Venezia 75, Jeff Goldblum: «L'America è sempre stata popolata da ciarlatani e arrivisti» | Rolling Stone Italia
Interviste

Venezia 75, Jeff Goldblum: «L’America è sempre stata popolata da ciarlatani e arrivisti»

Eccentrico, stiloso, di culto. Abbiamo incontrato l'attore al Lido, dove è in concorso con "The Mountain", il film di Rick Alverson in cui interpreta il pioniere della lobotomia al fianco di Tye Sheridan.

Jeff Goldblum scattato da Fabrizio Cestari in esclusiva per Rolling Stone a Venezia 75.

Jeff Goldblum scattato da Fabrizio Cestari in esclusiva per Rolling Stone a Venezia 75.

Per prima cosa, Jeff Goldblum mi presenta sua moglie. «Lei è Emilie (Livingston, nda), è canadese. Ci siamo conosciuti in palestra il giorno in cui sua sorella ha partorito: non è pazzesco?». I primi minuti della nostra chiacchierata scivolano via così. «Emilie mi tiene giovane (ha trentun anni meno di lui, nda). È una ginnasta, ha partecipato alle Olimpiadi di Sydney nel 2000. Due anni fa è stata la controfigura di Emma Stone in La La Land, nella scena del valzer al planetario… Ti ricordi?». Annuisco, annuisce anche lei, che resterà accanto a noi per tutto il tempo dell’intervista. Ci siamo ovviamente incontrati per parlare di lui, però. A Venezia ha appena presentato il suo ultimo film: The Mountain di Rick Alverson, bizzarro arty movie in cui interpreta Wallace Fiennes, dottore finto ma ricalcato sul vero Walter Freeman, colui che introdusse negli Stati Uniti la lobotomia. «È un progetto fatto per passione. Rick è unico, in pochi hanno uno sguardo così autentico».

Quanto c’è di vero nel personaggio?
Le fonti sono reali. Ci sono molti saggi su Freeman, un paio di documentari, e poi gli articoli che scriveva per le riviste scientifiche. È diventato celebre perché, tra gli altri, ha lobotomizzato Rosemary Kennedy, sorella di JFK: l’intervento non andò bene, lei rimase chiusa in un istituto per il resto della vita. Ho anche studiato le lettere che aveva scritto a una sua paziente, figlia di una donna con cui ho parlato a lungo. Era un’epoca incredibile. Dopo la fine della seconda guerra mondiale i manicomi erano affollati, ma non esistevano farmaci efficaci e parlare di psicoterapia era impossibile. Il disagio psichico non aveva confini definiti. L’omosessualità, per dire, era uno dei disturbi da curare: il 40% dei pazienti di Freeman era composto da gay.

Come si entra in un ruolo del genere?
Io comincio sempre dai vestiti, soprattutto quando ci sono costumisti che conoscono il copione nei dettagli. La nostra, Elizabeth Warn, è stata fondamentale. Abbiamo valutato insieme ogni pezzo del guardaroba, dalle calze alla pipa. Poi all’attore sta il compito di capire cosa si muove sotto la superficie. Io ho immaginato un mondo interiore alla Morte di un commesso viaggiatore, la commedia che meglio dissacra il cosiddetto sogno americano: mostra il suo lato brutale, ignorante, grottesco, corrotto, kitsch. Mi piacciono la letteratura e il cinema che fanno a pezzi questo mito.

Fuori i titoli.
I film di Paul Thomas Anderson: Il petroliere, The Master. Un libro che ho appena letto: Fantasyland: How America Went Haywire di Kurt Andersen, te lo consiglio. E un documentario bellissimo: The Vietnam War di Ken Burns, sulla follia di quella guerra ma interessante anche per capire ciò che succede oggi. L’America si sta guardando allo specchio, si pone delle domande. Siamo sempre stati una terra popolata da ciarlatani, narcisisti, arrivisti che hanno rincorso i soldi e il successo solo per se stessi. Col tempo sono semplicemente proliferati.

Le radici della tua famiglia sono in Europa.
Sono un americano giovane, di seconda generazione. Mio nonno era russo, di cognome faceva Povartzik, l’ha cambiato in Goldblum. È arrivato negli Stati Uniti in cerca di una vita migliore, era poverissimo. Suo figlio – mio padre – è l’emblema del sogno possibile: in alcuni casi esiste. Da ragazzo voleva fare l’attore o il medico. Alla prima lezione di recitazione a Pittsburgh, dove poi sarei nato io, pensò che quella roba non faceva per lui. Non mi ha mai detto perché. È diventato un medico, in effetti. Il fatto che solo una generazione dopo sia spuntato un attore in famiglia forse è solo un caso…

Tiriamo subito fuori l’aggettivo che tutti adoperano quando parlano di te: eccentrico.
Bah, non lo so… Io non mi ci sento. La mia insegnante di teatro a New York, dove mi sono trasferito dopo la scuola superiore, mi diceva sempre: non copiare mai nessuno, cerca la tua voce. Forse, semplicemente, quel seme è cresciuto dentro di me.

Essere considerato un attore “cult”, invece, ti dà fastidio?
Se “cult” vuol dire “di nicchia” non lo capisco granché, perché ho fatto anche film che hanno incassato un sacco di soldi. Se vuol dire “che fa cinema di qualità”, mi sta bene. Da ragazzo, puntavo solo ad essere pagato per quello che facevo. Ho avuto molto di più, il mio unico sentimento è la gratitudine.

Torniamo a quel ragazzo: New York, gli anni ’70, la New Wave americana.
Già era stato bellissimo essere un adolescente negli anni ’60 (ride), ma il decennio successivo è stato un periodo magnifico. Era l’epoca di Easy Rider, Toro scatenato, film nati “contro” che hanno sbancato i botteghini, hanno cambiato tutto. Il primo ingaggio l’ho avuto nel ’73: Il giustiziere della notte, con Charles Bronson. Poco dopo recitavo con Robert Altman in Nashville: che film, che cast. C’era un grande fermento, fame di voci nuove. Steven Spielberg, Paul Schrader, Paul Mazursky… Poi, gli anni ’80. Il grande freddo è stato uno spartiacque, nel lavoro e nella vita: sono ancora molto amico di Glenn Close, viene sempre a cena da noi. E Tutto in una notte di John Landis, c’era anche David Bowie: che uomo adorabile. E ovviamente La mosca di Cronenberg…

Dicono anche che sei tra gli attori con più stile in circolazione. È vero.
Mi piace studiare i look per i miei film, come ti dicevo. E, se non sono sul set, recitare la parte di Jeff Goldblum: ormai mi viene bene. Quando suono con il mio gruppo jazz, ad esempio: quello è un altro personaggio. Se ti interessa, siamo in scena tutti i mercoledì al Rockwell di Los Angeles. Io sto al piano, ora incideremo un disco. Tornando allo stile, non lo so. È tutto merito del mio stylist, che sa sempre quel è giusto per me. Da solo farei disastri. Mi ricordo che da piccolo vidi Sammy Davis Jr. in tv e convinsi mia madre a portarmi ai grandi magazzini per vestirmi come lui: ne uscii con un dolcevita e una giacca col colletto alla coreana terribili.

Un’ultima cosa: hai visto che a Londra, lungo il Tamigi, c’è una statua fatta a tua immagine e somiglianza?
Un amico mi ha fatto vedere la foto. Dev’essere per i venticinque anni di Jurassic Park, perché sono vestito come in quel film.

Quando l’hai vista, cos’hai pensato?
Che figo!