (2015) di Matteo Garrone

Un anti-kolossal che più italiano non si può, visto che riprende la tradizione delle fiabe nostrane (quelle di Giambattista Basile, per la precisione). Ma il respiro è ampio e, anche qui, internazionale. Tanto che nel cast troviamo divi come Salma Hayek e Vincent Cassel, accanto a volti cari ai cinéphile come Toby Jones e John C. Reilly. Il risultato è sontuoso, un mix tra l’artigianato italianissimo e un’idea di cinema globale in tutti i sensi. Anche questo non capito da molti: vergogna.

Chiamami col tuo nome (2017) di Luca Guadagnino

Sulla scia di Bertolucci, a cui ha dedicato un bellissimo documentario, Luca Guadagnino è l’italiano che più di tutti ha saputo (e voluto) diventare un autore apolide. Già con Io sono l’amore e A Bigger Splash aveva conquistato le platee estere, grazie soprattutto al sodalizio con Tilda Swinton. Ma è l’adattamento del romanzo di André Aciman a imporlo definitivamente sulla scena internazionale. E lui, a sua volta, impone Timothée Chalamet come neodivo amato da fan e cinefili. Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, firmata dal veterano James Ivory. E poi altri progetti sempre “fuori”: abbiamo già visto la serie We Are Who We Are, prossimamente arriveranno Bones and All (sempre con Chalamet) e il reboot di Scarface.

Ella & John – The Leisure Seeker (2017) di Paolo Virzì

My Name Is Tanino l’aveva già portato negli USA. Ma con Ella & John Paolo Virzì fa il vero salto, affidando la parte degli arzilli vecchietti raccontati sulla carta da Michael Zadoorian (nel romanzo tradotto da noi In viaggio contromano) a due mostri sacri come Donald Sutherland e Helen Mirren. Ne esce un on the road che guarda l’America da fuori, ma riconsegnandone la pancia profonda (e, all’epoca, neo-trumpiana). Fino a un finale struggentissimo.

Soldado (2018) di Stefano Sollima

Mister Gomorra (la serie) guardava altrove da sempre. E, forte del successo (anche ammerigano) di Ciro l’Immortale e soci, ha preso le redini del secondo capitolo della action saga inaugurata da Denis Villeneuve con Sicario. Confermando una mano muscolare che sa tenere insieme (letteralmente) un set geograficamente complessissimo. Cosa che sarebbe tornata nella serie ZeroZeroZero. E, quest’anno, in Senza rimorso, ennesimo capitolo delle gesta narrate da Tom Clancy con Michael B. Jordan. Ormai è più loro che nostro.

Luca (2021) di Enrico Casarosa

«Silenzio, Bruno!». Se gli americani vanno cantilenando questa battuta in italiano, è merito di Enrico Casarosa, regista genovese che si è fatto le ossa in casa Disney/Pixar (vedi il magnifico corto La luna) per poi debuttare nel lungometraggio d’animazione con questo bromance su sfondo di Riviera ligure (per molti non dissimile per atmosfere dal Call Me by Your Name guadagninesco). Il viaggio in Italia è (stereo)tipicamente delizioso. È nato un autore anche nel panorama dei cartoon.

Beckett (2021) di Ferdinando Cito Filomarino

L’ultimo arrivato di questa galleria è Ferdinando Cito Filomarino, prodotto (guarda caso) da Luca Guadagnino. L’opera prima è stata italianissima e folgorante: Antonia., il biopic della poetessa milanese Antonia Pozzi interpretato da una fulgida Linda Caridi. Beckett è un thriller politico nel solco dei classici 70s di Pollack e Pakula, e schiera un cast pazzesco: John David Washington, Alicia Vikander, Vicky Krieps e Boyd Holbrook. Dopo l’apertura dell’ultimo Festival di Locarno, sarà su Netflix dal 13 agosto.