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Willem Dafoe: Van Gogh ed io

L’attore premiato con la Coppa Volpi a Venezia 75 racconta come ha interpretato il genio olandese: «Non ho mai pensato a essere Van Gogh, ho pensato a dipingere»

Willem Dafoe è Vincent Van Gogh in 'Sulla soglia dell'eternità'

Foto press di Lily Gavin

C’è un nuovo comandamento cinematografico e quando vedrete Sulla soglia dell’eternità lo capirete: “Non avrai altro Van Gogh all’infuori di Willem Dafoe”. L’attore si carica addosso la croce del genio olandese per raccontare i suoi ultimi, tormentati anni. E dipinge la performance della vita e di una carriera già strepitosa, che gli è valsa la Coppa Volpi a Venezia 75 e che con tutta probabilità lo vedrà nominato all’Oscar.

Eppure di lungometraggi sul pittore ce ne sono stati tanti: da Lust for Life di Vincente Minnelli con Kirk Douglas, a Vincent & Theo di Robert Altman con Tim Roth, fino al più recente Loving Vincent di Dorota Kobiela con Robert Gulaczyk. Ma ci voleva un pittore come Julian Schnabel per girare il film definitivo su Van Gogh? Quando lo incontriamo al Lido, Dafoe non ha dubbi: «Per quello che abbiamo fatto sì. Questo è il nostro Van Gogh, è quello che ero interessato a ritrarre. Julian ha una conoscenza molto intima della pittura e un rapporto personalissimo con essa». 

Dal regista di Basquiat, Prima che sia notte e Lo scafandro e la farfalla non ci si poteva aspettare qualcosa di tradizionale: «È una sorta di composit molto personale, c’è parte di Julian, parte di me, parte di Van Gogh, parte di Benoît Delhomme, il direttore della fotografia. La storia, il punto di vista si sono sviluppati davvero mentre giravamo, attraverso un approccio esperienziale, credo che nessuno lo avesse necessariamente programmato» spiega Dafoe, tirando fuori il suo sorriso un po’ sghembo al ricordo delle riprese «Ci siamo immersi nella natura, che tra Arles e Auvers-sur-Oise – a un’ora da Parigi – è vivissima. A volte finivamo molto presto e al pomeriggio avevamo ancora tempo… andavamo a dipingere, riprendevamo gli alberi, passeggiavamo nei campi. La musica era nel vento».

Sulla soglia dell’eternità soffia via la polvere dal biopic e raggiunge un’immediatezza che ha pochissimo a che fare con la biografia e molto con il senso di essere artista: «Non ho mai pensato a essere Van Gogh, ho pensato a dipingere», dice Dafoe. Per il film sono stati importanti due riferimenti: Van Gogh – The Life di Steven Naifeh e Gregory White Smith e le lettere che Vincent scriveva al fratello Theo. «Ho letto il libro, ho preso nota di quello che mi sembrava interessante e alcuni passi sono stati inseriti, è stato un esercizio molto bello. Poi i dialoghi: molte cose che i personaggi dicono vengono dalle lettere, altre prendono spunto da fatti noti, altre ancora sono state inventate. Vincent scriveva parole bellissime, anche se stava facendo i conti con le battute finali della sua vita. Quello che sa la maggior parte delle persone di lui è riduttivo».

Il volume a cui si fa riferimento è controverso perché sostiene che Van Gogh non si sia suicidato, ma sia stato ucciso, commenta qualcuno durante la chiaccherata e Dafoe replica: «Quello che è stato filmato è piuttosto astratto, anche per rispetto, non vedi davvero mentre gli sparano, ma solo piccoli pezzi di informazione, pensali come un’apertura. È un film, Van Gogh non c’è in quell’inquadratura, non lo vedi fisicamente quando c’è lo sparo. Nel linguaggio cinematografico queste parti potrebbero anche non essere collegate, perché sono tagli separati, non sono nella stessa ripresa. Dipende da te, se quella è la narrativa che ti figuri, ne sei responsabile» sorride. «Per me Van Gogh resta il genio torturato, così folle da essersi tagliato un orecchio, aveva problemi a conciliare la sua visione, il suo modo di vivere con gli aspetti sociali e di carriera, parte di quella tensione non è follia è solo depressione, lotta con se stesso».

Anche nella genesi il film di Schnabel è stato tutto tranne che ortodosso: «Conosco Julian da 35 anni e amo frequentarlo, me ne aveva parlato, ma non mi aveva detto che voleva che interpretassi Van Gogh» ricorda Dafoe. «Mi aveva detto di leggere il libro ma non era nemmeno sicuro di fare il film, non per una questione di soldi ma perché è impegnatissimo, dipinge… Stava lavorando sullo script, me lo aveva accennato e a un certo punto, anche se non era ancora sicuro di farlo, è arrivato, mi ha messo addosso una barba finta, mi ha sistemato i capelli, messo degli abiti e fatto alcune foto, solo per avere un’immagine per sè. Ecco come abbiamo iniziato» continua Dafoe. Ma sia lui che Schnabel stavano portando avanti altri progetti: «Non ci siamo preparati molto. Poi Julian ad un certo punto ha detto: “Forse dobbiamo aspettare un anno”. E io ho risposto: “Non voglio aspettare un anno, facciamolo”. E lui: “Ok!”».

Ma come è riuscito a diventare Van Gogh, al punto da sembrare davvero un suo perfetto autoritratto? «Non ci ho pensato troppo, credo che ci sia una sorta di saggezza nel corpo, una capacità, fai quello che devi fare con una certa concentrazione, e le cose trovano il loro posto. Julian voleva che usassi un bastone. E ho pensato che non mi serviva. Si tratta di decisioni totalmente pratiche, che poi in retrospettiva sembrano scelte. Molto però ha a che fare con la pittura, quella ha richiesto preparazione».

Dipingere per Dafoe è stata la vera chiave per trovare il suo Vincent: «Dava animo a quello che facevo: mettendo i colori l’uno vicino all’altro, le cose iniziano a prendere forma, sembra terribile per un bel po’ di tempo, ma poi improvvisamente diventa qualcosa, e i colori iniziano a vibrare, a parlarsi e vedi qualcosa, che va oltre quello che disegni. E credo che questa sia la chiave per capire o apprezzare Van Gogh, perché certamente non è un pittore naturalista ma cattura la luce, la vibrazione, l’energia. Ne parla nel film, ma ho davvero potuto sperimentarlo grazie a Julian e dipingendo per davvero».

Nel film il suo Van Gogh afferma: “Quando dipingo non penso”. «Quello che noi chiamiamo pensare spesso ha a che fare con il creare una strategia, dimenticare quello che vogliamo» riflette Dafoe «Quando sei davvero dentro qualcosa non pensi nemmeno a quello che vuoi, perché troverà la sua strada mentre lo fai. E questo è un modo bellissimo di lavorare, raggiungerai cose che nemmeno immaginavi, che nemmeno capisci, solo affidandoti al tuo istinto, E Julian è molto vicino a questo. Il suo processo mi piace molto».

Oggi Dafoe, che in passato si dedicava anche alla pittura, non lo fa più molto: «Mi piaceva lavorare su tele grosse e ad olio e per questo ho capito che era molto importante avere uno studio. E poi le tele hanno iniziato ad ammucchiarsi e mi sono detto: “Che ci faccio con tutte queste?” Ne ho data una a Kathryn Bigelow, che ce l’ha ancora. E poi ho iniziato dipingere sopra le tele già usate, ma era un livello differente, dopo questo film ho una comprensione molto diversa».

La riflessione si sposta presto dalla pittura alla recitazione: Van Gogh esprime il suo bisogno di dipingere, tu senti il bisogno di recitare? «Sì, credo che tutti vogliamo essere utili e connettere con qualcosa che non solo ci piace, ma per cui siamo nati. E non credo nemmeno di essere nato per recitare, ma è il modo in cui mi libero, amo questo lavoro perché è sempre diverso. Rischiamo che l’abitudine ci demotivi e appanni i nostri sensi e uno dei modi per evitarlo è mettermi in situazioni in cui non devo cambiare solo per una necessità di versatilità ma devo avere qualcosa che mi forza a riesaminare tutto e andare avanti, non fermarmi mai. Per me come attore significa essere libero».

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