Venezia 75, Kusturica: «Mujica è una fiaba populista di quelle buone»

Il cineasta serbo ha presentato al Lido 'El Pepe: A Supreme Life', il suo documentario sull’ex presidente dell’Uruguay: «È la persona che avrei voluto essere io, in un'altra vita».
Emir Kusturica scattato in esclusiva per Rolling Stone da Fabrizio Cestari a Venezia 75.

Emir Kusturica scattato in esclusiva per Rolling Stone da Fabrizio Cestari a Venezia 75.


Mezzogiorno e mezzo di fuoco, nel senso che in questa giornata di Mostra (a che numero siamo arrivati?) è tornato il caldo lagunare. Emir Kusturica ed io siamo seduti in un angolo del Casinò, parliamo del suo documentario El Pepe: A Supreme Life, dove Pepe sta per Pepe Mujica, l’ex presidente dell’Uruguay (2010-2015) famoso per il governo sempre dalla parte del pueblo, lo stile di vita dimesso, il taglio dello stipendio before it was cool, ma pure il passato da guerrigliero, il carcere, insomma che vita. Via, si comincia.

Stato d’animo attuale.
Mi devo ancora svegliare. Ieri abbiamo proiettato il film davanti al pubblico, l’abbiamo visto per la prima volta in una grande sala, a un grande festival. Ecco, sui festival ho una cosa da dire.

Prego.
È grazie a loro se il cinema non morirà mai. C’è un grande dibattito in corso: Cannes dice no a Netflix, Venezia dice sì. In realtà Netflix ha già vinto, il cinema va in quella direzione. Perché la gente è pigra, ha sempre meno soldi, e le nuove tecnologie offrono lo stesso prodotto senza uscire di casa, a un costo inferiore. Ma i festival, ecco, i festival resteranno insostituibili. Gli spettatori avranno sempre bisogno di momenti per stare insieme, per condividere le emozioni. Non credo che le sale cinematografiche avranno una lunga vita, ma i festival sì. I festival ci saranno per sempre.

Perché Pepe?
Perché è la persona che avrei voluto essere io, in un’altra vita. Ha dimostrato che la solidarietà è una via possibile, anche in politica. È una fiaba, la sua. L’uomo che va in prigione, paga per i suoi crimini, e poi si trova in una posizione di comando incredibile. Il primo giorno da ministro dell’agricoltura arrivò in Vespa e il parcheggiatore gli disse: «Quanto tempo si ferma?». Lui rispose: «Molto più di quanto tu creda». Difatti è andata così.

Che differenza c’è tra una politica “per il popolo” e il populismo vero e proprio?
Nessuna. Oggi tutti sono populisti, lo è anche chi non pensa di esserlo. La democrazia è un terreno di gioco in cui vengono utilizzate le stesse regole del marketing: bisogna vendere un prodotto ai propri clienti. Pepe è un populista nel senso letterale del termine: vuole che le persone stiano meglio, rifiuta gli egoismi, promuove l’uguaglianza. Certo, l’Uruguay è un paese piccolo, ma vale come esempio su scala più ampia. Viviamo in un’epoca politicamente molto fragile, Mujica può diventare un riferimento globale. Almeno lo spero.

Il documentario ti lascia una libertà di racconto maggiore rispetto al cinema di finzione?
Sicuramente. Non ho un copione da seguire, e per me il copione è tutto, mi ci attacco come a un’ancora. Col documentario vedi semplicemente dove ti porta la storia.

Qual è il cinema che ti ispira oggi?
In realtà non è mai stato il cinema ad ispirarmi, direi più la letteratura e l’arte, fin da quando ero ragazzo. Ora mi sono buttato nell’agricoltura biologica: ho un piccolo frutteto, vorrei espandere l’attività. Non vedo film da un anno, è uno scandalo. Mi manca molto il cinema. Tra poco andrò per un po’ a Parigi, anche per recuperare quei venti-trenta film che mi son perso quest’anno.

Kusturica l’icona. Ti ci senti?
Un’iconografia penso di averla creata, forse perché il mio racconto dell’umanità è sempre stato molto fedele a se stesso. Se pensi ai personaggi dei miei film, da Ti ricordi di Dolly Bell? fino a Sulla via lattea, ti accorgi che sono tutti degli outsider, sembrano usciti dalle commedie di Čechov. Pure Pepe ha i tratti dell’outsider, nonostante sia stato un presidente. Dentro le mie storie non ci sono mai eroi, campioni, solo degradati, gente che vive ai margini. Sono quello che sarei diventato io se non avessi fatto il regista. È stata la mia visione del mondo a mettermi su un’altra strada. Ma un eroe no, non lo sarei mai stato.

Qual è il tuo film a cui sei più affezionato?
Posto che i miei film non li rivedo mai, se parliamo di linguaggio cinematografico allora ti direi Il tempo dei gitani. Se invece penso al racconto, alla narrazione, a Boccaccio – capisci cosa voglio dire? –, allora scelgo Underground. Ognuno dei miei film aveva un motivo forte e preciso per essere realizzato. Ogni volta è stata una battaglia quasi masochistica, una sfida contro il destino, spesso ho perfino pensato di ammazzarmi, per un film. Tutto questo sullo schermo si percepisce. Il cinema non è quella roba che raccontano gli americani: giri, porti a casa la scena, ti diverti. Per me il cinema lo devi sentire sulla pelle. Forse per questo in tanti mi considerano diverso dagli altri autori, mi mettono in una casella a parte.

E dopo, cosa viene?
Sto scrivendo un libro, il titolo per ora è Just One More Time. È la storia di una famiglia cinese a cavallo tra gli anni ’90 e i 2000. Ci ho messo dentro i personaggi di Dostoevskij. Il protagonista è una specie di principe Myškin dell’Idiota che si trasforma nel Raskol’nikov di Delitto e castigo. Roba da matti, no?

E ride.