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Viggo Mortensen ci racconta il suo padre fuori dal mondo in “Captain Fantastic”

Nel suo ultimo film è un uomo che ha deciso di isolarsi dalla società insieme alla sua famiglia. Nella realtà, Viggo è convinto che discutere delle proprie idee sia fondamentale. Sempre

Viggo Mortensen è nato a New York nel 1958. È stato protagonista di “A History of Violence” e “La promessa dell’assassino” (entrambi di David Cronenberg) ed è apparso nella trilogia de “Il signore degli anelli” - Foto di Fabrizio Cestari

Viggo Mortensen è nato a New York nel 1958. È stato protagonista di “A History of Violence” e “La promessa dell’assassino” (entrambi di David Cronenberg) ed è apparso nella trilogia de “Il signore degli anelli” - Foto di Fabrizio Cestari

Dopo aver visto in Captain Fantastic tutta la gagliarda prestanza fisica di Viggo Mortensen – scene di allenamenti nel bosco, arrampicata sotto la pioggia, e anche un omaggio di nudo integrale (non ai livelli della scena nella sauna de La promessa dell’assassino) – incontrarlo dal vivo, alle 10 di mattina, nello scenario leccatissimo dell’Hotel de Russie romano, con maglioncino blu e giacca in mano per lo shooting fotografico, ha un po’ l’effetto di una doccia fredda Captain Fantastic è una storia alla Walden, soltanto che, al posto di un lupo solitario, c’è un’intera famiglia – un padre e sei figli – alle prese con la vita nei boschi e un’educazione anticonformista che mette assieme Chomsky, Bach e un training alla Rambo. L’idillio, però, finisce quando la famigliola è costretta ad abbandonare il buen retiro e a confrontarsi con la società, nel tentativo di scongiurare un funerale religioso per la mamma appena morta.
Dopo lo shooting, che fa slittare l’intervista di quasi un’ora, Viggo mi raggiunge a un tavolino all’aperto. Ci rolliamo tutti e due una sigaretta, e lui si scusa tantissimo per il ritardo. È di una gentilezza così disarmante che comincio a sentirmi io in colpa, tanto mi conforta essere cazziata appena un attimo dopo: «Senti, mi potresti ridare l’accendino?».

In Captain Fantastic c’è questa famiglia che decide di vivere nei boschi, fuori dalla società. Pensi che questa nuova forma di escapismo “green” sia anche una pericolosa forma di resa?
No, per niente. Mi sembra molto più pericoloso il livello di devastazione a cui è arrivata la società, l’inquinamento, l’annientamento di un’idea di futuro. Ma in realtà il film non parla neanche di questo, non è un film sulla vita nei boschi, ma sul modo di comunicare con gli altri, di crescere i figli, di impartire certi valori: la curiosità, l’apertura mentale, la sincerità. Ben parla schiettamente con i suoi figli anche di morte, di sesso, di malattia. Per me ascoltare gli altri è fondamentale, soprattutto quelli di cui – o per istinto, o per idee politiche – non ti fideresti. Ma se smetti di ascoltarli…

Beh, se smetti di ascoltarli, ti ritiri in una foresta…
No, perché è vero che vivono nel bosco, ma parlano sette lingue, disquisiscono di Storia, di Critica, di Filosofia. Ben si rende conto di avere isolato i figli dalla società e questa consapevolezza è uno dei motori del film, che diventa un road movie, e come in tutti i road movie il percorso è anche interiore. Lo spettatore probabilmente se ne rende conto prima di Ben, ed è quello che amo di Captain Fantastic, che la prospettiva cambia di continuo, crea una distanza e un riavvicinamento ai personaggi, ma nel momento in cui anche Ben se ne rende conto farà delle scelte. Ma il fatto di riconoscere i propri errori, o i propri limiti, non significa che l’intero modello di vita sia da buttar via.

Credi che le scelte di una società partano dai comportamenti individuali? Che la democrazia vada rifondata dal basso?
La democrazia si fonda sempre dal basso. Quella fondata dall’alto non è una democrazia di azioni, ma solo di parole.

Ti sei sempre esposto politicamente. Quando uscirà questa intervista ci saranno già state le elezioni negli Usa, tu come hai vissuto la campagna elettorale?
I media in America sono abituati a trattare i movimenti come fossero fenomeni modaioli. Il fatto però è che le persone sono reali, e continuano a scendere in strada, fare politica, anche se le telecamere o i giornali smettono di parlarne. Così, tutte le persone che si sono radunate attorno a Bernie Sanders, prima che desse il suo appoggio a Hillary Clinton, continueranno a esistere. E si è trattato di un movimento davvero unico in America, molto eterogeneo. C’è un documentario che si chiama The Revolution Televised per cui mi hanno chiesto di fare la voce narrante. Fa vedere immagini che non sono state trasmesse da nessuno, che la gente avrebbe dovuto vedere, perché avrebbero avuto un impatto sulle elezioni. Non si tratta di propaganda: mostra semplicemente quello che è successo davvero, un momento fondamentale nella storia democratica del Paese.

Pensi che quelli della tua generazione abbiano abdicato alle proprie battaglie politiche?
Invecchiando ci si disinteressa della politica. Ma allora poi non ha senso chiedersi: “Ma come siamo arrivati a questo punto?”. Una delle ragioni per cui amo fare l’attore è che devi prendere in considerazione e adottare un certo punto di vista, che può essere radicalmente diverso dal tuo. Devi crederci ciecamente, e solo quando il tuo lavoro è finito puoi prendere una distanza critica dal tuo personaggio; ma finché sei dentro al processo, sospendi il giudizio. Per me questo è un modo per sviluppare un’apertura mentale, per restare flessibili. Sento in continuazione gente che dice: “Ma guarda quello, che patetico!” o “Le abbiamo già viste queste cose, non siamo più negli anni ’70”. Ecco, per me questa è solo rigidità mentale. La mente va allenata, esattamente come il corpo.

Papà Ben (Viggo Mortensen, a sinistra) e famiglia in un’immagine di Captain Fantastic, nei cinema italiani dal 7 dicembre

Papà Ben (Viggo Mortensen, a sinistra) e famiglia in un’immagine di Captain Fantastic, nei cinema italiani dal 7 dicembre

 

Le figure femminili in Captain Fantastic sono estremamente influenzate dal carattere forte di quelle maschili. Non pensi ci sia un certo squilibrio di ruoli?
Assolutamente no. Ieri una giornalista mi ha detto la stessa cosa, ma non sono d’accordo. C’è la figura di mia sorella che è una donna forte, autorevole, e poi c’è quella di mia moglie che è il motore di tutto il film: è per lei che la famiglia decide di intraprendere il viaggio.

Sì, ma tua moglie nel film è morta, ed era bipolare, che più o meno è il modo in cui si rappresenta una donna quando vogliamo dire che è stramba, ma affascinante…
Sarei potuto essere io bipolare. E poi ci sono le mie figlie: è insolito vedere in un film delle adolescenti che non stanno tutto il tempo lì a dire: “Oddio, mi ama! No, non mi ama!”.

Eppure sono solo i figli maschi a ribellarsi apertamente nei confronti del padre…
No, senti, su questa cosa non transigo, forse dovresti rivederti il film!

Alla faccia dell’apertura mentale!
(Ride) Sì, okay, hai ragione. Ma non mi hai convinto.

Bene, neanche tu.
Vedi, abbiamo appena avuto uno scambio dialettico in cui ognuno cerca di difendere le sue ragioni, ed è esattamente questo che insegna Ben ai suoi figli. Non solo a ragionare in maniera autonoma, ma anche a saper difendere la propria posizione.

Ottimo, quindi possiamo cambiare argomento. Visto che tra le altre cose sei anche un musicista, c’è una scoperta musicale a cui sei particolarmente legato?
Le Skating Polly. Sono una band punk-rock di Oklahoma City, due sorelle che hanno cominciato a suonare da giovanissime, avevano qualcosa tipo 10 e 15 anni, e oggi hanno già pubblicato diversi album. Sono fantastiche.

E tu hai qualche nuovo disco in arrivo?
Sì, un lavoro al piano, strumentale, si chiama Preguntas desde la orilla, cioè “Domande dalla riva” (traduce lui in italiano, ndr).

Progetti di film?
Ho scritto due sceneggiature, una era in fase di pre-produzione e poi sono finiti i soldi, ma è normale nell’industria cinematografica, ci possono volere anni per realizzare un progetto.

Che tipo di film sono?
Uno è un film storico, ambientato nel XIX secolo in Nordamerica, l’altro è contemporaneo, la storia di una famiglia.

Reciterai anche tu?
In quello ambientato nel XIX secolo sicuramente no, non voglio attori famosi, in realtà vorrei pochi attori veri, sarà una sfida, ma preferisco non parlarne troppo.

Vivi a Madrid ormai da diverso tempo, vedi una differenza nel modo di fare film in Europa rispetto agli Usa?
No, in realtà no. Quello che è davvero cambiato è il modo di consumare i film. I giovani non vanno al cinema a meno che non si crei un evento intorno al film, non c’è più bisogno che sia un “grande film”, ma un “film grosso”. Per questo è difficile per pellicole indipendenti come Captain Fantastic – storie in grado di suscitare un certo numero di quesiti – riuscire ad arrivare nelle sale. Ma sono contento che il film abbia avuto una buona distribuzione, e quando mi è capito di assistere alle proiezioni, la gente era veramente interessata a una discussione post-film, e non solo a farsi i selfie.

Non credi che le piattaforme alternative possano aiutare proprio i film indipendenti?
Certo, se un film non va in sala, la distribuzione si riversa su quelle piattaforme ed è un bene che esistano. Forse sarò io old style, però continuo a pensare che vedere un film al cinema sia un’esperienza più reale e completa. Credo che il fatto di scegliere volontariamente di uscire di casa, e spendere un tot di soldi – per quanto pochi – per andarsi a sedere al buio in mezzo a degli sconosciuti, sia diverso dal consumare un film a casa o sullo schermo di un telefono. Non è una questione di qualità visiva, ma una forma di rituale, ed è molto probabile che anche a distanza di tempo ti resterà impresso come ricordo, perché almeno in quel momento eri totalmente immerso nell’esperienza, che fosse di piacere o di disagio.

Vale lo stesso per un concerto?
Sì, esatto. Per esempio, le Skating Polly sono straordinarie su disco, ma vederle in concerto, con tutti gli errori, il coraggio, l’ispirazione, è un’altra cosa, e a me continua a interessare quell’esperienza.

Hai fiducia sul futuro del cinema indipendente?
Sì. Sai cosa diceva il grande artista francese Edgar Degas? “Non esiste niente di nuovo nell’arte, a parte il talento”. E sono sicuro che ci saranno sempre persone piene di talento che riusciranno a trovare il modo di raccontare le loro storie”.

Per la cronaca, quando poi ho googlato la frase, ho scoperto che non era di Degas, ma di Anton Cechov. Così, casomai vi venisse la voglia di citarla.

L’intervista è stata pubblicata su Rolling Stone di dicembre.
Puoi leggere l’edizione digitale della rivista
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