Vincenzo Alfieri: ‘Ai confini del male’, il mio ‘True Detective’ | Rolling Stone Italia
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Vincenzo Alfieri: ‘Ai confini del male’, il mio ‘True Detective’

Dopo la commedia ('I peggiori') e l'heist movie ('Gli uomini d’oro'), il regista arriva stasera su Sky con un thriller disturbante dal look internazionale ma dall'animo italianissimo. Starring Edoardo Pesce e Massimo Popolizio

Edoardo Pesce in 'Ai confini del male'

Foto: Antonello&Montesi/Sky

Chitarre acide e synth macabri dominano dall’alto Ai confini del male. Una serie di omicidi sommersi sotto le acque di un paesino ignoto dell’Italia, con atmosfere allucinate rimandano alle pagine più crude della nostra cronaca nera. Edoardo Pesce (Meda) e Massimo Popolizio (Rio), mai visti insieme prima d’ora, qui sono protagonisti di un duello tra eroi che forse sono i veri mostri. Ma il confine è indecifrabile.

Vincenzo Alfieri ci racconta il suo terzo film. Un thriller disturbante dal look internazionale, con una complessità tecnica che si ispira alla migliore tradizione cinematografica, quella di capisaldi del genere come Se7en e Heat – La sfida. Ma che allo stesso tempo sfoggia tutto il gusto del Made in Italy, non ha molto da invidiare ai nostri competitor e arriva il 1 novembre su Sky Cinema.

Due anni fa usciva in sala il tuo secondo film, Gli uomini d’oro: ti svegliavi all’alba per controllare il box office. Com’è invece l’ansia da uscita su piattaforma?

Uguale (ride). Ovviamente faccio un film per esprimere qualcosa che ho dentro, ma non per guardarmelo da solo. Il bello è avere un pubblico che condivida con me questa visione.

Credi che un thriller come Ai confini del male possa trovare vita felice su una piattaforma come Sky?
Forse sì, potrebbe avere più possibilità di visione. Sono uscito in sala per 3 giorni ed è stato ovviamente emozionante, ma guardando come va il mercato ora mi sento grato a Vision e a Sky per aver preso questa decisione con lucidità. E per aver protetto il film.

Il Fatto Quotidiano lo ha definito “la risposta italiana a True Detective”. Al di là della lusinga, sei d’accordo?

Be’, era quello che cercavo (ride).

In che termini?

Nel libro da cui è tratto il film (Il confine di Giorgio Glaviano, nda) Meda e Rio non esistevano come coppia di partners, il personaggio di Rio era appena accennato. Allora li ho costruiti pensandoli come un unico personaggio che ha subìto una frattura, scomponendosi in due uomini differenti. L’uno è il riflesso dell’altro. Ed è quello che ho cercato di portare anche nelle location, nel lago, nell’acqua, nei vetri e negli specchi.

E che gravita attorno al concetto di “confine”.

Sì, è la sensazione che ciò che stai guardando sia sempre il riflesso di qualcos’altro. Del loro passato, del presente, ma anche di quello che stanno per fare nel futuro. È il tentativo costante di oltrepassare il confine. Ovviamente in fase di scrittura ho subito voluto riguardare True Detective. Ma anche Mississippi Burning, Se7en, Detective’s Story con Paul Newman e diversi detective movies degli anni Cinquanta.

Sul rapporto tra Meda e Rio ci sarebbe da fare un lungo discorso. Senza rischiare spoiler, come lo riassumeresti?

Sono due che si scontrano fino alla fine perché sono troppo diversi. È inevitabile. Non potranno mai andare d’accordo, non diventeranno mai amici né complici. Rimangono delle loro opinioni, ma acquisiscono un punto di vista molto importante: io ti rispetto per quello che sei. Che è anche il mio modo di vivere la vita.

Massimo Popolizio. Foto: Antonello&Montesi/Sky

Tu non hai paura dei riferimenti e delle citazioni, eh?
No, sono molto sereno al riguardo. Perché per me c’è una grande differenza tra citazione e riferimento. Vale a dire tra un filmmaker fan, che prova magari a dire: “Guarda, sto facendo Se7en”, e una persona che invece non nasconde di essere un cultore del cinema. Io il cinema lo amo in ogni sua forma, non ho pregiudizi. Guardo da Nanni Moretti a Transformers, passando per Hitchcock. Penso sia anche il riflesso della cultura cinematografica con cui sono cresciuto.

I tuoi sono dei cinefili?

Mia madre. Devo a lei questo amore che ho per il cinema. Ha sempre vissuto guardando film e leggendo libri. Per farti capire con un aneddoto: da piccolo volevo andare a vedere L’isola dell’ingiustizia – Alcatraz, un film terribile con Kevin Bacon e Christian Slater. Mia madre non voleva che lo vedessi, e allora inventai una scusa. Mi feci portare al cinema da una sua amica che mi teneva il pomeriggio, mentre lei lavorava, dicendole che saremmo andati a vedere una commedia per bambini. Quando se ne rese conto era troppo tardi: il film è crudissimo, c’è addirittura una scena in cui tagliano il tendine di Achille al protagonista. Tornato a casa mia mamma si arrabbiò. Ovviamente. Però poi mi chiese: “Vabbè, ma che ne pensi del film?”. Ecco, questa è mia madre.

Nei tuoi tre film è sempre ricorrente il concetto di giustizia, analizzata come conflitto tra individui e istituzioni. Dobbiamo pensare che tu abbia un animo contestatore?
In realtà nella vita sono quasi noioso, vivo di tante sicurezze e rigidità. Così trasferisco nei personaggi i miei dubbi, e tutte le possibilità caratteriali che esplorerei se solo mi lasciassi andare. Conosco il mio limite: è la curiosità. Che è pure la mia forza. Ma se non mi ponessi delle regole molto ferree, la mia curiosità mi porterebbe in posti in cui è meglio che io non arrivi. Così lascio che i miei personaggi lo facciano per me. Per esempio sono sempre stato affascinato dalla droga e dai film sulla droga, e se mi drogassi probabilmente diventerei un tossico dipendente. Infatti prima o poi creerò un personaggio che lo faccia al posto mio.

Altre due tematiche che tornano nella tua narrazione: la solitudine e la famiglia.

Nei miei protagonisti ci sarà sempre un senso di solitudine, perché io ho cambiato molte città e mi sono sempre sentito un po’ uno straniero. Quindi nei Peggiori ci sono i romani che vanno a Napoli, negli Uomini d’oro il napoletano che vive a Torino, nell’ultimo film c’è Meda che va in un paese a lui sconosciuto ad indagare un crimine. C’è sempre anche il concetto di famiglia, sì, con Ai confini del male l’ho esasperato. Perché vengo da una famiglia-branco, dove in passato ho avuto un rapporto molto conflittuale con mio padre, che poi è diventato il mio migliore amico.

Parliamone: hai esordito con una commedia in cui eri anche co-protagonista insieme a Lino Guanciale (I peggiori), sei andato avanti con un heist movie (Gli uomini d’oro) e ora ci proponi un thriller.
Dopo I peggiori ho vissuto un periodo strano, ho dovuto capire se volevo fare più l’attore o il regista. Sento di averlo capito davvero con questo terzo film. E forse questo mio continuo cambiamento dipende dalla paura di adagiarmi e abbrutirmi. E poi, come dicevo, sono cresciuto guardando qualsiasi film di genere, quindi c’è la voglia e il divertimento di esplorarli tutti.

La tua regia però non si adatta ai generi, sembra essere un’etichetta a sé.
Questo personalmente mi fa perdonare ogni piccola sbavatura. 
Ogni volta che faccio un film, qualcuno mi dice: “Mi piace un sacco il film, però in alcuni passaggi non sei andato dritto per dritto. Hai mixato i generi, qui c’era un po’ di confusione…”. Il fatto è che quando lavoro a un film mi sento come un motociclista che corre a 300 km/h in autostrada senza casco. E qui i casi so’ due: o ti schianti o sopravvivi. Se sei senza casco a quella velocità, puoi sbandare anche per un moscerino nell’occhio. Quindi lo so, per ora metto in conto tutto: la mia incoscienza si porta dietro anche delle sbavature, inevitabilmente.

Dalle location e dell’ambientazione di un thriller dipende la metà del suo fascino. Con Ai confini del male siete riusciti a creare un’atmosfera di genere pur girando nel Lazio. Come avete fatto a trasformare quegli ambienti in un ibrido?
La verità è che io volevo ambientare la storia in una risaia del Veneto, in inverno. Una location che si porta dietro un grande immaginario, un po’ come la Lousiana di True Detective, per tornare lì: con una panoramica dall’alto sei già nella desolazione. Poi mi è stato imposto di girare il film nel Lazio ed è stata una sfida difficile, non aveva l’impatto che mi ero immaginato. Ma Davide Manca, il direttore della fotografia, un giorno venne da me e mi disse: “Visto che tu hai questa esigenza dell’acqua e della desolazione, secondo me la cosa migliore è ambientarlo su un lago. Il lago per sua natura è fermo, e come tutte le cose ferme non sai identificarle”. Sono davvero quiete? Cosa c’è sotto il lago? Che mostri nasconde al suo interno? Mi parlò del lago di Albano. Me ne sono innamorato subito. È piccolo, ha luoghi ameni ma anche luoghi tetri.

Edoardo Pesce e Massimo Popolizio. Foto: Antonello&Montesi/Sky

La casa di Meda ha forti rimandi internazionali.
Robert De Niro in Heat – La sfida vive in una casa che affaccia sull’oceano: io volevo che Edoardo Pesce avesse quella sensazione lì: una casa vuota che si affaccia su un’acqua piatta. Abbiamo trovato delle location sul Tevere e siamo riusciti a non renderlo identificabile, ma allo stesso tempo italiano. Perché attenzione: io volevo che fosse italiano… ci sono i Carabinieri, dai!

Anche Andrea Bellucci ha fatto un lavoro incredibile con la soundtrack. Ho visto gente ballare sulla poltrona, in sala.
Andrea Bellucci ha fatto un lavoro splendido, le musiche sono un riferimento agli anni Novanta di Se7en. Mi piaceva l’uso della chitarra acida e a volte scordata in stile Nine Inch Nails. Poi lui ha aggiunto dei synth che conferiscono a tutto una sensazione di cupezza fortissima.

Con la citazione finale al Corvo di Alex Proyas.

Esatto: I Cure, Burn. I miei film sono veramente frutto del lavoro di un gruppo di persone che si ritrova nello stesso stile. Credo che io e Davide Manca siamo una specie di coppia artistica. La fotografia per come la intendo io non è la bellezza in sé della luce. Spesso litighiamo, su certe scene gli chiedo quasi di fregarsene della luce, di inseguire il buio. Che a volte nasce proprio dalla luce. Il vero goal è ottenere una ricostruzione realistica della scena: c’è, ma non devi avvertirla.

Una volta ti ho chiesto: “Quindi si può girare un film di questo livello tecnico in sole 6 settimane?” e mi hai risposto: “L’ho appena fatto”.
Infatti è una follia, e non si dovrebbero fare i film a queste condizioni. Io li ho fatti per necessità, non perché avalli questo sistema. Poi diciamo che sono una persona pragmatica e che lo sono anche i miei collaboratori. Affronto tutto come se fossi un artigiano di questa assurda industria, come se fossi il manager di un’azienda e con i miei dipendenti dovessimo portare a casa dei risultati.

Quindi devi giocare con le carte che ti danno.
Sì, non te le puoi scegliere. Io non sono stato facilitato finora. Le possibilità erano: mettermi a piangere, girare male il film e quindi fare una figura di merda, oppure utilizzare quello che avevo e spremere le persone al massimo. Compreso me stesso. Ma la verità è che se giri un film in 6 settimane, con una media di 5 scene al giorno e una complessità tecnica elevatissima, ma senza il supporto adeguato… sai cosa subentra? L’amore. Per quello che stai facendo. “Mi volete bene? Pensate che io valga qualcosa? Allora accettiamo questa sfida insieme, perché potrebbe portarci belle soddisfazioni, e in futuro magari lavoreremo anche in modo diverso”.

Ti sei mai chiesto “chi me lo fa fare”?

Mi sono chiesto anche “perché faccio ‘sto mestiere?”.

Hai scelto Lino Guanciale per un ruolo comico (I peggiori), Fabio De Luigi per un ruolo drammatico ed Edoardo Leo per parlare torinese (Gli uomini d’oro). Anche Popolizio e Pesce sono una coppia inattesa.
Non è stata una macchinosa strategia. Per il personaggio di Meda avevo in mente un viso, una fisicità, un’inquietudine ma anche un’ironia… che Pesce possiede. Lui riesce ad essere insieme nevrotico e fisico, lo vedi e immagini davvero un ‘cane pazzo’ (soprannome del personaggio nel film, nda). Però poi ha gli occhi buoni. Ho pensato subito a lui dopo aver visto quel capolavoro di Dogman, in cui mi ricordava Robert De Niro in Toro Scatenato. Edoardo è molto particolare, è paradossalmente un timido, ma affronta la timidezza con una certa prorompenza.

Edoardo Pesce e Massimo Popolizio. Foto: Antonello&Montesi/Sky

E Popolizio?

Lui è diverso, è come me. Molto rigido e strutturato, è tutto studio e abnegazione. Io vengo da una famiglia di militari, e quando ho incontrato Massimo ho notato subito che era diverso dagli altri: un uomo bellissimo, alto e prestante, con uno status preciso. È entrato in casa mia e mi è sembrato un Capitano dei Carabinieri che entrava in caserma. Perciò gli approcci con loro sono stati molto diversi: da subito mi è parso chiaro che erano una coppia perfetta.

Quindi hai pensato a loro due già in fase di scrittura?

Sì. Perché so che starò con l’attore, che la macchina da presa gli starà così attaccata da arrivare anche sulla bocca e sugli occhi. Perciò per me un attore deve avere tre cose: un volto, una voce e un fisico. Il trittico con cui gli americani concepiscono i loro grandi protagonisti… ma perché hanno copiato noi. Mastroianni e Gassman erano volto, voce e fisico. Eravamo maestri in questo, nel centrare il fascino del ‘vorrei ma non posso’: vorrei essere il protagonista che vedo al cinema sullo schermo, ma devo pensare anche che non potrò mai essere come lui.

Chiara Bassermann invece credo sia la rivelazione del film.
Anche secondo me. Merito di Davide Zurolo, il casting director. Io non volevo vederla inizialmente. Dalle foto mi colpì subito, però non era straniera. E io cercavo un’attrice davvero straniera, che conferisse verità al personaggio. Ma se Zurolo insisteva allora significava che dovevo fidarmi. E infatti con un selftape lei ha sbaragliato non meno di 15 altre attrici: era quella giusta. Ha uno sguardo, una presenza, un’inquietudine. Lei negli occhi ha veramente tutto: li inquadri e hai già un personaggio adattabile a qualsiasi esigenza.

Volto, voce e corpo?

Sì, lei è un’attrice all’americana. E poi mi ha colpito subito l’altezza del suo copione.

L’altezza del copione?

Sì (ride). Chiara si è presentata alla lettura con un copione raddoppiato dalle sue note personali. Domande, appunti, canzoni, riflessioni. In realtà è una caratteristica che riscontro sempre più nelle donne.

Quand’è che si smette di sentirsi un esordiente?

Sento che dovrò fare uno step di maturità nel prossimo film, ancora mi trascino dei punti di vista precedenti che nel frattempo stanno cambiando, come me. Se farò un quarto film sarà completamente diverso, avverto il bisogno di puntare molto sui sentimenti dei protagonisti. Quando ho smesso di sentirmi un esordiente? Forse con questo film. La prima volta che ho guardato Ai confini del male montato, ho detto: “Ok, allora da grande faccio il regista”.

Ai confini del male è un film Sky Original prodotto da Italian International Film, Gruppo Lucisano e Vision Distribution. Su Sky Cinema dal 1 novembre e poi su NOW.